Svevo, Italo

Pseudonimo di Ettore Schmitz, narratore (Trieste1861 - Motta di Livenza, Ttreviso,1928).
Appartenente a una famiglia della borghesia triestina (il padre era tedesco, la madre italiana), studiò in Germania e a Trieste, dove trascorse quasi tutta la sua vita, prima come impiegato di banca, poi come dirigente nell'industria dei suoceri; e la letteratura fu per Svevo sempre una dura conquista, piena di amarezze e di lotte e di disfatte, contro l'ambiente e il lavoro. Uno dei pochi dati «letterari» della vita di Svevo è l'amicizia con Joyce, che conobbe e ospitò a Trieste e che gli dedicò il dramma Exiles (ed esiste anche un breve, interessante epistolario fra i due scrittori). Morì in seguito a un incidente automobilistico.

I ROMANZI.
L'opera rivoluzionaria di Svevo, fondamentale non soltanto per la cultura italiana, ma per l'intera narrativa europea (come videro gli scopritori di Svevo : Joyce, Crémieux, Larbaud), non può essere intesa senza richiamare intorno a essa la Trieste dell'ultimo Ottocento e dei primi decenni del Novecento, con l'estrema vivacità agonistica della cultura di lingua italiana, sia sul piano sociale, per il prestigio dell'alta borghesia che la difendeva, sia sul piano letterario, per l'imponenza della tradizione che vantava dietro di sé. Essa si ispirava sul piano politico all'irredentismo, ma era segnata nel contempo da una forte penetrazione slava e da un'ampia apertura sul mondo tedesco, favorita dal governo austriaco, con la forza dei commerci e il vasto intersecarsi di interessi e di razze. Svevo è, rispetto alla cultura italiana, decisamente ai margini, per lui la lingua stessa è una conquista di studio e di applicazione: legge qualche classico (soprattutto Machiavelli), i realisti e i naturalisti francesi, conosce bene il tedesco; è, insomma, del tutto estraneo alla letteratura dell'ultimo Ottocento italiano, sprofondante, nella narrativa, sempre più verso un provincialismo vagamente realistico. Il primo romanzo di Svevo, Una vita (1892), contiene già tutti i dati fondamentali della sua grandezza di narratore, sia pure a uno stadio ancora qua e là impreciso: la rappresentazione dell'uomo in crisi, incapace di azione, di decisione, di scelta, continuamente oscillante fra ambizione e disperazione, fra sogni eroici e la miseria quotidiana, tragicamente «sbagliato» in ogni suo gesto. La vicenda del protagonista, Alfonso Nitti, piccolo impiegato di banca, che cerca invano di far presa sulla realtà , di entrare nella società , di agirvi, e fallisce per l'interiore debolezza in una lunga sequenza di errori che lo portano al suicidio, è disegnata con un estremo rigore di notazioni secche, grigie, amare, aride, sullo sfondo della ricca borghesia triestina, descritta in un torpore dei sentimenti e dell'azione che ne denunciano l'incertezza di fondo, lo smarrimento morale. Svevo, fin dal primo romanzo, tende a riportare ogni aspetto del narrare entro la coscienza del suo personaggio, guidato dalla certezza che qui è il punto sensibile della condizione di irresolutezza interiore che pervade tutta la società : la sua grande scoperta, che colorerà di sé tanta parte della narrativa della prima metà del Novecento, è in questa riduzione del racconto, con tutte le sue implicazioni sociali e storiche, all'analisi della coscienza, nella quale è rifranta l'intera condizione dell'uomo moderno in modo evidente ed esemplare. Svevo mostra come i dati esteriori vengano deformati, sconvolti, confusi, nella coscienza, e come di qui nasca l'incapacità di decisione e di dominio sulle cose, lo sfaldarsi della compagine sociale, le incertezze, gli errori del comportamento storico, i cedimenti di fronte alle cose, ai fermenti che da ogni parte salgono a urtare contro l'ordine borghese. Quando Svevo pubblica il suo secondo romanzo, Senilità (1898), nessuno, in Europa, ha raggiunto la sua chiarezza nella rappresentazione analitica della crisi moderna. Senilità è un capolavoro: l'inetto a vivere, ad agire, a far presa sulla realtà , è ora precisato mirabilmente nel simbolo della «senilità », della vecchiaia morale che annebbia e annulla ogni scatto vitale, ogni entusiasmo, rende rotti, sbagliati, imprecisi sempre i gesti, vane le speranze. è questa la conclusione a cui giunge il protagonista, Emilio Brentani, quando la coscienza di sé, dei propri limiti, del carattere squallido delle sue illusioni e delle sue tensioni, giunge infine alla chiarezza: è l'uomo che non è mai in accordo con la situazione, con l'età , vive le sue esperienze in ritardo, in modo contorto e difficile, non riesce mai a essere come gli altri, e di tutto ciò, dopo un vano accendersi di velleità e di tentativi, ha consapevolezza sempre più amara. La ragione del fallimento, dell'incapacità , è nell'interno del personaggio, non, come nella mitologia romantica, nella comprensione dall'esterno: questa condizione è tipica di un'età , di una società , di una situazione storica. Mirabili sono, nel romanzo, le pagine che descrivono l'amore contraddittorio e difficile fra Emilio e l'Angiolina, uno dei grandi personaggi femminili della narrativa novecentesca, così enigmatico e illusivo e complesso, rappresentato com'è, attraverso l'incomprensione e la fragilità interiore dell'uomo, con un margine continuo di mistero, di avventure, di libertà sfrenata, di cui la contorta coscienza di Emilio non riesce mai a rendersi pienamente conto. L'insuccesso totale di Senilità convinse Svevo ad abbandonare la letteratura: al secondo romanzo segue un lungo silenzio. Solo dopo più di vent'anni Svevo ritorna alla narrativa con un'opera fondamentale, La coscienza di Zeno (1923). Costruito su una struttura psicoanalitica (Svevo aveva incontrato la psicoanalisi e Freud fin dal 1910, e, pur con molte riserve, l'aveva curiosamente esaminata e sperimentata), che gli consente di dare un fondamento saldo e unitario al suo discorso analitico, alla sua ricerca delle ragioni della vita entro la fenomenologia della coscienza, il romanzo esprime nel modo più compiuto l'interpretazione sveviana della situazione dell'uomo in crisi. Il protagonista, che un medico ha convinto a curarsi scrivendo un memoriale, rievoca episodio dopo episodio le tappe della propria inettitudine, della propria debolezza e incapacità , illuminando, a contatto con il mondo esterno, le ragioni nel fondo della coscienza che lo rendono «malato» di una malattia morale senza salvezza. Ma questa analisi non si risolve mai nella descrizione psicologica e tende piuttosto alla verità più completa e più comprensiva della condizione dell'uomo borghese nel punto tragico della sua crisi morale, quando l'impulso ad agire è corroso, la socialità è distrutta dall'ironia e dal gusto della solitudine, l'azione diviene impossibile. Tutto ciò è detto da Svevo senza sovrapposizioni moralistiche, nella concretezza estrema della sua esemplificazione analitica della coscienza di un personaggio tipico della società borghese, e con una capacità di ricchissime sfumature nella descrizione del mondo che circonda Zeno, un tono di superiore saggezza, un sorriso finemente ironico che avvolge il suo personaggio, ed è il segno del distacco del narratore, della sua volontà di rappresentare, insieme con la confessione di Zeno, anche la sua illusione, lo scarto dalla realtà , l'errore.
In confronto con i romanzi, i racconti di Svevo sono meno significativi, perché il suo discorso ha bisogno, per essere efficace, di distendersi ampiamente, lungo quel suo stile caratteristico (che troppo spesso è stato assurdamente condannato come «scriver male» dai puristi) pieno di inversioni, di complicazioni sintattiche, di sottigliezze, al seguito della contraddittoria e complessa fenomenologia della coscienza (ed esemplare, per questo). Ma La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, per l'oltranza a cui l'ironia è portata fino a investire le stesse strutture narrative, dopo aver corroso ideologicamente le ragioni morali e sentimentali del mondo borghese che vi è raffigurato, rappresenta un profetico esempio dell'«antiromanzo» del secondo Novecento, di altissimo livello. Svevo ha scritto inoltre alcune commedie, di non grande valore, ma pure vitalmente percorse da un gusto acuto della dissacrazione e dell'irriverenza verso le convenzioni e le idee della società borghese: Le teorie del conte Alberto (1880), La verità (1880), Le ire di Giuliano (1881), Il ladro in casa (1880-90), Una commedia inedita (1880-90), Terzetto spezzato (1890), Atto unico (1890), Prima del ballo (1891), Un marito (1903), L'avventura di Maria (1920), Inferiorità (1921) e La rigenerazione (1926). Esistono inoltre saggi, frammenti autobiografici, lettere, sempre di grande interesse documentario (come le note sulla psicoanalisi o su Joyce), ma anche ricchi di invenzioni ironiche e di una capacità descrittiva singolare.

[GIORGIO BARBERI-SQUAROTTI]