Canti (Leopardi)

Le prime canzoni della raccolta (i cui componimenti sono da leggersi non in chiave evolutiva, ma come momenti diversi e irripetibili di un'unica esperienza artistica) si ispirano al filone civile: All'Italia e Sopra il monumento di Dante (entrambe del 1818) rivelano un sincero slancio patriottico che non si sostanzia, però, in una precisa posizione politica, denunciando il limite di una protesta generosa quanto generica contro lo straniero, cui l'enfasi moralistica di alfieriana memoria riduce notevolmente gli effetti poetici. Faticosa appare, infatti, in All'Italia la personificazione della «formosissima donna», in cui si succedono immagini di una retorica classicistica ormai consunta, mentre più valida è la parte in cui il poeta recupera l'etá antica attraverso l'attualizzazione del mito (Simonide, il vate di un'epoca che viene esternata col suo canto). Così come in Sopra il monumento di Dante, dove il riferimento alla campagna napoleonica di Russia è l'occasione per una commossa riflessione sulla morte immatura di tanti giovani.Con la canzone Ad Angelo Mai (1820) si vengono precisando alcuni temi fondamentali del pensiero leopardiano, presenti giá nelle canzoni precedenti: l'aperta condanna della scienza, il pessimismo storico, per cui il richiamo ai «grandi» del passato, ormai consumato il sogno di una possibile rigenerazione, avviene sul filo di un'immedesimazione psicologica (specialmente con le figure di Petrarca e Tasso, emblemi di una coscienza drammatica sospesa tra realtá e illusione), che lascia libero sfogo al sentimento della vita come inganno, come sogno, dove il nulla è «ombra reale e calda» e il mondo «inabitata piaggia». Anche nelle due canzoni Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone (1821) la proiezione mitica si rivela ormai come un puro pretesto per dissacrare il presente e lasciar spazio al pensiero della morte. Tant'è che nel Bruto minore (1821) la natura diventa la «matrigna», contro la quale l'uomo si rivolta eroicamente con tutte le sue forze sino a rifiutare, col suicidio, il «dono» della vita; e nell'Ultimo canto di Saffo (1821) viene sancita l'ineluttabilitá del suicidio come unica possibilitá di scelta in una vita in cui «arcano è tutto fuorché il nostro dolor». Nel Passero solitario (composto molto più tardi, nel '35, ma anteposto dall'autore nella raccolta quasi a voler riaffermare, all'inizio del suo itinerario poetico, i tratti della sua natura) il paragone con l'uccellino è la spia di un'esigenza interiore del poeta a dialogare con se stesso sul significato dell'esistenza, scandita dall'ineluttabile fluire del tempo. Come negli «idilli», dove la meditazione si fa più alta e rarefatta, quasi religiosa, nell'ansia conoscitiva che li pervade: l'Infinito (1919), in cui la riflessione sull'infinito spaziale e temporale non è il segno del ripiegamento intimistico dell'animo, ma dell'annullamento edonistico nell'immensitá metafisica dell'immaginazione; La sera del dì di festa (1820), in cui l'inizio contemplativo, tipicamente idillico, di pace, di silenzio, senza colore, diventa gradualmente intenzione conoscitiva nel crescendo drammatico degli interrogativi che si va ponendo il poeta sulla labilitá delle umane sorti («tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia»); Alla luna (1919-20), dove l'alternanza passato-presente dei tempi verbali è la cifra stilistica attraverso cui si dipana il tema della rimembranza come unico conforto e piacere; La vita solitaria (1821), in cui ad una serie di sequenze paesaggistiche (l'alba campestre, il silenzioso e assolato meriggio, il notturno lunare) corrispondono, quali temi di meditazione esistenziale, l'infelicitá della vita, l'amore giovanile, la solitudine.La poesia Alla sua donna - vi compare un'immagine di donna puramente astratta, contemplazione della femminilitá e del puro amore, occasione di conoscenza e di meditazione - prelude alla canzone A Silvia (1828), dove la raffigurazione della fanciulla, emblema della giovinezza come sogno amoroso, trapassa negli ultimi versi in quella della speranza, unica consolatrice del poeta, caduta di fronte alla veritá di un destino illusorio quanto crudele; mentre nelle Ricordanze (1829) il tema della memoria si snoda attraverso l'alternanza, artisticamente modulata, del passato, ricuperato mediante il ricordo (anche qui la figura di Nerina è il simbolo di una adolescenza destinata a sfiorire), e del presente, contro cui esso drammaticamente s'infrange per effetto di quell'ansia conoscitiva che conduce l'Io del poeta a interrogarsi continuamente sui misteri della vita; come nel Canto notturno di un pastore errante nell'Asia (1830), in cui il colloquio-monologo con la Luna in cielo diventa, nell'ossessiva trama delle domande esistenziali, il tragico emblema di un pessimismo ormai cosmico, dove non c'è via di scampo per i mortali. Anche nei miti del borgo (La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio del 1828) all'inizio contemplativo subentra il momento della riflessione, per cui i quadretti d'ambiente (efficacissimi nelle sequenze descrittive) rappresentano poeticamente i momenti vitali su cui, poi, il poeta esercita la sua meditazione conclusiva. Nelle poesie del cosiddetto «ciclo di Aspasia», frutto forse di una delusione d'amore, si approfondisce la tematica amorosa (come nel Pensiero dominante del 1833), che diventa figurazione poetica femminile (in Aspasia del 1834, per esempio), nonché quella della morte (Amore e morte). Con A se stesso (1833) il Leopardi celebra il suo eroico distacco dal mondo, così come ne Il tramonto della luna (1836) viene riproposto drammaticamente il tema dell'oscuritá della vita dopo la luce della giovinezza; e nella Ginestra (1836), l'ultimo grande componimento della raccolta, accanto all'irrisione sarcastica nei confronti delle «magnifiche sorti e progressive», si viene affermando perentoriamente la matrice illuministica del poeta nella sua volontá eroica di prendere coscienza del proprio dolore e di rivoltarsi in un sodalizio con gli altri mortali contro la natura matrigna, in una tensione agonistica che non conosce debolezza e cedimenti.