Iliade

Vari indizi fanno ritenere che fosse giá redatto, nella forma divenuta tradizionale, nel VII sec. a.C. Ma giá in etá alessandrina (cioè nell'epoca della fioritura ellenistica fra III e I sec. a.C.) l'opinione fino allora ben ferma dell'esistenza e dell'opera di un solo autore, Omero, se non di altre opere attribuitegli, comunque, dell'Iliade e dell' -> Odissea, venne messa in dubbio dai korízontes («separatisti»). Erano i primi accenni della cosiddetta «questione omerica» che - a parte alcuni accenni precedenti di maggior rilievo e a parte la celebre interpretazione che il Vico diede di Omero - si sviluppò agli albori della filologia ottocentesca con il Wolff (1795) e poi Hermann (1832) e Lachmann (1837); proseguendo poi per un secolo e mezzo di tentativi vari e di non vane indagini - attraverso, peraltro, eccessi e contraddizioni, e negazioni addirittura inverosimili - ponendosi oggi in termini assai differenti dal momento iniziale.Fra i momenti salienti del lungo dibattito si può accennare alla tesi dell'opera di innumerevoli poeti e di un redattore finale (D'Aubignac); della mancanza dei presupposti storici della personalitá omerica, pur nell'attribuzione a un solo autore di gran parte dell'Iliade (Wolff); di «canti singoli» di un solo poeta ordinati da un redattore; tutte tesi in qualche modo giustificate da incongruenze che risultano da un esame analitico.Lo sviluppo degli studi linguistici portò il dibattito su questo terreno; le differenze di stile fra parte e parte dello stesso poema indussero il Wilamowitz a privilegiare l'antica tesi dello Hermann su Omero autore del nucleo originario (Urilias). Oggi la mancanza di una soluzione pienamente soddisfacente ci fa intuire una complessa e non precisabile vicenda anteriore al momento in cui i poemi furono compiuti e trasmessi per iscritto. Quel che è certo è che in un momento molto antico della storia greca, e vicino alla elaborazione dei due poemi (giá, appunto, nel sec. VII) non solo Omero è un personaggio reale e vivo nella coscienza della nazione greca, ma il testo è fissato, e rimarrá sostanzialmente il medesimo attraverso i secoli.

L'Iliade narra l'ira di Achille e le dolorose vicende che si abbatterono sugli Achei quando vennero a contesa Agamennone, re d'Argo, capo della spedizione, e Achille, re dei Mirmidoni, il più forte eroe greco.Crise, sacerdote di Apollo, è venuto al campo greco a riscattare la figlia Criseide, schiava di guerra di Agamennone; questi rifiuta, e Apollo, invocato dal sacerdote, fa strage con i suoi dardi nel campo acheo. Finalmente Achille indice un'assemblea per trovare un rimedio al malanno, e il vate Calcante, protetto dall'eroe, rivela che per placare Apollo è necessario restituire la prigioniera. Agamennone, dopo un violento alterco con Achille, deve cedere, ma in compenso prenderá per sé Briseide, la schiava di Achille. Di qui l'ira dell'eroe, che si ritira nella sua tenda, deciso a disertare i combattimenti fino a che non abbia avuto soddisfazione dell'affronto patito. E Tetide, sua madre, ottiene da Zeus la promessa della vittoria per i Troiani (libro I). Per consiglio di un sogno ingannatore inviato da Zeus, Agamennone decide di riprendere le battaglie; ma vuole prima esperimentare l'ardore dei suoi soldati, annunciando a essi di volere abbandonare l'impresa: i soldati giá fuggono dalle file per correre alle navi a imbarcarsi, ma Ulisse li trattiene e percuote il ribaldo Tersite. Quindi si schierano gli eserciti, e comincia la battaglia; ma viene subito sospesa, perché si stabilisce che un duello fra Menelao e Paride, cioè tra il marito e il rapitore di Elena, dovrá decidere l'esito della guerra. Però Paride viene sottratto da Afrodite all'assalto impetuoso di Menelao, e questi è ferito a tradimento da una freccia, scagliata da Pandaro. Infuria allora la battaglia, la prima del poema (libri V-VII); i Troiani hanno la peggio. Diomede ferisce Afrodite e Ares, che proteggono i Troiani. A Troia intanto Ecuba e le donne troiane, per consiglio di Ettore, placano con preghiere Atena; e alle porte Scee avviene l'ultimo incontro fra Ettore e la moglie Andromaca, che reca in braccio il figlioletto Astianatte (libro VI).Sul campo assistiamo al duello fra Ettore e Aiace Telamonio duello senza esito, per il sopraggiungere della notte. Si ha poi un armistizio: gli Achei ne approfittano per seppellire i morti e costruire un baluardo intorno alle tende. Il giorno dopo inizia la seconda battaglia, disastrosa per gli Achei: i Troiani si accampano vicini alle navi; si è avverata la promessa di Zeus. Durante la notte Agamennone, preso dal rimorso, manda ad Achille un'ambasceria, composta da Ulisse, Aiace e il vecchio Fenice; l'eroe è irremovibile; sempre durante la notte Ulisse e Diomede compiono una incursione nell'accampamento nemico. Al mattino si riaccende la battaglia, la terza del poema, la più lunga e furiosa, che occupa attraverso molte peripezie i libri XI-XVII. Gli Achei perdono il loro baluardo, nonostante il valore di Aiace Telamonio, ma sono soccorsi da Posidone e da Era, che riesce ad addormentare sul monte Ida lo sposo Zeus. Respirano gli Achei, Ettore è ferito. Ben presto però il dio, destatosi, ridona la vittoria ai Troiani, che tentano di incendiare le navi.Achille, pregato da Patroclo, gli concede di scendere in campo alla testa dei Mirmidoni, rivestito delle sue armi. I Troiani sono respinti e l'eroe, contro il comando di Achille, imbaldanzito insegue i Troiani fin sotto le mura di Troia, anzi sale su di esse e ne è ricacciato da Apollo che lo disarma; ferito da Euforbo, cade trafitto dalla lancia di Ettore, che lo spoglia delle splendide armi. Intorno al cadavere infuria una terribile battaglia e a stento Aiace con gli altri eroi achei riesce a riportare alle tende il cadavere di Patroclo. Terribile echeggia nella notte l'urlo di Achille, che al suo solo apparire mette in fuga i Troiani; inconsolabile l'eroe anela alla vendetta, sebbene sappia dalla madre che dopo la morte di Ettore anch'egli morrá.Provvisto di nuove armi divine, opera di Efesto, Achille si riconcilia con Agamennone, che gli restituisce Briseide, e dá inizio alla quarta e ultima battaglia del poema (libri XX-XXII); a questa prendono parte liberamente anche gli dè i. Achille vince Enea, doma le furie del fiume Scamandro, minaccia Apollo stesso, costringe i Troiani a rinchiudersi dentro le mura. Solo ne è rimasto fuori Ettore che, preso da terrore, fugge davanti a lui. Più volte gli eroi corrono intorno alle mura; poi Ettore, ingannato da Atena, si ferma per affrontare il rivale, ma soccombe miseramente. Legato il cadavere al cocchio, Achille ne fa scempio, trascinandolo intorno alle mura di Troia, mentre i genitori e Andromaca assistono dall'alto delle mura.Appagata la vendetta, Achille celebra con giochi i funerali di Patroclo e dopo dodici giorni restituisce il cadavere di Ettore al vecchio re Priamo, che durante la notte viene solo nel campo greco a richiedere la salma. Si commuove Achille al ricordo del padre Peleo, che non vedrá, e piange insieme con Priamo, ognuno la propria sventura. Il poema si chiude con il racconto degli onori funebri resi a Ettore.

L'Iliade non ebbe minore fortuna dell'Odissea. Lo dimostrano le innumerevoli traduzioni che si fecero dell'opera a partire da quelle in latino. Le prime di cui si ha notizia sono quelle di due poeti preneoterici: Gneo Mario e Ninnio Crasso (sec. I a.C.). Successivamente venne tradotta da Accio Labeone (prima metá del sec. I d.C.) e da Polibio, un liberto di Claudio. Nella seconda metá del sec. I d.C. ci fu l'Ilias latina, di autore ignoto.Durante il Rinascimento tradussero l'Iliade, fra gli altri, Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Nicolò della Valle, Lorenzo Valla, Francesco Aretino e Agnolo Poliziano, nel '400. Nel '500 Andrea Divo di Capodistria la tradusse in latino e Cristóbal de Mesa in spagnolo. Nel '600 la tradussero Anton Maria Salvini e Scipione Maffei.In Inghilterra si hanno la traduzione di G. Chapman nel 1598 e quella di Th. Hobbes nel 1674. Molto celebre fu anche la versione di A. Pope (1715-20). In Germania gli studi e le traduzioni dell'Iliade e dell'Odissea fiorirono nel '700. L'Iliade venne tradotta in tedesco da L. Stolberg, da J. Bodmer e da H. Voss. Importante ancora in Europa fu la traduzione di Leconte de Lisle del 1850.In Italia vi fu la versione libera di Melchiorre Cesarotti (1786) e in seguito quella assai celebre di Vincenzo Monti (1810), nonché due frammenti tradotti magistralmente da Ugo Foscolo; tra le traduzioni moderne, le migliori rimangono quelle di Nicola Festa e Ettore Romagnoli.Negli Stati Uniti, infine, vi fu una versione dell'Iliade del poeta W.C. Bryant (1870), che non raggiunse mai però la diffusione di quelle del Chapman e del Pope.