Saggi (Montaigne, de)

L'opera fu composta tra il 1572 e il 1592. Essa conobbe una prima edizione, comprendente due libri, a Bordeaux nel 1580; al 1588 risale, invece, un'edizione parigina in tre libri, con numerose aggiunte rispetto alla precedente. Ma l'edizione definitiva è quella postuma (Parigi, 1595) tratta da un esemplare dei Saggi, il cosiddetto esemplare di Bordeaux, al quale, negli ultimi quattro anni di vita, Montaigne aveva apportato ulteriori importanti aggiunte. Su questo esemplare si basano, in genere, anche le edizioni moderne dei Saggi che, con particolari accorgimenti grafici, consentono al lettore di seguire lo sviluppo progressivo del pensiero di Montaigne. I tre libri sono suddivisi in capitoli di dimensioni disuguali ad ognuno dei quali corrisponde un saggio. I loro argomenti, spesso solo sommariamente indicati dai titoli, sono estremamente vari. Per quanto, infatti, il principio ispiratore fondamentale di Montaigne sia quello, attraverso i Saggi, di descrivere se stesso (come testimonia la breve premessa al primo libro), la sua riflessione filosofica spazia dalla storia alla politica, dalla religione alla morale. I Saggi sono, inoltre, costantemente intessuti di citazioni tratte da autori classici, soprattutto latini, il cui commento costituì il punto di partenza stesso dell'opera.L'autobiografia e il ricorso alla tradizione classica accompagnano, nei Saggi, l'osservazione dell'uomo in tutte le sue manifestazioni: nelle passioni, negli stati d'animo che lo caratterizzano, come nei comportamenti, nelle scelte morali di cui è responsabile. Dei 57 capitoli di cui si compone il primo libro, alcuni sono, ad esempio, dedicati alla tristezza, alla pigrizia, alla menzogna, alla vigliaccheria, alla paura, altri alla costanza, alla fermezza di fronte alla morte, al senso dell'amicizia, a quello della moderazione, all'accettazione della solitudine; altri ancora a situazioni più specifiche in cui l'essere umano è coinvolto, dettate dalla vita politica, diplomatica e persino militare, sebbene anche da queste ultime Montaigne tragga sempre considerazioni di una portata più generale.Spiccano in questo primo libro per ampiezza e per densitá di contenuto alcuni saggi. Nel capitolo XIV dal titolo Che il gusto dei beni e dei mali dipende in buona parte dall'opinione che ne abbiamo (Que le goust des biens et des maux dépend en bonne partie de l'opinion que nous en avons) Montaigne si serve, secondo un procedimento tipico dei Saggi in genere, di una vasta gamma di esempi per mostrare la diversitá e la relativitá delle opinioni nei confronti dei problemi che la condizione umana pone (la povertá, la malattia, il dolore, la morte) e il carattere soggettivo delle soluzioni che l'uomo può dare a questi stessi problemi. L'uomo vittima dei pregiudizi e incapace di esercitare il proprio spirito critico anche di fronte ai mali è , secondo Montaigne, privo di libertá. Le facoltá intellettuali di cui dispone possono rivelarsi illusorie.Che non esistano mali in sé, ma solo quelli che gli uomini sono portati a considerare come tali per abitudine è quanto Montaigne sostiene anche nel capitolo XX, Che filosofare è imparare a morire (Que philosopher c'est apprendre á mourir) dove nella ricerca di una saggezza di fronte alla morte è additato il principale scopo della filosofia e dove si ritrovano le sfumature di volta in volta stoiche, epicuree e scettiche tipiche dell'intera opera. Secondo un'altra caratteristica dell'opera per cui un tema non s'esaurisce all'interno di un solo saggio ma viene costantemente ripreso, nel capitolo XXIII Montaigne ribadisce il concetto del relativismo delle opinioni, estendendolo al problema in esso trattato del rapporto dell'indi-viduo con le leggi e i costumi del paese all'interno del quale vive. Facendo allusione alla Francia del tempo, dilaniata dalla guerra civile, Montaigne approda nella sua riflessione alla distinzione tra libertá interiore e conformismo esteriore come rispetto della tradizione che assicura la pace dello Stato.Il capitolo XXV, Del pedantismo (Du pédantisme), approfondisce il problema del sapere: Montaigne contrappone al sapere superficiale ed esteriore del pedante la ricchezza morale del saggio. La stessa opposizione è alla base dei principi pedagogici che Montaigne fissa nel capitolo successivo dedicato all'educazione dei bambini, capitolo che Montaigne arricchisce con ampi riferimenti all'esperienza personale e al proprio metodo di ricerca filosofica fondato su un costante e inappagato desiderio di conoscere se stesso. L'educazione deve, secondo Montaigne, conciliarsi con le inclinazioni naturali dei bambini non soffocandole, deve favorire in loro una vasta curiositá non soltanto legata ai libri, ma aperta alle molteplici esperienze della vita. Lo scopo ultimo del sapere è infatti, secondo Montaigne, quello di permettere all'individuo di vivere in armonia con la natura godendo con moderazione dei piaceri che la vita offre. Tra questi, e in primo piano, Montaigne colloca l'amicizia alla quale è dedicato il capitolo XXVIII, Dell'amicizia (De l'amitié), denso di allusioni personali al profondo legame con étienne de la Boétie e alla dolorosa esperienza della sua morte avvenuta nel 1563.Risalta per originalitá di contenuto il capitolo XXXI, Dei cannibali (Des cannibales), costituito da una serie di riflessioni sul Nuovo Mondo della cui realtá, all'epoca, l'Europa cominciava a prendere coscienza. Montaigne ribalta suggestivamente il concetto di barbarie: più vicine ad una natura non ancora soffocata dai prodotti negativi dell'arte e della cultura, le popolazioni selvagge del Nuovo Mondo, secondo Montaigne, sono per questo più felici: vivono in una mitica etá dell'oro.Il capitolo XXXIX, Della solitudine (De la solitude), affronta, invece, il complesso problema della dimensione sociale dell'individuo che deve trovare in se stesso, nel proprio spazio interiore (il «retrobottega» dell'anima, secondo la metafora usata da Montaigne) le ragioni della propria felicitá, eludendo la schiavitù degli obblighi come dei piaceri mondani, sfuggendo alle passioni sociali.Il secondo libro (in tutto 37 capitoli) ricalca in parte la struttura del precedente presentando una serie di saggi su diversi aspetti dell'antichitá classica; in altri Montaigne prosegue la sua riflessione sull'uomo, su alcune forme del suo comportamento, della sua condotta morale, e su alcune delle sue passioni fondamentali, come testimoniano, ad esempio, i capitoli XI, Della crudeltá (De la cruauté), XVI, Della gloria (De la gloire), XVII, Della presunzione (De la praesumption), XIX, Della libertá di coscienza (De la liberté de conscience), XXIX, Della virtù (De la vertu), XXXI, Della collera (De la colè re).Incostanza dell'io, volubilitá dell'uomo nei desideri, nelle opinioni, nei costumi: l'uomo è un essere che si contraddice, mai identico a se stesso nel tempo e nello spazio, come Montaigne afferma nel saggio con cui s'apre il secondo libro, Dell'incostanza delle nostre azioni (De l'inconstance de nos actions). Ma il nucleo del secondo volume dei Saggi è , senza dubbio, rappresentato dal lungo capitolo XII, l'Apologia di Raimondo Sebondo (Apologie de Raimond Sebond) in cui Montaigne commenta ironicamente l'opera (la Theologia naturalis) di un umanista catalano del sedicesimo secolo, demolendo l'idea che l'uomo possa arrivare a Dio con l'aiuto della sola ragione e ridimensionando la posizione dell'uomo nell'universo. Montaigne oppone alla debolezza della ragione umana, incapace di attingere la veritá, la grazia divina, e la fede sulla quale sola l'uomo deve fondare il proprio rapporto con Dio, condannando ogni forma di vanitá, di fanatismo religioso e, in particolare, l'asservimento della fede a dei fini egoistici, a degli interessi mondani come nel caso delle guerre di religione. Più di ogni altro rivelatore dell'atteggiamento di Montaigne nei confronti della fede e del rapporto tra l'uomo e Dio, il capitolo è ricco di frequenti rinvii ai contenuti della Bibbia e, nello stesso tempo, passa in rassegna l'articolarsi delle principali correnti filosofiche dell'antichitá (epicureismo, stoicismo, scetticismo) rispetto al problema della conoscenza. La riflessione di Montaigne nell'Apologia si sviluppa, inoltre, in modo organico attraverso un lungo confronto tra l'uomo e le altre creature dell'universo: non occupando una posizione di superioritá nella natura, privo di particolari attributi che lo distinguano dagli animali, l'uomo non rappresenta il microcosmo, il centro dell'universo che riflette in sé i diversi aspetti del creato (o del macrocosmo) come la filosofia rinascimentale aveva spesso sostenuto. La sua miseria consiste, secondo Montaigne, nella presunzione, nella vanitá che lo porta a dimenticare i limiti della propria scienza e a non ammettere la propria ignoranza. I sensi, punto stesso di partenza attraverso i quali l'esperienza conoscitiva dell'uomo si attua, sono di per sé illusori, come illusoria è la vita umana soggetta al tempo e alla morte.Meno numerosi sono i saggi del terzo libro (13 in tutto) che si distinguono da quelli contenuti nei libri precedenti per le loro dimensioni più ampie e per i sempre più frequenti riferimenti di carattere personale da parte di Montaigne. Nel Dell'utile e dell'onesto (De l'utile et de l'honneste), il capitolo I che ripropone il problema della morale pubblica e privata, Montaigne denuncia lo scarto tra ideale e reale, la degradazione dei principi etici e religiosi che l'uomo idealmente si prefigge ma che, nella pratica, è continuamente costretto a trasgredire. Mossi dalle passioni più elementari come la gelosia, l'invidia, la vendetta, la superstizione, gli uomini sono dal punto di vista morale, secondo Montaigne, degli esseri imperfetti. Le stesse condizioni si ritrovano nella sfera pubblica dove però il ricorso all'ingiustizia, alla menzogna o al tradimento, appare a Montaigne più legittimo qualora esso obbedisca ad una necessitá fondamentale: la salvezza o la pace dello stato. L'uomo è esposto, come Montaigne afferma nel capitolo II, Del pentimento (Du repentir), alle perenni oscillazioni della sua coscienza morale; per questo il proposito dello scrittore parlando di sé come dell'uomo in generale, poiché «ogni uomo porta dentro l'intera forma della condizione umana», non è tanto di descrivere l'essere quanto il divenire, il rapido mutare dell'animo umano nel tempo («Io non dipingo l'essere. Dipingo il passaggio»). Alle azioni di ogni individuo fanno spesso seguito i pentimenti, i rimorsi, le incertezze legate al fatto, secondo Montaigne, che i comportamenti come la morale che li regola siano dettati dal rapporto con gli altri, che ognuno cerchi non nella propria coscienza interiore, ma nell'approvazione, nel giudizio altrui, le ragioni del proprio agire. La societá procura, comunque, all'uomo alcuni dei piaceri fondamentali della vita, qualora il rapporto con gli altri non si trasformi in obbligo: all'amicizia, al rapporto tra individui di sesso opposto Montaigne accomuna, nel capitolo III, Dei tre commerci (De trois commerces), quella sorta di vera e propria relazione umana che l'individuo instaura con i libri dai quali può trarre conforto in situazioni come la solitudine e la vecchiaia che lo privano dei piaceri sociali. Il capitolo V, Su dei versi di Virgilio (Sur des vers de Virgile) approfondisce l'esame della passione d'amore, che Montaigne distingue dal matrimonio: su quest'ultimo, sulla famiglia e sugli obblighi che essa presuppone deve fondarsi solidamente la societá. L'amore è , invece, passione più instabile; essa è inoltre indissociabile dalla voluttá, dai piaceri legati ai sensi, per quanto l'uomo tenti spesso di nasconderli o mascherarli artificialmente.Mentre nel capitolo VI, Delle carrozze (Des coches), Montaigne torna sulla problematica del Nuovo Mondo di cui gli europei hanno causato la decadenza e la rovina con le loro scienze e le loro arti, e su quella dei beni illusori (la fama, la gloria, gli onori pubblici) che l'uomo insegue trascurando quelli naturali, il problema del sapere e dei suoi limiti è ripreso nei due capitoli del terzo libro con cui i Saggi si concludono: il capitolo XIII, Della fisionomia (De la phisionomie) e il capitolo XIII, Dell'esperienza (De l'experience). Il vero compito del saggio non è tanto, secondo Montaigne, quello di accumulare il sapere, di farne sfoggio, o di difendere ostinatamente le proprie opinioni con la convinzione che esse rappresentino la veritá. La scienza è spesso segno di corruzione, la curiositá, se spinta oltre certi limiti, può originare solo mali; i suoi eccessi sfociano nel fanatismo, nella mancanza di rispetto per gli altri, procurano all'uomo un sapere estraneo alle vere esigenze della vita; più spesso l'ignoranza gli consente di essere felice, di vivere tranquillamente seguendo i dettami della natura che sola costituisce la regola infallibile della virtù. Se, secondo Montaigne, la curiositá è un desiderio naturale, la veritá sfugge costantemente all'uomo; la sua ricerca non ha termine. Per questo essa deve condurre l'uomo all'ammissione della propria ignoranza, e dei propri limiti, alla continua constatazione di sapere di non sapere, e ad un'accettazione totale, infine, delle leggi della condizione umana che comportano oltre al piacere, anche il dolore e la morte; mali, questi, ché non devono generare nell'essere umano un disprezzo della vita contrario alla natura.