La consolazione della Filosofia

L'opera, in 5 libri, ha una struttura composita: è in forma dialogica ed è inframmezzata da 39 componimenti poetici in vari metri, sorta di commenti in cui l'autore effonde in toni lirici e con ricchezza di immagini i propri sentimenti.Il trattato si apre con una poesia in cui Boezio lamenta la sua triste condizione di uomo, precocemente invecchiato nel dolore, che anela alla morte ed è confortato dall'unica presenza delle Muse. Poi racconta dell'apparizione di una donna straordinaria, che riconoscerá poi essere Filosofia, la sua nutrice, la quale scaccia le Muse e gli si propone come compagna nella sventura presente. Lo invita quindi a sfogare il suo dolore. In risposta Boezio espone il suo caso rilevando con amarezza e sconforto come le false accuse contro di lui avessero avuto credito e la rettitudine del proprio comportamento non fosse stata riconosciuta. Allora Filosofia, vedendolo così turbato e smarrito, cerca con domande di scoprirne la ragione e la trova nel fatto che Boezio ha cessato di indagare su se stesso, sul modo in cui il mondo è governato e sul fine delle cose. Nel II libro Filosofia inizia a porre rimedio alla crisi spirituale di Boezio. Con vari argomenti lo convince che non deve lamentarsi dei cambiamenti della fortuna, perché la mutevolezza è nella natura di essa e i beni materiali appartengono solo a lei. Inoltre Boezio deve tener conto dei grandi doni che la fortuna gli ha elargito in passato, pensare che anche la miseria presente è passeggera e non del tutto priva di alcuni beni. Ma, soprattutto, deve cercare la felicitá dentro se stesso. Falsi beni sono la ricchezza, il potere, la gloria; la fortuna è più utile quando è avversa che non quando è favorevole. Nel III libro Filosofia si propone di condurre il suo discepolo alla felicitá vera. Parte dalla definizione di felicitá e dimostra che i beni nei quali gli uomini credono di trovare la felicitá, e cioè la ricchezza, gli onori, il potere, la gloria, i piaceri, non solo non portano alla felicitá, ma causano molti mali. La felicitá vera è riposta nel sommo Dio, fine ultimo di tutte le cose. Nel IV libro si affronta il problema del male che sembra trionfare nel mondo, mentre la virtù rimane misconosciuta. Si dimostra che, ammesso il bene come scopo comune di tutti gli esseri, i malvagi sono impotenti a conseguirlo, solo i buoni lo possono raggiungere. Anzi, i malvagi in quanto tali non sono neppure uomini ma bestie, mentre i buoni si assimilano a dè i. Sono più felici i malvagi puniti che quelli impuniti; sono più infelici coloro che fanno un'offesa che non quelli che la ricevono. Quindi si discute della Provvidenza e del fato, si afferma che questo è sottoposto a quella e che l'uomo non può comprendere appieno la logica divina. Non resta che concludere che ogni fortuna è buona per chi vive in funzione della virtù.Nel libro V, dopo aver escluso l'esistenza del caso, si pone la questione del rapporto tra libero arbitrio umano e prescienza divina. Si dimostra che, per arrivare a comprendere come le due cose non si contraddicano, occorre ammettere che l'intelligenza divina è superiore alla ragione umana ed è capace di abbracciare tutto il tempo in un eterno presente. Quanto agli avvenimenti, se per loro natura dipendono dalla volontá, restano tali, considerati in se stessi, e rimane valido per l'uomo l'imperativo della virtù.