La peste

E' la cronaca di un'epidemia immaginaria di peste ad Orano in Algeria. Gli avvenimenti, narrati in terza persona dal dottor Rieux, sono avvenuti nel 194..., dall'aprile al dicembre. Il cronista descrive parallelamente la parabola dell'epidemia, il comportamento degli abitanti e la lotta organizzata da alcuni di essi contro il flagello.Improvvisamente, mentre la vita cittadina scorre meccanicamente nella sua banale quotidianitá, una quantitá sempre maggiore di topi va a morire per le strade della cittá. La prima reazione è di incredulitá. Ma poi, di fronte al numero crescente delle vittime, la realtá dell'epidemia è riconosciuta: il governo dichiara lo stato di peste e le porte della cittá vengono chiuse. La vita diventa difficile. Alcuni abitanti subiscono con passivitá l'assurditá del flagello, altri cercano di godere gli ultimi momenti, altri ancora cercano rifugio nella pratica della devozione. Alcuni, infine, approfittano del disordine generale per dedicarsi a traffici illeciti. Pochi coloro che capiscono e organizzano la resistenza medica contro il flagello. Tra questi tre i personaggi di rilievo: il dottor Rieux, che trova nell'esercizio del suo mestiere il senso e la giustificazione della sua esistenza di uomo; Tarrou, che ha deciso di rifiutare tutto ciò che fa morire; Rambert, il giornalista, che dopo aver cercato di fuggire dalla cittá per raggiungere la sua amante a Parigi, decide di restare a combattere la peste. La lotta appare improba: nessun siero si dimostra efficace. Quando tutto sembra perduto cominciano però le prime incomprensibili guarigioni e le statistiche registrano finalmente un regresso della malattia. Ma, mentre il siero dá prova di una insperata efficacia, la peste, nei suoi ultimi sussulti, continua a colpire. Muoiono, tra gli altri, la moglie di Rieux e Tarrou. Ma finalmente la peste è sconfitta, la cittá di Orano riapre le porte e i suoi abitanti si abbandonano di nuovo al sonno dell'incoscienza. A questo punto Rieux rivela perché ha scritto questa cronaca: egli ha voluto testimoniare in favore di tutti coloro che sono morti a causa della peste e dire con semplicitá ciò che si impara nella sventura, e cioè che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare. Ma nello stesso tempo Rieux ha voluto ricordare ciò che hanno fatto e dovranno fare ancora tutti gli uomini che, non potendo essere santi e rifiutando di accettare i flagelli, si sforzano tuttavia di essere medici. Il bacillo della peste, infatti, non muore e non scompare mai.

Tradotto in diverse lingue, il romanzo si impose subito come un avvenimento. Grazie al suo simbolismo polivalente, ogni lettore ha potuto infatti trovarvi di che soddisfare la propria preoccupazione del momento: morale, metafisica o storica. Nell'attribuire a Camus il premio Nobel nel 1957 l'Accademia Svedese ricordava che «La Peste è un'opera che mette in luce con penetrante serietá i problemi che vengono posti, ai giorni nostri, alla coscienza degli uomini».