Decameron

Il Decameron, dedicato alle donne, incomincia con la descrizione della peste, che imperversa a Firenze e nel contado: uomini e animali muoiono a migliaia, i pochi rimasti sani o lasciano la cittá, o fanno vita ritiratissima, o, al contrario, si danno a bagordi, quasi sfidando il male. Caduta la «reverenda autoritá delle leggi», si sfrenano i peggiori istinti e muore la compassione: gli ammalati sono abbandonati alla loro sorte e i morti, senza alcuna onoranza, sono gettati in fosse comuni dai becchini, uomini turpi e pronti ad approfittare di ogni cosa. A questo quadro senza luce si contrappone il desiderio di vita e di onestá di sette giovani donne rimaste sole al mondo, «savia ciascuna e di sangue nobile, e bella di forma, e ornata di costumi e di leggiadra onestá» (Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa), che accertano la proposta di una di esse di andare a vivere in una villa in campagna, facendo una scelta secondo ragione, per evitare la tristezza e la perniciosa contemplazione dei degenerati costumi e salvarsi; al gruppetto si aggiungono tre giovani uomini (Panfilo, Filostrato e Dioneo), «assai piacevole e costumato ciascuno». Idillico è il luogo in cui essi «con puro e fratellevole animo» si ritirano; decidono che ogni giorno sia eletto un re o una regina che disponga le occupazioni della giornata; Pampinea, la prima eletta, propone vari onesti divertimenti e, tra l'altro, che ciascuno, nell'ora più calda, all'ombra degli alberi, racconti una novella. Quest'ordine di cose si ripeterá ogni giorno e ogni giorno saranno descritte le altre occupazioni dell'onesta brigata: è la così detta cornice, nella quale sono racchiuse le novelle del Decameron.Pampinea lascia libera la scelta dell'argomento delle novelle della giornata. Molte di esse si svolgono intorno al tema di una risposta pronta e intelligente (l'intelligenza è uno dei motori del mondo del Decameron), che salva da una situazione difficile, e ne delineano, in un quadro rapido ma preciso per l'essenzialitá del tocco, l'occasione. Esemplare è , in questo senso, la terza novella, il cui argomento era stato giá trattato in modo scarno dal Novellino e sará fecondo di futuri sviluppi nella letteratura: il Saladino, celebre sultano del secolo XII, più volte ricordato dal Boccaccio, trovandosi in gravi difficoltá finanziarie e temendo un rifiuto da parte del ricco usuraio ebreo Melchisedec, che solo avrebbe potuto aiutarlo, nell'intento di tendergli un tranello per giungere alla sua condanna e quindi alla confisca dei suoi beni, gli domanda quale delle tre religioni, «la giudaica o la saracina o la cristiana», egli reputi vera; l'intelligente Melchisedec, subodorato l'inganno, gli risponde con la famosa novella dei tre anelli: un'antica tradizione familiare voleva che un prezioso anello passasse sempre al figlio prediletto, ma un padre, avendo tre figli ugualmente cari, ne fa fare due perfette copie e dona, morendo, un anello ad ogni figlio; questi poi, scoperto di avere ciascuno un anello, non sanno a chi sia andato quello vero; così, in tema di religioni, «ciascuno la sua ereditá, la sua vera legge, e i suoi comandamenti dirittamente si crede avere e fare; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la questione»; l'epilogo porta una gara di generositá e una salda amicizia tra i due degni avversari. Anche nella seconda novella si tratta di un ebreo, Abraam, che è indotto a farsi cristiano dall'estrema corruzione osservata nei più alti prelati romani; perché - dice con una sorprendente spiegazione - se, nonostante questa, il cristianesimo è così diffuso «meritamente... mi par discernere lo Spirito Santo esser d'esso fondamento e sostegno». In altro contesto un uomo di corte, Bergamino, escluso senza un motivo dalle larghe donazioni di Can Grande della Scala a quanti frequentano la sua corte, lo fa garbatamente ravvedere, raccontandogli la novelletta di una vicenda simile capitata ad un altro (novella VII).Nella novella X mastro Alberto di Bologna, vecchio medico savio e famoso, si innamora di una bella vedova che lo schernisce, ma egli, con una pronta e acuta risposta, fa che si vergogni e si penta.La novella più ampia e più celebre della giornata è però la prima, che delinea una delle tante figure immortali del Decameron : si tratta di ser Cepparello da Prato, chiamato ser Ciappelletto, notaio disonestissimo, pronto a fare atti e giuramenti falsi, a suscitare discordie tra gli amici, violento, bestemmiatore, dissoluto in ogni genere di dissolutezze. Mandato da un ricco mercante a riscuotere certi crediti in Francia e ospitato nella casa di due usurai fiorentini, si ammala mortalmente e, accortosi che i suoi ospiti sono preoccupati perché morirá certo in modo empio come è vissuto, rendendo sempre più malvisti in terra di Francia gli italiani, giá poco benvoluti per il mestiere che esercitano, decide di levarli d'impiccio con un ultimo sacrilegio, dato «che io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per fargliene io una ora in su la mia morte, né più né meno ne fará». Fa quindi chiamare un «santo e savio» frate per confessarsi: la confessione è lunga e circostanziata, un capolavoro di menzogne e di finta scrupolositá; egli si confessa, dice, ogni settimana, ma ogni volta confessa tutti i peccati della sua vita, vergognandosi delle più lievi manchevolezze, e stenta a dire per ultimo il più grave di tutti: «sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia!»; il pio ed ingenuo frate è preso da tanta ammirazione per le virtù del morente, che ne convince i confratelli e a lui morto fanno funerali solenni, additandolo al popolo dei fedeli come modello, tanto che viene creduto santo e come tale onorato ed invocato.Terminati i racconti, è scelta come regina per il giorno seguente Filomena, la quale indica come tema delle novelle le vicende di chi, travagliato da vari casi della sorte, sia «oltre alla sua speranza» riuscito a lieto fine. Tutti accettano di buon grado, solo Dioneo chiede ed ottiene per il giorno dopo e per tutte le successive giornate di scegliersi liberamente l'argomento e di raccontare per ultimo; la giornata si chiude, come si chiuderanno tutte, con una canzone.La lunga novella V della seconda giornata ha uno sviluppo avventuroso - in cui domina la fortuna, o caso, l'altro motore, insieme all'intelligenza, del mondo del Decameron - e nello stesso tempo delinea i personaggi e l'ambiente della mala vita napoletana, che il Boccaccio poteva aver conosciuto nel lungo soggiorno giovanile a Napoli. Andreuccio, giovane mercante di cavalli, «rozzo e poco cauto», dalla nativa Perugia capita per la prima volta in una grande cittá, Napoli, con una borsa ben fornita, per comprare cavalli; è adocchiato sul mercato da una bella prostituta, che concupisce la sua borsa e mette subito in opera un tranello per impadronirsene, aiutata dalla fortuna, nella persona di una sua vecchia serva, che conosce bene Andreuccio, per essere stata in passato al servizio della sua famiglia; ragguagliata su tutto quello che riguarda Andreuccio, invia un ragazzo ad invitarlo da parte di una «gentil donna di questa terra». Andreuccio risponde prontamente all'invito, illuso di aver fatto una conquista, ed ha una accoglienza decorosissima, che ben lo dispone a credere alla inverosimile storia che la donna gli racconta, improvvisandosi come sua sorella, nata da un lontano amore del padre per una nobildonna siciliana; invitato a rimanere la notte, essendogli sopraggiunta una naturale necessitá, ed essendo state sconficcate le assi del luogo, precipita, mezzo svestito, in uno stretto «chiassetto», dal quale esce a fatica tutto imbrattato, mentre la donna si impadronisce della borsa lasciata nella stanza; ormai la porta della falsa sorella è chiusa per lui ed al suo bussare si affaccia minacciosamente il barbuto ruffiano di questa e lo scaccia; mentre Andreuccio cerca alla cieca nella notte la sua locanda, si imbatte in due ladri che vogliono rubare il ricco anello con cui è stato seppellito in una chiesa l'arcivescovo di Napoli; questi gli propongono di associarsi alla loro impresa e, giunti nella chiesa, dopo un'altra avventura felicemente risolta, fanno entrare lui nell'arca; ma ad Andreuccio si sono aperti gli occhi ed egli prende per sé l'anello e consegna ai compagni oggetti di minor valore, protestando di non trovarlo; quelli allora richiudono l'arca e ve lo lasciano dentro; ancora una volta la fortuna risolve la situazione, perché sopraggiunge un secondo gruppo di ladri che, accortisi della presenza di un vivo nell'arca, fuggono terrorizzati, lasciandola aperta, sì che Andreuccio ne può uscire, ritrovare la sua locanda e, ben consigliato di abbandonare subito Napoli non più sicura per lui, ritornarsene a Perugia, «avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato».Un altro mercante, Landolfo Ruffolo, è il protagonista della novella IV: lasciata la mercatura, diventa con buon successo corsaro; infine catturato, derubato e naufragato, si salva a cavallo di una cassetta caduta in mare, nella quale troverá pietre preziosissime, che gli permetteranno di tornare a casa molto più ricco di quando ne era partito. Maliziose e scanzonate invece le avventure della bella Alatiel, figlia di un sultano, la quale, mandata dal padre come sposa al re del Garbo, dopo un naufragio, viene nelle mani di un ricco signore che la fa sua sposa e poi, via via, di altri nove mariti, ciascuno dei quali si macchia di orrendi delitti per possederla, stregato dalla passione che la sua bellezza suscita; dopo alcuni anni trascorsi in questo modo, «a guisa quasi di sorda e di mutola», perché nessuno intende la sua lingua, né ella quella degli altri, incontra un vecchio servo del padre, cui si confida, ed egli la riconduce a lui, che la piangeva morta, insegnandole una ben diversa, molto casta versione dei suoi casi, per cui sará onoratamente rimandata come sposa al re del Garbo (novella VII).Tema della prima novella anch'essa tra le più note è una beffa che per poco non si ritorce contro il suo autore: certo Martelluccio, gran motteggiatore e buffone, giunto a Trevigi nel momento in cui si seppelliva un uomo in fama di santo, fintosi infermo rattrappito e poi miracolato, fu riconosciuto e malmenato dalla folla offesa dal sacrilegio e poi dal giudice, davanti al quale gli amici, per salvarlo, lo avevano fatto portare accusandolo di furto; un influente personaggio lo fa alla fine liberare tra grandi risate.Finita nel solito modo la giornata, Neifile, eletta nuova regina, propone di raccontare di chi «con industria» acquista cosa molto desiderata o ne riacquista una perduta. Così, nella prima novella, Masetto di Lamporecchio, giovane bello e gagliardo, sente dire che in un piccolo monastero, abitato da giovani suore, c'è bisogno di un ortolano e con un suo preciso disegno in testa vi si presenta, fingendosi sordo e muto per non insospettire con la sua giovinezza le monache; il vecchio castaldo lo accoglie per misericordia e, d'accordo con la badessa, gli dá l'incarico: le monache, poco a poco, parlando liberamente dinnanzi a lui nella fiducia che egli non senta, si dicono vogliose di provare il piacere di «quando la femina usa con l'uomo» e pensano di poterlo facilmente fare con uno che non saprá ridire la cosa; questo loro avviene senza difficoltá, essendo proprio lo scopo per cui Masetto era giunto al monastero; ultima si aggiunge la badessa; quando poi Masetto, stanco per le troppe fatiche, fingendo di riacquistare in quel momento la parola, persa per una malattia, si confida con la badessa, essa, trovato un ordinato accordo con le suore, lo sostituisce al morto castaldo e propala nel paese la notizia che egli è stato miracolato per le loro preghiere; dal monastero ritornerá molti anni dopo al suo paese «vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di nutricare figliuoli e spesa di quegli». Il tono scanzonato ed ardito di questa novella, pur raccontata, come sempre avviene nel Boccaccio, con estrema pulizia formale, è comune alle altre novelle della giornata e frequente è anche la rappresentazione della scarsa moralitá dei religiosi. Così un abate promette a una donna di guarire lo sciocco marito dalla gelosia, in cambio dei suoi favori; fa quindi portare l'uomo addormentato in una cella oscura, dove un monaco suo complice lo batte due volte al giorno, facendogli credere che è in purgatorio e viene punito per la sua gelosia; quando, dopo parecchi mesi, la donna è incinta, l'amante lo fa resuscitare, per le preghiere sue e della moglie, aumentando la propria fama di santitá, mentre lo sciocco Ferondo, guarito dalla gelosia, prende per suo il figlio dell'abate (novella VIII). Un giovane monaco della Tebaide, Rustino, cui si rivolge una bella e ingenua fanciulla che vuole e non sa come consacrarsi al servizio di Dio, cedendo alla tentazione, gode di lei, convincendola che l'atto sessuale è il miglior servizio reso a Dio, consistendo nel «rimettere il diavolo in inferno». E l'uno e l'altra, con finto o autentico candore, continuano con reciproca soddisfazione in questa «santa» operazione, fino a che il povero monachello, «che di radici d'erba e d'acqua vivea», si trovò in difficoltá ad accontentare la continua richiesta «devozionale» della giovane (novella X).All'inizio della quarta giornata il Boccaccio fa un'introduzione di carattere personale, difendendosi dall'accusa di amar troppo le donne e di scrivere cose non convenienti né alla sua etá né alla sua condizione di poeta; si difende esaltando la donna il cui potere si fa sentire per forza di natura e rivendica il valore e l'utilitá delle favole, tra le quali i poeti trovano il loro pane. In questa giornata, sotto la guida di Filostrato, si «ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine». Siamo qui spesso nell'ambito nelle novelle cortesi. Nella prima a Ghismonda, figlia di Tancredi principe di Salerno, rimasta vedova giovanissima, il padre, non volendo separarsi da lei, tarda a dare nuovamente marito; essa si innamora di un paggio del padre, Guiscardo, di nascita umile, ma «per virtù e per costumi nobile» e, accortasi che il suo amore è ricambiato, trova un mezzo ingegnoso per indicargli il modo di incontrarsi con lei attraverso un passaggio segreto alla sua camera; i convegni, con soddisfazione di entrambi, si ripetono finché un giorno Tancredi, entrato nella stanza della figlia in sua assenza, assiste non visto all'incontro; fa imprigionare Guiscardo e poi manifesta alla figlia, tra le lacrime, il suo sdegno, chiedendole di qual punizione si ritiene degna: lunga ed eloquentemente dignitosa risposta della figlia, che, anziché piangere ed implorare misericordia, rivendica i diritti della sua giovinezza e sostiene che il padre non il suo peccato, ma quello della fortuna riprende, che ha posto Guiscardo in condizione inferiore, benché per costumi e nobiltá di sentire sia ben superiore alla maggior parte dei «nobili uomini» che frequentano la sua corte; alla fine si dichiara fermamente deliberata a seguire la sorte che il padre vorrá imporre a Guiscardo. Deciso a perdonare alla figlia, ma non all'amante, Tancredi, non credendo alle minacce di lei, fa uccidere Guiscardo e gliene manda in una coppa il cuore; essa, pronunciato con fermezza l'elogio funebre dell'amato, riempie la coppa di lacrime; aggiuntovi un veleno, lo beve impavida e, compostasi sul letto, con sul cuore il cuore di Guiscardo, si lascia morire; al padre, tardi pentito, non resta che piangere ed aderire all'ultimo desiderio della figlia di essere sepolta nella stessa tomba con l'amato. Un innamoramento a distanza, tipico dell'etica amorosa medievale, avviene tra Gerbino, nipote del re di Sicilia, e la figlia del re di Tunisi; quando questa è inviata in isposa al re di Granata, Gerbino, spinto da amore, contro la parola che il nonno aveva data, assale la nave che trasporta la fanciulla, ed i custodi, che non riescono a difenderla, la uccidono; Gerbino, a sua volta, per «la sicurtá» infranta, è condannato a morte dal nonno stesso (novella IV). Non sempre questi amori infelici, fedeli fino alla morte, si svolgono in ambiente signorile, anche in gente di meno alta estrazione ci può essere grandezza d'animo. Lisabetta di Messina, sorella di ricchi mercanti, si innamora di Lorenzo, garzone dei suoi fratelli, che, quando scoprono la tresca, lo inviano con un pretesto fuori cittá, lo uccidono proditoriamente e ne seppelliscono il corpo in un bosco; a Lisabetta, sempre più angustiata di non vederlo tornare, una notte egli appare in sogno «pallido e tutto rabbuffato, e co' panni tutti stracciati e fracidi» e le racconta quanto è accaduto, indicandole il luogo in cui è sepolto. La giovane, con grande forza d'animo, accompagnata da una sola domestica, va al luogo indicato, trova il cadavere del suo Lorenzo e, non potendo dare a tutto il corpo più onorevole sepoltura, ne stacca la testa dal busto e, dopo averlo molto pianto, la seppellisce in un vaso di basilico, che cresce rigogliosissimo, non innaffiato da altro che dalle sue lacrime; quando i fratelli, insospettiti, le portano via il vaso, la giovane muore di dolore ed essi, temendo di essere scoperti, abbandonano la cittá (novella V).Una povera popolana è la Simona, che ama Pasquino ed, essendo questi morto durante un incontro con lei in un giardino, dopo essersi soffregato denti e gengive con le foglie di un bellissimo cespo di salvia, è accusata di averlo avvelenato; mentre mostra al giudice ciò che Pasquino aveva fatto prima di morire, muore anch'essa ed il giudice, fatto sradicare il cespuglio e scoperto che sotto le sue radici si era annidata un'enorme orrenda botta (rospo), che con il suo fiato velenoso aveva corrotto la salvia, fa seppellire insieme i due sfortunati amanti (novella VII).Danno nel comico le avventure di un uomo perverso e corrotto di Imola, che, stabilitosi in un convento a Venezia, facendosi chiamare frate Alberto e fingendo santa vita, continua copertamente le sue ribalderie, finché l'ultima gli è fatale: fatto credere infatti ad una donna molto sciocca, vanagloriosa della sua bellezza, che l'angiolo Gabriello si era innamorato di lei e l'avrebbe visitata sotto le sue spoglie, sorpreso dai cognati della donna, deve gettarsi dalla finestra in un canale e riparare tutto nudo nella casa di un tale, che, mangiata la foglia, lo conduce proditoriamente in piazza, additandolo a tutti come l'angiolo Gabriello; schernito e insultato, viene ripreso dai monaci, e chiuso in prigionia fino alla fine dei suoi giorni (novella II). La quinta giornata, regina Fiammetta, ha per tema il lieto fine delle disavventure di «alcuno amante». Molto famose sono la ottava e la nona novella: nell'ottava, protagonista è un giovane ravennate, Nastagio degli Onesti, che, innamorato da lungo tempo di una fanciulla e da lei sempre superbamente respinto, è incitato dagli amici ad allontanarsi da Ravenna, nella speranza che il suo folle amore si plachi; una sera egli ha una visione: una donna nuda, inseguita da cani e da un cavaliere armato di stocco, che, raggiuntala, le strappa il cuore dal petto e lo dá in pasto ai cani; poco dopo la donna si alza da terra risanata e la caccia ricomincia. A Nastagio, insorto per difendere la donna, il cavaliere spiega che sono entrambi morti e condannati nell'inferno alla pena cui egli sta assistendo: lui, per essersi ucciso, dopo aver amato appassionatamente ma invano la donna, lei, per la sua crudeltá e per aver gioito della sua morte; ora le tocca questo supplemento di pena, che ogni venerdì si ripete in quel luogo, gli altri giorni altrove. Nastagio, sperando di trar partito da questo fatto, invita per il venerdì successivo amici e parenti ed anche la crudele fanciulla da lui amata: al ripetersi della scena e della spiegazione del cavaliere, la giovane intende la lezione e si dichiara disposta a fare quanto Nastagio voglia da lei, mutato il suo odio in amore, e Nastagio onorevolmente la sposa; anche le altre donne di Ravenna «sempre poi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono che prima state non erano». La novella è viva, più che nei personaggi, nella descrizione della caccia infernale, simile a quella descritta con ben altri intendimenti da Jacopo Passavanti. Invece nella novella nona Federigo degli Alberighi si riduce in povertá per amore di una donna, Giovanna, che lo respinge per fedeltá al marito; quando poi, rimasta vedova con un figlioletto, non vuol pensare a nuove nozze e si ritira in campagna, il caso vuole che la sua villa sia vicina alla casetta in cui Federigo vive con l'unica compagnia di un bel falcone; il bambino si innamora dell'animale e, quando si ammala gravemente, insiste che solo il possesso del falcone lo farebbe guarire; grande è l'imbarazzo di Giovanna a chiedere qualcosa a colui che essa ha sempre respinto, e solo l'amore materno la induce a recarsi da Federigo, che, tutto lieto, per onorarla, non sapendo che fare altrimenti, la invita a pranzo imbandendole il caro falcone; dopo il pasto la donna, con un comportamento dignitoso e nobile, gli esprime il suo desiderio e Federigo si dispera di non poterlo soddisfare; quando il figlioletto morirá ed i fratelli insisteranno con Giovanna perché si rimariti, ella sceglierá Federigo, che, ancorché povero, si è dimostrato di animo così nobile, dicendo ai fratelli: «io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza, che ricchezza che abbia bisogno d'uomo». La prima novella, atta a dimostrare, come dice il narratore, la potenza di amore, narra di un giovane, ricco ed assai ben fatto della persona, ma rozzo ed incapace di ogni apprendimento e per ciò soprannominato Cimone, che vuol dire bestione, il quale un giorno, incontrata in un bosco una bellissima fanciulla dormente e di colpo innamoratosene, trasse da amore la forza e la volontá di cambiare costumi ed apprese in breve tutte le arti, nella speranza di poterla fare sua moglie. A questo punto la novella diventa sommamente avventurosa, come molte di questa giornata, e solo dopo numerose vicende e colpi di fortuna Cimone riuscirá a raggiungere il suo intento. Nella seconda novella le disavventure sono di entrambi gli innamorati, Martuccio e Gostanza; il giovane, cui il padre di Gostanza rifiuta la figlia perché povero, si fa corsaro, arricchisce, è fatto prigioniero dai tunisini e creduto morto; Gostanza, salita su una barca, si lascia andare alla deriva, sperando di trovare in questo modo anch'essa la morte; ma la fortuna la spinge sul lido tunisino, dove intanto Martuccio, avendo aiutato il re con un buon consiglio, riacquista libertá, onori e ricchezza; i due, ritrovatisi, possono finalmente arrivare alle sospirate nozze. Pietro Boccamazza, innamorato dell'Agnolella, fugge con lei, perché i suoi potenti genitori non consentono alle nozze, ma nella cupa campagna romana i giovani, persa la strada, sono assaliti da una brigata di soldati e divisi; Pietro passa la notte su un albero, mentre i lupi straziano il suo cavallo, e la fanciulla, ospitata da due vecchi contadini, sfugge per miracolo ad una «gran brigata di malvagi uomini»; ma poi la fortuna li fa ritrovare nel castello di un amico del padre di Pietro, la cui moglie li unisce in matrimonio e li riconcilia con la famiglia (novella III).Per la sesta giornata la regina Elissa propone il tema di chi con «leggiadro motto» o saggio provvedimento si libera da situazioni più o meno incresciose. Si tratta di racconti in genere brevi, nei migliori dei quali, oltre al motto, è colto il personaggio nella sua umanitá e non manca una sintetica ma acuta caratterizzazione dell'ambiente. Così, nella seconda novella, il fornaio Cisti, agiato e desideroso di rendersi degno di una più alta categoria sociale, pur senza mostrarsi indiscreto, volendo offrire al nobile messer Geri Spina e agli ambasciatori che questi ospita l'assaggio di un ottimo suo vinello, fa sì che essi stessi glielo chiedano, vedendo lui che «saporitamente» lo gusta, in un ambiente tutto pulizia, davanti alla sua bottega. Ma quando, per il banchetto di addio agli ambasciatori, messer Geri manda un servo a chiedere un po' di quel vino a Cisti per onorare gli ospiti ed il servo prende un fiasco sproporzionato al delicato pregio della bevanda, Cisti lo rimanda indietro, dicendo che non a lui lo inviava il padrone, ma ad Arno. Data la lezione, offre al signore un intero botticello: «messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo, e quelle grazie gli rendè che a ciò credette si convenissero. E sempre poi da molto l'ebbe e per amico». Nella quarta novella il cuoco Chichibio, non avendo saputo rifiutare ad una giovane di cui era innamorato una coscia di una gru che cucinava per il padrone Currado Gianfigliazzi, per giustificarsi gli disse che le gru hanno tutte una gamba sola ed accettò di andare con il padrone adiratissimo a verificare la cosa; la mattina seguente lo seguì per la campagna con gran paura, ma, alla vista di gru che dormivano su una zampa sola, come sogliono fare, si credette fuori pericolo e, quando il padrone, con un grido, le fece fuggire, «quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse» buttò fuori che, se il padrone avesse gridato la sera prima, anche la gru da lui cucinata avrebbe tirato fuori l'altra zampa. Il riso che si impadronì di Currado a questa risposta fece sbollire la sua ira ed egli perdonò al servo. Un ampio sviluppo, con precisa caratterizzazione dei personaggi, ha la decima novella: frate Cipolla, ignorante, ma astuto e capace di convincere e trascinare con il tono eloquente del suo discorso, e gran buontempone, una volta, giunto a Certaldo per raccogliere elemosine, convoca la popolazione per mostrarle una reliquia, una delle penne delle ali perse, durante l'annunciazione, dall'agnolo Gabriello. Due compagni di bagordi del frate pensano di fargli una beffa e, approfittando dell'incuria del fante del frate, Guccio Imbratta (una novella nella novella è la storia di questo servo pieno di vizi) gli rubano la penna di pappagallo che quello vuol mostrare come reliquia, sostituendola con pezzi di carbone. Quando il frate, iniziata la predica, se ne accorge, non se la prende col servo, ma con sé, che, conoscendolo, gli affida la custodia dei suoi beni e con un lungo spassoso discorso, fatto di parole prive di senso o sfacciatamente allusive, con cui si prende gioco dei fedeli, li convince di aver preso per sbaglio la reliquia dei carboni del rogo su cui fu bruciato San Lorenzo e con questi segna grandi croci sugli abiti dei certaldesi, che se ne vanno contenti, facendo maggiori elemosine del solito, mentre gli amici, che avevano creduto beffarlo, «poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono».In una di queste novelle, la nona, il protagonista è il poeta Guido Cavalcanti, «ottimo filosofo naturale», che invano una brigata di giovani sfaccendati delle migliori famiglie fiorentine voleva che partecipasse ai loro spassi, e lo andava motteggiando, avendolo incontrato tra le arche sepolcrali di una piazza di Firenze: in casa loro (cioè tra i morti, incapaci di vita vera), egli ribatte, essi possono dirgli quello che vogliono.Finita lietamente la giornata in una bellissima valletta nei pressi della villa, Dioneo, scelto come re per la giornata successiva, propone il tema delle beffe giocate dalle mogli ai loro mariti. Nella seconda novella Peronella, giovane napoletana moglie di un muratore, che campa gramamente la vita filando, cede alle profferte di un giovane e se lo tira in casa quando il marito esce per il suo lavoro; una volta, mentre ella sta con il suo amante, sentendo tornare prima del tempo il marito, fa entrare l'amante in una vecchia botte che avevano in casa e accoglie il marito con rimproveri, accusandolo di scarsa voglia di lavorare a causa dell'anticipato ritorno; ma questi non si era ricordato che era giorno festivo e, tutto lieto, comunica alla moglie di aver trovato un acquirente della botte, per loro ingombrante e inutile; allora la donna dice di averne trovato uno che la paga di più e che vi è testé entrato, per vedere se è tutta sana; l'innamorato, che ha sentito tutto, esce dicendo che la botte va bene, ma ha delle incrostazioni di sporco, che il marito pulirá, mentre il giovane e la Peronella porteranno a termine i giochi d'amore interrotti.Una donna di Arezzo, sdegnata per la gelosia del marito Tofano, si prende un amante che esce ad incontrare quando quello, cui lei favorisce il vizio di bere, si è coricato ubriaco; e quando una volta il geloso, insospettito, finge di aver bevuto e poi la chiude fuori di casa, ella riesce con un inganno a farlo uscire e poi chiudere fuori lui, convincendo quindi tutto il vicinato che sta rincasando ubriaco (novella IV).Una delle beffe più riuscite e complesse è quella tramata nella novella VII da madonna Beatrice, disposta ad accettare l'amore di un giovane di nobili natali, allogatosi come servitore presso il marito per amor di lei; se lo fa entrare nascostamente in camera mentre il marito dorme e poi lo sveglia, invitandolo ad andare, rivestito delle sue vesti, in giardino, dove quello stesso giovane, in cui egli riponeva tanta fiducia, si sarebbe permesso di darle un appuntamento, per sorprenderlo e svergognarlo; dopo essersi spassata in tutta tranquillitá con il giovane, lo manda in giardino a bastonare il marito, quasi avesse dato appuntamento alla donna solo per metterne a prova la fedeltá e volesse ora punirla; così il marito si prende le bastonate e rimane convinto di avere «la più leal donna e il più fedele servitore che mai avesse alcun gentile uomo».Il governo passa, nella giornata ottava, a Lauretta, che ripropone il tema della beffa, ma non circoscritta, come nella precedente giornata. Troviamo qui due delle novelle che presentano il personaggio di Calandrino, il pittore sciocco ed avido, la cui figura è divenuta proverbiale. Egli è sempre la vittima ed i beffatori sono i due amici Bruno e Buffalmacco, anch'essi pittori, affiancati spesso da altri. Così nella terza novella Maso del Saggio, che sa quanto sia credulone Calandrino, parlando con un amico, per farsi intendere da lui, lo convince dell'esistenza di una pietra miracolosa che si può trovare anche sul greto del Mugello, detta elitropia, che rende invisibile chi la porta con sé. Calandrino si accinge ad andarla a cercare con gli amici sopraddetti, i quali, predisposta la beffa, quando Calandrino è ben carico di pietre, fingono di non vederlo più e gli tirano sassi negli stinchi, imprecando contro di lui che, trovata la pietra, non vuol far loro parte della sua scoperta e li lascia a bocca asciutta; ma la illusione di Calandrino è di breve durata, perché, giunto a casa carico di pietre, la moglie lo rimbrotta per il ritardo ed egli, credendo che il potere malefico delle donne abbia distrutto l'incanto, la picchia. Nella novella sesta i soliti amici, accompagnatolo in villa per l'uccisione e la salatura di un porco, non essendo riusciti a convincerlo a farne festino con loro, e a dire poi alla moglie che gli è stato rubato, glielo rubano essi e, con una beffa architettata a misura della semplicitá di Calandrino, gli dimostrano che è stato lui a sottrarlo, seguendo il loro consiglio, senza però farne parte a chi glielo aveva dato. Bruno e Buffalmacco sono beffatori anche nella nona novella, questa volta di un medico di Bologna, Mastro Simone, «più ricco di beni paterni che di scienza» e per di più sciocco e vanaglorioso, che gli amici, facendogli credere di condurlo ad una riunione di streghe, in cui potrá chiamare a sé per incantesimo le più belle donne del mondo, fanno cadere in una fossa nera e poi accusano di aver guastato l'incanto, per non aver seguito bene le loro istruzioni. La novella è piuttosto lunga e, più che nella beffa finale, si diffonde spassosamente nella continua presa in giro del dottore e delle sue sciocche vanterie.Crudele è la beffa della novella VII, giocata da uno «scolaro» proveniente da Parigi alla donna di cui era stato innamorato e che si era presa gioco di lui, facendogli passare una notte all'addiaccio, mentre lei si spassava con un giovane amante; l'amore in lui si converte copertamente in odio e, quando la donna ricorre a lui, sperando che sappia di negromanzia, per far tornare l'amante che l'ha abbandonata, finge di acconsentire, quindi la fa stare una intera notte ed una giornata caldissima nuda su una torre, dalla quale ha tolto la scala, schernendola e rispondendo alle sue preghiere con una serrata requisitoria contro le donne, mentre il caldo, le mosche e i tafani la tormentano terribilmente.Per la seguente giornata è proclamata regina Emilia, che lascia libera la scelta dell'argomento delle novelle. Le più di esse riprendono temi giá trattati in altre giornate. Così il tema della beffa. La novella ottava presenta personaggi fiorentini, alcuni dei quali ripetono caratteristiche che giá Dante aveva attribuito loro nel suo poema: uno è Ciacco, ghiottone e parassita, come Biondello, uomo minuto, pulito, sempre ben assettato. Questi una volta, incontrato Ciacco al mercato, gli dice che le due belle lamprede che sta acquistando sono per Corso Donati e Ciacco, messo sulla voglia, si presenta a casa di questo all'ora del pasto; ma i pesci non erano per lui e Ciacco prende parte ad un pranzo modestissimo. La beffa giocatagli da Biondello, che per di più incontrandolo lo schernisce, non sta senza una crudele vendetta. Ciacco infatti manda un ragazzo a Filippo Argenti, «uomo grande e nerboruto e forte, iracundo e bizzarro più che altro», come sappiamo anche da Dante con un grosso fiasco, a chiedergli con arroganza, a nome di Biondello, di «arrubinarglielo» con certo suo buon vino. A Filippo basterebbe anche meno per andare su tutte le furie, sì che Biondello, quando, avvisato da Ciacco che Filippo lo cerca, gli si presenta, riceve una gragnuola di colpi e di insulti; più tardi Ciacco, incontrandolo, gli domanda: «Biondello, chente ti parve il vino di messer Filippo?» ed egli amaramente risponde: «tali fossero parute a te le lamprede di messer Corso» e d'allora in poi si guarda bene dal beffarlo. Sempre in tema di beffa e su sfondo fiorentino, ricompare ancora due volte Calandrino: nella terza i soliti amici, con un medico, gli fanno credere che è pregno e che il medico lo libererá in pochi giorni con un costoso rimedio; e così essi amici banchettano a sue spese, nonostante i rimbrotti della moglie, che ha capito tutto. Nella quinta, mentre Calandrino dipinge le pareti di una villa presso Firenze con i soliti amici, si mette in mente che la moglie del padrone si sia innamorata di lui e se ne innamora egli stesso; tutta la brigata lo asseconda nella sua illusione, facendolo poi sorprendere da monna Tessa, la moglie.Nella seconda - una delle più esilaranti -, una giovane monaca, che aveva un amante, viene scoperta da alcune consorelle, che chiamano la badessa, «buona e santa donna», secondo la comune opinione, perché la colga sul fatto; essa, che era a letto con un prete, si veste in fretta al buio e mette per errore in testa, al posto del velo, le brache di questo; quando, radunato il capitolo, comincia una severa requisitoria contro la giovane peccatrice, questa, accortasi per prima dell'abbigliamento della badessa, la prega di annodarsi la cuffia prima di rimproverarla; il tono della predica cambiò e da allora in quel convento tutte vissero liberamente.Spetta a Panfilo il regno della decima giornata ed egli propone di raccontare di atti liberali e magnifici. La novella II ha per protagonista Ghino di Tacco «per la sua fierezza e le sue ruberie uomo assai famoso»; questi sequestra un abate con tutto il suo seguito e lo ospita onorevolmente, guarendolo anche da una malattia di stomaco; lasciandolo poi libero, se ne conquista la benevolenza e la riconciliazione con il Papa. Nella novella III, che ha sfondo orientale, il giovane Mitridanes gareggia in liberalitá con il vecchio Natan, finché, accusato di essere meno liberale di quello, delibera di ucciderlo; la generositá con cui Natan gli offre la sua vita lo vince e lo rende a lui amico, rassegnato ad essergli inferiore.è questa la giornata che, più di ogni altra, mette in azione personaggi di grande rilievo, nobili, principi, re. Così, nella novella VI re Carlo I d'Angiò, preso da una «concupiscibile» passione per le figlie giovinette di un esule fiorentino che l'aveva sontuosamente ospitato, pensa di sottrarle al padre, ma, ripreso da un signore del suo seguito, si vergogna e recede dal suo proposito, dando prova della maggior gloria che è quella di «sé medesimo vincere». Un altro re, Pietro di Aragona, nella novella successiva, visita e conforta la giovane figlia di un borghese, che si consuma d'amore per lui; quindi le dá egli stesso marito «intendendo sempre, non ostante questo, vostro cavaliere appellarci, senza più di tanto amor voler da voi che un sol bacio», di che la giovane è tutta racconsolata. La novella di Dioneo, che chiude il Decameron, contrariamente al solito, non si discosta dal tema delle altre, ma dá una prova di magnanimitá in forma di pazienza, assai ostica alla mentalitá dei nostri tempi. Gualtieri, marchese di Saluzzo, sollecitato a prendere moglie, acconsente, ma pretende di scegliersela lui e sceglie Griselda, la figlia di un contadino, portandola via nuda dalla sua povera casa e rivestendola lui di ricche vesti, dopo averle fatto promettere assoluta obbedienza. Il proposito è di metterla alla prova e, benché Griselda occupi assai bene il suo posto di marchesa e sia benvoluta da tutti, le prove sono durissime; nata una figlia, il marchese dice di vergognarsene davanti ai suoi sudditi per la povera condizione della madre e la fa prelevare da un servo che sembra aver l'ordine di ucciderla; lo stesso avviene alla nascita di un figlio. La madre soffre, ma non lo manifesta e si dichiara sempre lieta di quanto piaccia al suo signore, attribuendo il crudele capriccio del marito ad «ingiurie della fortuna». In realtá i figlioletti sono fatti allevare decorosamente a Bologna e, quando la fanciulla è cresciuta, Gualtieri sottopone la moglie all'ultima prova, dicendo di voler passare a nuove nozze, cacciandola di casa in camicia e facendola poi tornare, vestita dei suoi poveri panni, a preparare la festa di nozze e ad accogliere gli invitati e la novella sposa. Solo allora la donna, che tutto fa senza un lamento e con sereno viso, sembra acquistare una certa umanitá e prega il marito «che quelle punture, le quali all'altra, che vostra fu, giá deste, non diate a questa» e solo allora il marito le rivela che la presunta nuova sposa è la loro figlia e pone fine alle prove «onorandola sempre quanto più si potea» come sposa. Finita la novella il re, dopo aver ricordato l'onestá con cui la brigata era vissuta, pur non essendo mancate le tentazioni, propone di tornare il giorno successivo a Firenze, e la proposta è accolta.