Faust

Il protagonista dell'opera è ripreso dall'antica tradizione popolare del mago, alchimista, pseudomedico e umanista dottor Faust, personaggio la cui veritá storica è fuori dubbio anche se difficilmente inquadrabile e sulla quale fiorirono, fin dal Cinquecento, aneddoti ed episodi confluiti poi in varie raccolte scritte. Goethe conosceva fin da bambino la prima di tali raccolte, pubblicata in Germania nel 1587 da Johann Spies (-> Storia del dottor Faust, ben noto mago e negromante), che aveva ispirato tra l'altro la -> Tragica storia del dottor Faust di Christopher Marlowe nel 1594 e un frammento di Lessing rimasto incompiuto.Il mitico personaggio viene però da Goethe profondamente trasfigurato alla luce delle sue esperienze personali e diviene l'elemento di coesione di un'opera che, per le diverse fasi in cui venne composta, si presenta per altri versi scarsamente unitaria.Dopo la «dedica» nella quale il poeta, ormai quasi cinquantenne, rievoca, con nostalgia e dolore, ombre di amici e amori della lontana giovinezza, e il «prologo sul teatro», un colloquio fra il Direttore del teatro con le sue esigenze di un successo materiale, il Comico con il suo buon senso e il suo istintivo ottimismo e il Poeta che vuole la sua creazione artistica libera da ogni asservimento, abbiamo il «prologo in cielo». Il Signore (der alte Herr) che conosce Faust e ammira in lui il suo tendere verso l'infinito e lo sforzo spirituale di varcare i limiti della conoscenza e della natura finita, ed è quindi convinto che tutto ciò lo salverá, scommette con Mefistofele che gli concederá l'anima di Faust se sará capace di deviarlo dalla sua istintiva via verso il Bene e condurlo verso il Male. Nel suo studio Faust cerca invano, con le sole forze del suo intelletto, risposta agli ultimi perché. Tutta la sua scienza lo delude. Un richiamo della natura non lo libera. Le forze della magia non sono sufficienti. La visione dello spirito della terra e della vita lo abbaglia, perché la sua esperienza è ancora limitata, ristretta alle cose terrene e non universale. Ad acutizzare in lui il dolore per questo suo limite e il dramma fra il suo desiderio di essere e di diventare superumano e la sua limitata umanitá, compare Wagner, il suo assistente, nel quale Goethe vuole colpire la cultura formalistica ed esteriore del tempo. Per liberarsi dalla sua disperazione interiore, Faust pensa a un suicidio, ma il suono delle campane di Pasqua, che rievoca nel suo animo vibrazioni e sentimenti della lontana giovinezza, allontana dalle labbra di lui la coppa fatale. Durante una passeggiata - cielo, natura, primavera, folla giuliva e festosa che saluta con rispetto e venerazione il dotto Faust - questi sente acuto in sé il dissidio fra elemento terreno e divino, spirito e materia, idea e senso, fra il tendere verso il cielo e l'attaccamento alla terra. Uno strano cane barbone lo segue sulla via del ritorno. Rientrato fra i suoi libri, Faust, spinto a ciò dal gioioso contatto con la natura e con gli uomini, cerca nel Nuovo Testamento una parola che gli sveli il mistero che lo tormenta. Ma il cane barbone non gli dá pace e Faust, che ha intuito in lui qualche cosa di straordinario con l'aiuto della magia, obbliga Mefistofele, che si nasconde nel cane, a comparirgli innanzi. Faust crede di averlo suo prigioniero, ma Mefistofele lo addormenta in sogni piacevoli e si allontana, per ritornare non più nelle vesti di goliardo, in cui prima gli era apparso, ma in abito di cavaliere spagnolo, e propone a Faust un reciproco patto. Egli sará agli ordini di Faust nell'al di qua e questi sará suo servo nell'al di lá. Faust è in tale stato di pessimismo, di delusione che, attratto dallo strano patto, lo accetta. Egli chiede a Mefistofele, spirito materialistico, scettico, realistico, cose e piaceri terreni, ma - e qui è il nocciolo del patto - se Mefistofele riuscirá a spegnere in lui il suo aspirare, il suo tendere, e a placarlo in un materialismo gretto e meschino, egli si dichiarerá vinto e indifferente al proprio destino. Con ciò Faust viene a stringere anche un patto con se stesso: rinunciare alle mete a cui la sua anima tende sempre, nonostante tutte le delusioni, vorrá dire aver rinunciato al meglio di sé. Vivere, agire, operare, tendere verso l'alto, divenire di esperienza in esperienza, formarsi, sia pure con l'aiuto di Mefistofele, egli deve. Se non ne sará capace, avrá tradito se stesso, sará diventato preda di chi gli deve essere mezzo. Dopo l'episodio dell'incontro di Mefistofele, nelle vesti di Faust, con lo studente - una satira al mondo universitario di allora - i due, ormai legati dal patto, si levano a volo verso il mondo borghese e della corte.La prima tappa è nella cantina di Auerbach, a Lipsia, dove Mefistofele dá saggio delle sue arti, facendo zampillare dal tavolo vini di varie qualitá. Faust assiste un po' assente e lontano. Gli studenti, ebbri e spaventati dagli strani fenomeni, stanno per azzuffarsi. Mefistofele e Faust si allontanano a cavalcioni di un barile, e giungono nella «cucina della strega», dove Mefistofele ringiovanirá Faust per prepararlo all'esperienza dei sensi. Ma quello che per Mefistofele non altro avrebbe dovuto essere che un appagamento dei sensi, sará, nel quasi religioso stupore e nell'inconscio desiderio di una perfetta bellezza che l'accompagnano, un amore che redime in sé la colpa alla quale è fatalmente congiunto. Faust incontra per via Margherita, semplice, pura, ingenua fanciulla del piccolo mondo borghese e si sente attratto verso di lei. Mefistofele, con le sue arti, favorisce un primo incontro, la sera, nel giardino, aiutati da Marta che è , di fronte alla sognante e appassionata innocenza di Margherita che si abbandona all'amore come a un sogno, il calcolo gretto e la sensale d'amore. Questo primo incontro si chiude con la dichiarazione d'amore di Faust a Margherita, il «tu» reciproco, il bacio e l'addio. Mentre Margherita sente il suo animo illuminato dall'amore elevarsi in una sfera più alta, Faust nella solitudine del bosco esita di fronte a questo richiamo d'amore quasi temesse di sciuparlo nel concederglisi. Ma Mefistofele vigila e, volendolo in preda agli istinti inferiori, suscita in lui il desiderio di Margherita, sicché Faust lo segue. Questi ritrova nel giardino di Marta la sua amata che ha perduto per lui la sua pace e l'ingenua gioia di vivere. Tenta un'ultima resistenza con l'aiuto della sua fede semplice, tradizionale, e chiede a Faust se crede in Dio, se va in chiesa. Ma questi le rivela il suo dio, anima del mondo, voce del mondo, sentimento che è in noi e fuori di noi, anima dell'universo. Ella sente che questo Dio è diverso dal suo, ma l'onda della passione che è in lei ed è anche senso materno, protezione, amore, la travolge, tanto che si concede a Faust nel suo stesso letto, dopo aver propinato alla madre che dorme nella stanza accanto un veleno che la uccide, credendolo un innocuo sonnifero che Faust, senza colpa anch'egli, le ha portato dopo averlo ricevuto da Mefistofele, che ella odia nella sua intuitiva vana difesa. Ma le compagne parlano; la meschina, pettegola limitatezza del mondo intorno turba questo amore che non conosce limiti; Margherita comincia a provare il senso di una colpa. Intanto il destino tragico incalza. Faust uccide, sotto le finestre di Margherita, il fratello di lei, Valentino. Ad aumentare la disperazione di Margherita per l'involontaria uccisione della madre e la sorte del fratello concorrono la certezza di essere madre e la lontananza di Faust che Mefistofele, temendo che questo amore potesse divenire in lui mezzo a una esperienza spirituale, a una catarsi interiore, ha trascinato ad assistere allo scatenarsi dell'orgia della notte di Valpurga, dove Faust sta per abbandonarsi a una bestiale e materiale voluttá dei sensi. Ma ecco che l'immagine di Margherita morta, con il collo segnato da un sottile cerchio rosso, appare a Faust e lo trattiene, lo fa rientrare in sé. Mefistofele, insistentemente richiesto da Faust, gli rivela la sorte di Margherita madre, infanticida, impazzita, in carcere, condannata a morte. In Faust è una ribellione morale, egli deve salvare la ragazza, invoca lo spirito della terra affinché annienti il cinico demone che gli sta accanto. Mefistofele cede e conduce Faust nel carcere dove Margherita, in delirio, canta una dolorosa canzone. Tutti i tentativi di indurre Margherita a seguirlo sono vani. Nella mente annebbiata della fanciulla la luce si fa a sprazzi, rievoca il dolce tempo lontano, ma è in lei il senso della realtá, della colpa e, più ancora, l'inconscio dovere dell'espiazione. L'apparizione, sulla soglia del carcere, di Mefistofele rafforza in lei il ridestarsi della sua coscienza morale, e respinge la salvezza che l'uomo, il quale, amato un tempo, ora le fa orrore, le porge.Mefistofele crede, nella sua limitatezza, Margherita condannata, ma una voce dall'alto la dice salva. Un grido di Margherita, il proprio nome pronunciato come un ammonimento, raggiunge Faust che Mefistofele conduce via. La vita continua, e nuove esperienze attendono.All'inizio della seconda parte Faust si desta, ristorato da un lungo sonno, in mezzo a un'accogliente natura. Mefistofele introduce ora il suo amico nel grande mondo, alla corte dell'imperatore. Stampando carta moneta che non ha valore reale ed è garantita da ipotetici tesori sepolti nel suolo dell'impero, Faust e Mefistofele danno a tutti una falsa illusione di ricchezza, L'imperatore li nomina custodi di questi tesori. Un giorno egli esprime il desiderio di vedere evocate le ombre di Elena e di Paride. Mefistofele, al quale, come personaggio cristiano, non è concesso di entrare nell'al di lá pagano, istruisce Faust sul modo in cui può giungere alle Madri, custodi eterne, divine, delle idee pure. Solo la forza e la virtù propria, non la magia aprono l'accesso a questo mondo lontano. Faust vi giunge e ritorna conducendo con sé, nel teatro dove l'imperatore e il suo seguito attendono, le ombre di Paride e di Elena. Mentre gli spettatori contemplano in Elena la bella donna, oggetto del desiderio dei sensi, Paride tenta di rapirla. Faust, per il quale Elena è il simbolo della bellezza assoluta, nella quale carne e spirito si identificano, vuole opporsi e averla per sé. Egli è pero ancora impreparato a questa conquista, che richiede conoscenza e comprensione della natura e dell'arte e del mondo antico. I fantasmi scompaiono e Faust cade al suolo svenuto.Fra la confusione generale Mefistofele fugge portando Faust con sé e lo depone, sempre privo di sensi, sul letto del suo studio gotico, dove gli era apparso la prima volta. Tutto attende Faust, ma Wagner non è più il fiducioso allievo, è , ormai, un giovane pieno di presunzione che nulla più vuole imparare dal suo maestro che, in realtá, altro non è che Mefistofele sotto le spoglie di Faust. Wagner si illude di creare, per forza di magia, l'uomo. Mefistofele con le sue misteriose capacitá fa sì che l'impossibile si compia e dal nulla nasce l'Homunculus, il quale svela a Mefistofele e a Wagner il sogno che passa nella fantasia di Faust svenuto, e consiglia di portare Faust in Grecia perché soltanto in quel mondo sereno e luminoso il suo risveglio potrá essere felice. Mefistofele, Faust e Homunculus partono, lasciando Wagner solo fra la polvere delle sue pergamene. Segue la classica notte di Valpurga, nella quale Homunculus scomparirá bruciato dal suo impeto di vita e dal suo amore per Galatea. Faust si desta cercando di Elena e chiedendone a chi incontra; Mefistofele nasconde, per entrare nel mondo greco, la sua figura di demonio nordico sotto la maschera di una Forcide. La grandiosa fantasmagoria della notte di Valpurga mette Faust a diretto contatto con il mondo antico, eleva l'anima di lui in una sfera di superiore vita spirituale e ne prepara l'incontro con Elena, la quale è arrivata, da Troia, a Sparta, nella sua reggia. Qui le si presenta Mefistofele sotto la maschera della Forcide e atterrisce con oscure minacce lei e le ancelle. Per sfuggire alla loro sorte, esse si affidano a lui ed egli le conduce oltre Sparta, in uno sfarzoso castello medievale, dove Faust, che dopo la notte di Valpurga può accostarsi a Elena, l'accoglie e ospita. Il mondo nordico, romantico, sentimentale, e quello classico, mediterraneo e ingenuo, si fondono nel bel paese d'Arcadia, dove Faust ed Elena si trasportano. Dalla loro unione nasce Euforione che al senso classico per la bellezza, derivatogli dalla madre, unisce la moderna inquietudine del padre. In un impeto di desiderio verso l'alto, verso le lotte dello spirito, in una vita eroica egli varca i limiti del finito e muore. Elena segue il figlio nell'al di lá, e il coro intona un inno per Euforione, nella sorte del quale Goethe adombra quella del Byron in Grecia.Faust ritorna in Germania e ritrova l'imperatore da lui salvato con la legale truffa della carta moneta. Con l'aiuto di Mefistofele e di Faust egli sconfigge l'anti-imperatore. In ricompensa dei servigi prestati, Faust chiede in feudo una striscia di terra, lungo la spiaggia del mare, e inizia una nuova titanica impresa: strappare alle onde sempre nuove terre. E nascono cittá, porti ai quali arrivano battelli da lontane terre, sorge un mondo tecnico, meccanico; Faust vuole però per sé anche una casetta, una chiesa, dei tigli, proprietá di due vecchi, Filemone e Bauci, per i quali ha fatto preparare una nuova abitazione.I suoi ordini vengono malamente eseguiti: in un breve scontro i due vecchi vengono uccisi, e casa, chiesetta e tigli sono preda delle fiamme. Un senso di colpa investe Faust. Il titano si fa uomo. Si presentano a lui la Penuria, l'Insolvenza, la Cura, l'Inedia. Tre di esse però si allontanano, ma non la Cura, che è il desiderio e il timore dell'avvenire, l'ansia dell'ignoto che attende. Faust resiste anche agli attacchi della Cura e, se pur riconosce che esiste un limite al valore e al potere umano, non rinuncia ad agire e a fare, entro questi limiti e con le sole forze umane. La Cura lo acceca per piegarlo, ma Faust vede ormai con gli occhi dell'anima e, mentre Mefistofele gli fa preparare la fossa, egli illuso da quei colpi di piccone, crede sia dato inizio alla sua ultima opera con la quale un pantano viene trasformato in terra ferace - non per sé, ma per gli altri - dove, dopo di lui, generazioni liberamente attive vivranno felici, conquistandosi giorno per giorno la libertá e la vita. Con questa ultima visione, con questo ultimo sogno, nel presentimento di questo attimo felice ancora lontano, ma al quale potrebbe dire: «fermati, sei bello», Faust muore. Mefistofele, che ha sempre capito poco di Faust, crede che l'anima di lui debba appartenergli, ma Faust, pur errando, non si è mai staccato dalla vera e giusta via, che non è quella convenzionale ed esterna, passivamente ossequiente, ma quella dove, pur cadendo, l'uomo si risolleva e continua a operare, fare, desiderare, tendere. Così Faust è salvo. Gli angeli sconfiggono, dopo vivace lotta, Mefistofele e i suoi demoni, e trasportano l'«immortale» di Faust in una regione che è come al limitare della terra, dove spirano aure celesti e creature del cielo attendono. Un desiderio di ascesa, una fiamma di liberazione, un lirico vibrare accompagnano l'ultima scena. Il dott. Marianus saluta la Vergine Maria, tre penitenti pregano per un'altra penitente che si chiamò un giorno Margherita. Ed essa, superate le pene di allora, invoca uno sguardo benigno sopra la sua felicitá: l'amato di un tempo ritorna. Margherita con il suo sacrificio e la sua espiazione ha avviato Faust oltre la sensualitá gretta, verso un più alto palpito di vita; si eleva ora con Maria, e Faust la seguirá. Il coro chiude il dramma: «Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l'imperfetto qui si completa, l'ineffabile è qui realtá, l'eterno femminino ci attira verso l'alto». Così, con motivi e immagini che ricordano il paradiso dantesco e gli affreschi del Camposanto di Pisa, si chiude il poema.