I promessi sposi

I promessi sposi sono preceduti da un'Introduzione, nella quale il Manzoni racconta di aver rinvenuto un vecchio autografo del Seicento, anonimo, contenente una storia così bella da non aver saputo resistere alla tentazione di farla conoscere; senonché, essendo scritta in una forma scorretta, goffa e sgangherata, da un povero secentista educato alla scuola di quel secolo, egli aveva pensato di prendere dal manoscritto la serie dei fatti e, ripudiando il suo stile, sostituirgliene un altro più forbito e moderno. Di quello stile declamatorio, ampolloso e fiorito, tutto concettini e figure, dozzinale e scorretto, egli stesso dá un argutissimo saggio in una pagina che comincia: «L'historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il tempo...». L'invenzione dell'Anonimo, oltre a dare maggior carattere di veritá o di verosimiglianza al racconto, scritto, come si suppone, da un contemporaneo, risponde anche ad altri intenti dell'autore, tra cui quello di poter tacere, secondo l'opportunitá, nomi di luoghi o di personaggi, e introdurre considerazioni e commenti senza alterare l'oggettivitá della narrazione con il mettere in evidenza la propria persona, ma attribuendoli all'Anonimo, la cui figura è presente o assente, chiara o sbiadita, come piace al Manzoni di rappresentarcela, e, insomma, asseconda, quale docile strumento, il gioco di sottile arguzia e di fine ironia che ha tanta parte nella tecnica manzoniana.Il romanzo consta di 38 capitoli, nei quali, fedele al suo principio di voler rispettare il più possibile la storia, il Manzoni svolge il filo dell'azione intorno a due umili personaggi immaginari, abitanti del contado di Lecco, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, le cui vicende non possono in alcun modo offendere o contrastare la veritá storica, e la cui condizione si presta a rappresentare liberamente quella del popolo lombardo ai tempi del predominio spagnolo. La materia del romanzo si potrebbe considerare distinta in quattro parti. La prima (capitoli I-VIII) inizia il 7-XI-1628 con il famoso incontro di don Abbondio con i bravi di don Rodrigo, che gli intimano, sotto minaccia di morte, di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, incontro dal quale ha origine la serie dei guai del pauroso curato e dei promessi sposi, destinati a rimaner tali per lungo tempo. Se si eccettuino le pagine in cui si racconta la giovinezza milanese di Lodovico (fattosi poi frate cappuccino con il nome di Cristoforo, dopo aver ucciso in duello un prepotente signorotto), l'azione qui si svolge tutta nel paesello di Renzo e Lucia, a Lecco, nel palazzotto di don Rodrigo e nel convento di Pescarenico, e ha come fasi culminanti il burrascoso colloquio nel quale Renzo, messo sulla strada dalle ciarle di Perpetua, la serva del curato, riesce a strappare a don Abbondio il nome di don Rodrigo, autore della persecuzione; l'andata di Renzo, per consiglio di Agnese, madre di Lucia, a Lecco, dal dottor Azzeccagarbugli, il quale lo scaccia in malo modo quando viene a sapere che si tratta di agire contro il potente don Rodrigo, suo riverito e temuto protettore; l'intervento di fra Cristoforo a conforto e difesa dei due perseguitati e il di lui contrasto drammatico con don Rodrigo, preceduto dalla descrizione del banchetto e seguito dal breve colloquio del frate con il vecchio servitore, che gli promette di tenerlo informato di quanto si trama, ai danni di Lucia, nel palazzo del signorotto; la decisione di Agnese e di Renzo, alla quale, dopo molte resistenze, aderisce anche Lucia, di celebrare il matrimonio di sorpresa, in casa di don Abbondio; la preparazione del piano tra Renzo, Tonio e Gervaso e la loro cena all'osteria, mentre, per ordine di don Rodrigo, i bravi, comandati dal Griso, concertano il rapimento di Lucia ed esplorano, travestiti da mendicanti, la casetta che sará il teatro della loro turpe impresa; le due spedizioni notturne che avvengono contemporaneamente: i promessi sposi e i due testimoni, aiutati da Agnese la quale intrattiene Perpetua, si introducono in casa di don Abbondio e lo sorprendono senza tuttavia riuscire nel loro intento, perché il curato impedisce a Lucia di pronunciare la formula e si rifugia nella stanza attigua gridando aiuto e provocando l'intervento del campanaro che suona a stormo. Nello stesso tempo, i bravi si recano alla casa di Lucia per rapire la fanciulla, ma trovano le stanze deserte e ai rintocchi della campana, che credono suoni per loro, fuggono precipitosamente e tornano scornati al loro signore.Frattanto Agnese, Lucia e Renzo, lasciata in fretta la casa di don Abbondio, si dirigono alla piazzetta davanti alla chiesa del convento di Pescarenico, dove sono accolti dal frate il quale ha giá tutto predisposto per mettere quei poveretti al sicuro, lontano dal paese, indirizzando le due donne a Monza, nel monastero della Signora, e Renzo a Milano presso il padre Bonaventura nel convento dei Cappuccini di Porta Orientale. I fuggiaschi prendono posto in una barca che trovano pronta ad accoglierli e, attraversato il lago, mentre Lucia dá un segreto doloroso addio ai suoi monti, approdano alla riva destra dell'Adda. In questa parte, che è la più ricca di vicende, l'azione si svolge dalla sera del 7 alla notte del 10-XI-1628, e si complica, in quella che si potrebbe considerare la seconda parte (capitoli IX-XIX), per avvenimenti che la conducono verso una fase disperata nella quale sembra trionfare, impunita, l'iniquitá. Infatti Renzo, giunto in Milano la mattina dell'11 novembre, trova la cittá in subbuglio e poi in tumulto per la carestia; mosso dalla curiositá, rimanda a più tardi la visita al padre Bonaventura, e, dopo aver assistito al sacco che il popolo dá al forno delle grucce, s'immischia, a fin di bene, nella sommossa, aiutando come può il cancelliere Ferrer a porre in salvo il vicario di provvisione assediato dalla folla nel suo palazzo. Ma, scambiato dai birri per uno dei caporioni, e compromessosi, nell'osteria della Luna piena, con alcuni discorsi suggeritigli in parte dai suoi casi e dal vino bevuto in abbondanza, la mattina dopo corre rischio di essere arrestato; si salva con la fuga, attraversa l'Adda e si rifugia a Bergamo, nel territorio della Serenissima, presso il cugino Bortolo, dove apprende la sua condanna a morte, in contumacia, che gli impedisce di tornare in Lombardia. Durante la sua assenza, mentre Lucia, rimasta sola nel monastero di Monza, sta per essere tradita dalla Signora, fra Cristoforo, in seguito a un diplomatico colloquio del conte zio (a cui si è rivolto il conte Attilio, cugino di don Rodrigo) con il padre provinciale, è trasferito da Pescarenico a Rimini, e così, rimossi i principali ostacoli, don Rodrigo sembra essere rimasto padrone del campo. Ma, proprio alla vigilia della catastrofe esteriore, ecco compiersi quella spirituale, come nelle tragedie, nella terza parte (capitoli XX-XXVI), con la conversione dell'Innominato, al quale don Rodrigo si è rivolto per avere Lucia in suo potere. L'Innominato, senza troppo riflettere, più per l'abitudine del male che per altro, promette il suo aiuto e, per rapire Lucia dal monastero, si vale di Egidio, devoto strumento delle sue scelleratezze, il quale ha una peccaminosa relazione con la Signora di Monza ed esercita su di lei un malefico ascendente. La Signora, Gertrude, della quale il Manzoni ha narrato ampiamente la storia nei capitoli IX e X (di nobilissima famiglia, è stata costretta a monacazione forzata), non ha la forza di ribellarsi a questo nuovo delitto e abbandona Lucia indifesa nelle mani dei suoi persecutori. Fatta uscire dal monastero con un pretesto, Lucia è rapita dai bravi che l'attendono, e portata al castello dell'Innominato, dove il suo aspetto sconvolto, le sue lagrime e le sue umili implorazioni riescono a provocare un intimo turbamento nell'animo di quell'uomo, nel quale una lunga serie di delitti pareva avesse oramai soffocato ogni senso di pietá. Mentre la poveretta, che ha trascorso lunghe ore di angoscia, trova conforto nella preghiera e, affidando la sua salvezza alla Vergine, pronuncia il voto di castitá e di rinuncia a Renzo, dopo di che sente «entrar nell'animo una certa tranquillitá, una più larga fiducia» e verso l'alba si addormenta «di un sonno perfetto e continuo», l'Innominato, nella sua stanza, si dibatte paurosamente entro una terribile crisi di coscienza giá da tempo preparata lentamente e ora affrettata dal pianto e dalle parole di Lucia. Rappresentata con drammatica potenza e con perfetta penetrazione psicologica, questa scena ci fa assistere alla lotta tra il male e il bene, tra l'uomo vecchio e l'uomo nuovo, lotta che approda alle soglie del suicidio. Ma l'immagine del suo cadavere deformato, il pensiero della gioia dei suoi nemici e il terrore d'una vita eterna lo trattengono dall'uccidersi, mentre un incerto barlume di speranza, come un presagio di redenzione, gli scende in cuore al ricordo delle parole di Lucia: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia». E dopo una notte terribile, sull'albeggiare, giungono a lui gli squilli delle campane della vallata che festeggiano la visita pastorale del cardinale Borromeo. Come spinto da una sùbita forza interiore, l'Innominato decide di recarsi anch'egli dal cardinale che, con mirabile intuito, lo accoglie con quelle parole che sono le più opportune per rinsaldare in lui la volontá e maturare i germi della conversione; d'ora innanzi egli, sinceramente ravvedutosi, eserciterá nel bene quella forza attiva che per l'addietro aveva usata nel male, e, prima di ogni altra cosa, provvede alla liberazione di Lucia. Accompagnato da don Abbondio, che ha sempre in corpo una paura maledetta, e da una buona donna, egli torna subito al castello a dar la lieta notizia e a chieder perdono a Lucia, che, finalmente salva, potrá presto abbracciare la madre e troverá poi ricovero a Milano nella casa di donna Prassede e di don Ferrante. Questa parte del romanzo, nella quale la Divina Provvidenza appresta a Lucia la salvezza valendosi proprio di colui che doveva essere lo strumento della più iniqua persecuzione, si conchiude con le pagine del colloquio tra il cardinale Federigo e don Abbondio, il quale, quantunque nel suo gretto egoismo non riesca a comprendere il linguaggio del suo vescovo che gli parla di missione sacerdotale, di dovere e di spirito di sacrificio, tuttavia intuisce la grandezza spirituale di quell'uomo e la presenza, nel mondo, di qualche cosa che supera i limiti meschini del vantaggio individuale, di una forza che non conosce ostacoli, che trascina, santifica e trionfa; e per un attimo, quasi paurosamente, ne è commosso ed esaltato.Nella quarta parte (capitoli XXVII-XXXVIII) il racconto delle vicende di Renzo e Lucia si inserisce in quello, più ampio, di grandi avvenimenti pubblici, dolorosi e funesti, la carestia, la guerra e la peste, che sconvolgono i disegni degli uomini secondo l'intento della Provvidenza.Alla calata dei lanzichenecchi segue lo scoppiare fulmineo e il rapido diffondersi della pestilenza, da essi portata, la quale continua, declinando a poco a poco, fino al 1631. Nel turbamento e nello scompiglio generale, al passaggio delle truppe, l'Innominato offre sicuro asilo nel suo castello ai valligiani, tra cui Agnese, don Abbondio, sempre diffidente e pauroso, e Perpetua che, al ritorno, trovano la casa saccheggiata; e, durante l'infuriare della peste, mentre i magistrati non sanno prendere opportune misure sanitarie e le energie si esauriscono nei feroci e stolti processi agli untori, in mezzo agli orrori fisici e morali d'ogni genere e ai turpi spettacoli offerti dai monatti e dai lugubri cortei di carri, con i cadaveri d'appestati, si ergono, esempio di virtù eroica, le figure del cardinale Borromeo, di padre Cristoforo e di padre Felice, e si svolgono, consolatrici, le scene del Lazzaretto, ispirate a sensi di umana pietá, e ci commuove profondamente il dolore, accorato e composto, della madre di Cecilia, nel momento in cui essa scende dalla soglia della sua casa portando in collo la bimba morta, e si avvia a deporla, con atto gentile di pietá e di vigile affetto materno, sul carro, senza affidarla alle mani del monatto. Nella generale confusione prodotta dal morbo, Renzo, che si era allogato come operaio nella fiorente industria della seta del Bergamasco, può tornarsene a Milano, senza paura del contagio perché egli ha giá avuto la peste ed è guarito, a cercare di Lucia. Dopo varie peripezie la trova nel Lazzaretto, viva e anch'essa guarita, ma la sua gioia è turbata dal pensiero del voto fatto da Lucia alla Vergine. Il padre Cristoforo, che Renzo ha giá incontrato nel Lazzaretto, dove prodiga il suo ardente zelo nell'assistenza agli appestati, interviene, con l'autoritá della Chiesa, a sciogliere Lucia dal voto, ma prima ha giá riportato un'altra sua grande vittoria ottenendo il perdono di Renzo per don Rodrigo, il quale, colpito dalla peste e tradito dal Griso, è caduto in mano dei monatti e sta morendo sopra un misero giaciglio. Il male, di cui è giá rimasto vittima il conte Attilio, si porta via anche il prepotente signorotto, ma in compenso, purtroppo, non risparmia neppure fra Cristoforo, che muore sulla breccia, come un prode soldato del più santo dei doveri.L'erede di don Rodrigo, di animo ben diverso da costui, riesce a liberare Renzo dall'ingiusta condanna che ancora grava su di lui, e accoglie nel suo palazzotto, per il pranzo di nozze, i due promessi sposi, quando, ritornati con sicurezza al loro paese, essi possono finalmente vedere il loro amore benedetto da don Abbondio, il quale ormai non ha più paura di don Rodrigo; anche Agnese è salva, e al festino manca solo Perpetua, morta di peste. Dopo tanti guai, da loro non provocati, e tanti ingiusti dolori, Renzo e Lucia possono alfine godere, in una vita operosa e tranquilla, le gioie che ha loro riserbate la Provvidenza, nella quale essi hanno sempre confidato, con quella fiducia che aiuta a sopportare e a superare la sventura quando ci colpisce senza che noi ne abbiamo colpa.