Stendhal

Pseudonimo dello scrittore francese Henri Beyle (Grenoble1783 - Parigi1842). Il padre, Chérubin, esercitava l'avvocatura al parlamento del Delfinato. La madre, Henriette, era figlia d'uno dei medici più noti della città , Henri Gagnon. Stendhal gli attribuiva, non si sa con quanta ragione, un'origine italiana. Nell'opera autobiografica, Vie de Henry Brulard ( Vita di Henry Brulard), verrà evocato l'ambiente familiare in cui il fanciullo trascorse l'infanzia e l'adolescenza.
Un doppio registro costituisce la novità e l'originalità di questa autobiografia scritta a cinquanta anni e destinata ad essere pubblicata solo dopo la morte dell'autore: da una parte il riaffioramento spontaneo delle sensazioni infantili, dall'altra l'intervento critico dell'adulto che giudica e prende partito. Nulla di comune quindi tra la Vie de Henry Brulard e tutte le altre autobiografie: qui il «racconto» propriamente detto non esiste. Da segnalare inoltre la presenza di un numero rilevante, più di duecento, di disegni di luoghi (interni ed esterni), il cui scopo è di «sorreggere la memoria».
La formazione intellettuale e sentimentale di Stendhal si è compiuta prestissimo; è quindi indispensabile parlare in modo un po'disteso degli anni giovanili. Il tratto saliente è costituito dall'insormontabile antipatia per il padre e la zia materna Séraphie, l'uno e l'altra considerati «tiranni», come pure «tiranno» venne giudicato il precettore, l'abate Raillane. Tale atteggiamento non deve né stupire né scandalizzare: la morte della madre, allorché il bambino aveva sette anni, provocò in lui un vuoto incolmabile. Per tutta la vita Stendhal proverà la nostalgia dell'amore materno, e l'uomo, che da tanti e per tanto tempo è stato considerato un cinico libertino, cercherà innanzi tutto nelle donne amate l'affetto di madre. D'altra parte, si attraversava allora l'epoca torbida della rivoluzione. Sebbene il Terrore non si manifestasse con violenza nel Delfinato, gli ambienti borghesi, come d'altronde quelli aristocratici, vivevano nell'isolamento e in perpetuo timore. Nessuna meraviglia che di quegli anni sia rimasto impresso in Stendhal il ricordo di un senso di soffocazione; prese allora il gusto, che non l'abbandonerà più, della lettura. Nel 1796, non appena aperta a Grenoble la Scuola centrale, creazione della Convenzione, l'adolescente ottenne di frequentarne i corsi. I tre anni che vi passò gli furono quanto mai proficui; tra l'altro Dubois-Fontanelle, professore di belle lettere, lo inizia non solo alla letteratura francese, bensì anche a quelle italiana e inglese, mentre Louis-Joseph Jay, professore di disegno, gli dà le prime nozioni di storia dell'arte. Tra l'altro il giovane si appassiona allora per la matematica. Riportato in tale materia il primo premio, si reca a Parigi per presentarsi al concorso d'ammissione al politecnico. Una volta però nella capitale, Stendhal rinuncia a concorrere; lo studio indefesso della matematica era stato solo un mezzo, un pretesto per lasciare Grenoble. Dopo un periodo di abbattimento, è aiutato dal ricco e potente cugino Pierre Daru, che gli fa avere dapprima un impiego al ministero della guerra e quindi gli dà modo di partire per l'Italia al seguito dell'esercito di riserva. L'arrivo a Milano, nel giugno del 1800, gli lascerà un'impressione indimenticabile. Nominato sottotenente al 6 o reggimento dragoni, è di stanza in Lombardia e in Piemonte, ma presto la vita militare gli ripugna, sicché nel 1802 dà le dimissioni.

S'inizia allora un periodo (1802-05) da lui stesso chiamato di «vita filosofica». Accontentandosi di un magro sussidio elargitogli dal padre, si prepara a entrare nell'arena letteraria. Non c'è progetto ambizioso ch'egli non faccia proprio: comporre un poema epico in dieci libri intitolato La Pharsale, con cui avrebbe, modestamente, oscurato la fama di Lucano e di tutti i poeti dell'antichità ; due tragedie in cinque atti e in versi: Ulysse e Hamlet, infine commedie. Del poema epico non venne stesa se non la bibliografia: un elenco di decine e decine di opere antiche e moderne da studiare attentamente; le tragedie rimasero allo stato di pure velleità . Invece Stendhal ha portato abbastanza avanti la stesura di due commedie, intitolate l'una Les deux hommes (I due uomini), l'altra Letellier, ambedue a sfondo satirico: satira degli «antifilosofi», che nel campo delle idee si andavano schierando contro i principi dell'illuminismo e in quello politico favorivano i disegni ambiziosi di Bonaparte primo console. Nonostante un lavoro accanito, Stendhal non diventerà mai, con sommo suo rincrescimento, autore drammatico, ma si avrebbe torto di supporre che siano stati questi anni perduti per lui. In realtà è un periodo fecondo di preparazione. Il gusto e, soprattutto, il senso del teatro perdureranno in Stendhal, sia sul terreno ideologico (la lotta romantica sarà da lui imperniata sul teatro), sia su quello della creazione (i romanzi stendhaliani sono essenzialmente azioni sceniche). Fedele discepolo dei filosofi settecenteschi e delle loro propaggini, Stendhal si dà ad un'incessante indagine critica giacché è persuaso che la creazione artistica deve essere il prodotto di un atto razionale e non il frutto di una geniale improvvisazione; non volendo lasciare nulla al caso, intende mettere a punto un sistema che per mezzo della codificazione di un certo numero di precetti gli permetta di esplorare a colpo sicuro il cuore umano e di creare così, combinando sapientemente caratteri e passioni, capolavori immortali. Quel suo assiduo meditare su autori come Helvétius, Hobbes, Destutt de Tracy, Lancelin, Brissot, Maine de Biran, ecc., ha dato l'ultimo tocco alla sua formazione intellettuale: ormai resterà sostanzialmente quale si è venuto orientando in questi anni.
Ma è noto che «litterae non dant panem». Deluso dalla vana attesa della gloria, stanco di vivacchiare con la pensione paterna, onerosa per chi la pagava, insufficiente per chi la riceveva, decide di tentar fortuna nel commercio e nella banca; si reca a Marsiglia (1805-06) per impratichirsi degli affari presso la ditta Meunier e C. Il cuore non è estraneo alla scelta di tale città : un'attrice di cui si era innamorato, Mélanie Guilbert, da lui chiamata Louason, era stata per l'appunto scritturata dal teatro di Marsiglia. Dal lato sentimentale le cose vanno bene, conquista Louason, e d'altronde presto se ne stanca; invece i gran progetti finanziari falliscono miseramente. Visto che la via era senza uscita, si adopera per rientrare in grazia presso i Daru, rimasti offesi dal suo abbandono della carriera militare e che lo ritenevano di carattere leggero e incostante. Infine Pierre Daru si lascia persuadere e acconsente ad aprirgli la carriera dell'amministrazione imperiale.

Prende inizio un nuovo periodo (1806-14): quello del funzionario. Alla metà d'ottobre 1806 Stendhal parte per la Germania con Martial Daru, fratello di Pierre; il mese successivo riceve la nomina di aggiunto provvisorio ai commissari di guerra ed è inviato a Braunschweig come intendente e amministratore dei beni dell'ex ducato. A questo proposito non sarà inutile precisare che Stendhal in questa come pure in altre occasioni ha rivelato ottime qualità di amministratore, e non si deve quindi sorridere di quel suo aspirare alle funzioni di prefetto; troppo spesso sin qui il futuro romanziere è stato considerato un fantasioso e inconcludente sognatore. Rientrato a Parigi alla fine del 1808, ne riparte agli ultimi di marzo dell'anno seguente per prendere parte, sotto gli ordini diretti di Pierre Daru, alla campagna d'Austria. Da maggio a novembre risiede a Vienna. Torna a Parigi alla fine di gennaio del 1810. Il 1 o agosto è nominato uditore al consiglio di stato e poco dopo ispettore del mobilio e degli edifici della corona. Sul finire d'agosto del 1811, chiesto un congedo, parte per l'Italia; si ferma dapprima a Milano, dove dichiara il suo amore a una donna che tanta impressione aveva fatta su di lui dieci anni prima, ma cui non aveva osato mai rivolgere la parola: Angela Pietragrua, visita quindi le principali città italiane: Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Da tale viaggio, di una durata di circa tre mesi, riporta il progetto, che non sarà realizzato se non sei anni più tardi, di scrivere una storia della pittura italiana. Nel 1812 partecipa alla campagna di Russia, durante la quale assolve le funzioni d'intendente a Smolensk; assiste alla battaglia della Moscova e all'incendio di Mosca, ed è fra i non molti superstiti della ritirata infernale. Nell'estate del 1813 è nominato intendente a Sagan in Slesia. Ammalatosi, ottiene di andare a curarsi in Italia. Parte alla fine di agosto e risiede a Milano e a Venezia. In dicembre è inviato a Grenoble per presiedere alla difesa del Delfinato contro le truppe di coalizione. Ma ormai i giorni dell'impero napoleonico erano contati e tutti gli sforzi per arginare l'invasione si rivelarono vani. Ritornato a Parigi, assiste all'ingresso degli alleati. Gli uditori al consiglio di stato sono soppressi; Stendhal si ritrova senza impiego e senza risorse. Decide allora di stabilirsi a Milano. Compone nei giorni drammatici del 1814 il primo libro, che uscirà agli inizi dell'anno seguente: Vies de Haydn, de Mozart et de Métastase (Vite di Haydn, di Mozart e di Metastasio), sotto lo pseudonimo di Louis-Alexandre-César Bombet. La trama del libro è un plagio innegabile di opere precedenti: per la prima parte delle Haydine di Giuseppe Carpani (che denuncerà pubblicamente il plagio), per la seconda da un saggio di C. Winkler, per la terza da scritti del Baretti e del Sismondi. Eppure Stendhal è riuscito a dare al proprio libro, così stranamente composto, un andamento e un tono personale cui il lettore moderno è sempre più sensibile.

Si apre nell'ottobre del 1814 il periodo milanese, che va sino al giugno del 1821, interrotto però da viaggi a Grenoble, a Roma, a Napoli, a Parigi e a Londra. è stato detto e ripetuto che tale epoca è nella vita del romanziere un'era beata di godimenti estetici offertigli dal suo sogno infine realizzato di vivere a Milano e dalla musica. Invece le cose stanno ben altrimenti. La rottura con Angela Pietragrua lo conduce a meditare il suicidio. La passione non corrisposta per Matilde Viscontini Dembowski, l'amore più profondo di tutta la sua vita, lo fa crudelmente soffrire. Ai tormenti sentimentali si aggiungono le difficoltà di ordine finanziario e l'incertezza angosciosa del domani. A ogni modo sono anni d'intensa attività intellettuale. Nel 1817 pubblica i due volumi dell'Histoire de la peinture en Italie (Storia della pittura in Italia), con le iniziali M. B. A. A. (Monsieur Beyle Ancien Auditeur), e Rome, Naples et Florence en 1817, in cui per la prima volta appare lo pseudonimo destinato a diventare celebre: Stendhal. Queste due opere hanno tratto a lungo in inganno lettori e critici: né l'una è una vera e propria storia della pittura italiana, né l'altra un diario di viaggio. Entrambe hanno invece un contesto sostanzialmente politico. Per capirne appieno il senso e la portata, occorre rifarsi al clima burrascoso della Restaurazione, al «terrore bianco» che accompagnò e seguì il ritorno dei Borboni. Per opposizione al governo reazionario instaurato dai Borboni, Stendhal, che sino allora aveva avversato il despotismo napoleonico, fa mostra di sentimenti liberali e bonapartisti. Pressoché ogni pagina dell'Histoire de la peinture en Italie racchiude allusioni più o meno velate all'imperatore e al governo borbonico. «Dopo la gloria, il fango» è la formula lapidaria che riassume il suo atteggiamento; formula da mettere accanto alla divisa così eloquente nella sua tacitiana concisione adottata allora da Stendhal : «Intelligenti pauca». Allo stesso modo Rome, Naples et Florence en 1817 è una protesta contro il misero stato in cui era ripiombata l'Italia dopo la scomparsa di Napoleone, laddove era stata così prossima al conseguimento dell'unità e dell'indipendenza. A quest'aspetto del libro si riconnette appunto il nome del presunto autore: «M. de Stendhal officier de cavalerie». Un nome di sapore germanico – Stendal (senza h), oltre a essere stata patria di Winckelmann, era città prussiana nota al grenoblese che, come si è detto, aveva soggiornato in Germania – non poteva suscitare sospetti. Tale particolare è da accostare all'altro che il viaggio di «M. de Stendhal» ha principio e fine a Monaco di Baviera. Inoltre da quando in qua un ufficiale di cavalleria si occupa di soggetti importanti? Non dichiara invece di viaggiare in Italia unicamente per amore della musica e delle belle cantanti? In realtà altro è lo scopo riposto: delineare il quadro «morale» dell'Italia ridotta in schiavitù dalla Santa alleanza. Il libro è un piccolo capolavoro, sebbene tra i meno noti dell'opera stendhaliana, per la vivacità del tono polemico che serpeggia nella trama e per la freschezza delle notazioni. Quanto siamo venuti asserendo è confermato d'altronde da tutta l'attività di Stendhal in questi anni. Sfondo nettamente polemico ha la Vie de Napoléon iniziata nel 1817 e lasciata incompiuta proprio a causa di tale carattere che ne rendeva impossibile la stampa. Polemici sono i pamphlets sulla lingua italiana e sul romanticismo. Nella guerra tra i classici e romantici che divampava a Milano, Stendhal si schiera senza esitazione dalla parte romantica, di cui abbraccia sia i principi prettamente letterari, sia quel concetto di nazionalità che ne formava la base. Quando nel giugno del 1821 rientra in Francia, non per essere stato espulso, ma perché la sua posizione era diventata insostenibile a cagione degli inevitabili equivoci provocati dall'insurrezione che covava, porterà seco un ricco bagaglio di idee.

Al periodo milanese segue quello parigino, che va sino all'autunno del 1830. Privo di qualsiasi funzione ufficiale, Stendhal conduce la vita dell'uomo di lettere. Non sono nondimeno anni sedentari: nell'inverno del 1823-24 risiede a Roma; nell'estate del 1824 si reca a Londra; nel 1827 viaggia in Italia, fermandosi a Genova, Livorno, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano (è allora che la polizia gli dà ordine, il 31 dicembre di quell'anno, di lasciare la città entro dodici ore, considerandolo individuo indesiderabile); nel 1829 visita il mezzogiorno della Francia e si spinge sino a Barcellona. Tre donne attraversano successivamente la sua vita in quell'epoca: Clémentine Curial, da lui chiamata Menti, Alberthe de Rubempré e Giulia Rinieri de'Rocchi; tuttavia l'immagine di Matilde, che muore nel 1825, non gli esce mai dal cuore. Nel 1822 pubblica De l'amour ( L'amore), libro in gran parte composto a Milano, e che, sotto l'aspetto di un trattato filosofico, nasconde la storia del suo amore infelice per la bella milanese. (Nell'opera figurano tra l'altro due espressioni entrate ormai nel linguaggio di tutti i giorni: amore-passione e cristallizzazione). Reminiscenze del soggiorno milanese abbondano anche nei due manifesti romantici stampati rispettivamente nel 1823 e nel 1825 con il titolo Racine et Shakespeare, anzi il primo non è in massima parte se non la traduzione pura e semplice degli articoli pubblicati da Ermes Visconti nel «Conciliatore». è facile immaginare che il romanticismo di Stendhal poco assomiglia alla corrente letteraria della prima parte dell'Ottocento che porta tal nome. Il romanziere è troppo originale, la sua forma mentis è troppo impregnata di razionalismo settecentesco per porsi sullo stesso piano di un Hugo, di un Lamartine, di un Vigny, di un Musset; a volta a volta precursore o ritardatario, egli fa sempre figura d'isolato. Nel 1825 pubblica un opuscolo polemico intitolato D'un nouveau complot contre les industriels (Su un nuovo complotto contro gli industriali), diretto contro la dottrina sansimoniana; è un opuscolo interessante perché mette in viva luce la sua curiosità per le questioni sociali. Allo stesso ordine d'idee si riconnette la sua collaborazione alle riviste inglesi, importantissima perché negli articoli periodicamente diretti al «New Monthly Magazine», al «London Magazine», alla «Paris Monthly Review», all'«Athenaeum», vengono passati in rassegna i principali avvenimenti sia letterari sia politici, anzi succede spesso che la letteratura ceda il passo alla politica. Il che non è da considerare riprovevole intrusione: per Stendhal la vita è una, e atto arbitrario il volere astrarre dal tutto una sola manifestazione del pensiero e dell'operato umano; in altri termini la letteratura pura è per lui concetto assurdo. L'originalità di Stendhal romanziere risiede appunto in quel suo affondare le radici del romanzo nella vita contemporanea. Per questo l'insieme degli articoli inviati ai periodici inglesi – pubblicati, ritradotti in francese sotto il titolo di Courrier anglais (Corriere inglese) – costituisce indubbiamente la cronaca più originale e più istruttiva della Francia all'epoca della Restaurazione. Né l'attività dello scrittore si ferma qui. Nel 1823 aveva dato alle stampe una spigliata Vie de Rossini, che ancora si legge con interesse. Nel 1827 pubblica una nuova edizione di Rome, Naples et Florence in gran parte rifatta, dato il carattere polemico e contingente della prima. Nel 1829 fa uscire le Promenades dans Rome (Passeggiate in Roma), libro che vorrebbe essere una semplice guida della città eterna, ma che in realtà ha un fascino straordinario per un certo tono lirico diffuso nelle pagine e tanto più attraente in quanto è discreto. Inoltre accanto alla storia e alle descrizioni dei monumenti non sono omesse considerazioni piccanti sui costumi dei romani dell'epoca e sul governo pontificio. L'autore vi ha fatto ricorso a un procedimento originale: invece di descrivere in modo anonimo o di parlare alla prima persona, introduce un gruppo di personaggi, ognuno con la propria individualità e con i propri gusti, sicché gli spunti di un dialogo danno vita alle descrizioni e alle parti storiche. Ma soprattutto Stendhal stampa nel 1827, all'età di 44 anni, il primo suo romanzo, Armance ou quelques scènes d'un salon de Paris en 1827 (Armance o qualche scena di un salotto parigino nel 1827), e tre anni dopo Le rouge et le noir. Molto si è discusso intorno ad Armance che, passato pressoché inosservato quando uscì, ha lasciato perplessi anche i lettori dell'inizio del nostro secolo quando non è stato oggetto di sarcasmi. Infatti, a prima vista, tutto è strano nel romanzo. Il carattere del protagonista, Octave de Malivert, è sembrato non solo oscuro, ma finanche incomprensibile. Perché quel suo continuo desiderio della morte? Perché sfugge la cugina Armance de Zohiloff ch'egli ama e che lo riama? Quali le ragioni della sua condotta incerta e ambigua? La chiave del mistero è in un suo segreto difetto fisiologico, l'impotenza, cui l'autore accenna, è vero, a più riprese, ma sempre di sfuggita e nei termini più velati. La scelta dell'argomento venne suggerita al romanziere dal successo di scandalo suscitato da un libro intitolato Olivier ou le secret (Oliviero o il segreto) della duchessa di Duras, che aveva circolato manoscritto nei salotti parigini verso la fine del 1825. La scoperta del romanzo ha proceduto a tappe: dapprima, il caso patologico, accuratamente velato dall'autore, è stato messo in luce da uno scrittore che di certe cose s'intendeva, André Gide; in seguito, la corrente marxista ha attirato l'attenzione sulla rappresentazione della società contemporanea: il racconto non si svolge fuori del tempo, bensì s'inserisce in un'epoca storica ben determinata e raffigurata coi suoi tratti più salienti; infine, più recentemente è stato scoperto il lato «immaginario» del romanzo pieno di simboli. Oggi Armance è un romanzo che seduce il lettore. Un fatto è certo: ormai Stendhal ha trovato la sua via in età adulta.
L'origine di Le Rouge et le Noir ( Il rosso e il nero), uno dei due romanzi più celebri di Stendhal, risale a un fatto di cronaca successo nella regione natale dell'autore, il Delfinato, ma «sublimato», per usare un termine stendhaliano per eccellenza. è quanto l'esegesi moderna ha messo in luce. Dalla pubblicazione (1830) sino alla metà del Novecento, non si è parlato se non della depravazione del protagonista, considerato ipocrita, arrivista, pronto a tutto per soddisfare l'ambizione che lo divora. Merito del realismo critico intorno agli anni'50 è stato dar valore al sottotitolo, Chronique du XIXe siècle : il romanzo è una riproduzione fedele delle condizioni politiche e sociali sotto la Restaurazione, epoca dominata dallo spirito di casta, in cui non era ammesso che un giovane popolano uscisse dal ghetto in cui era nato, quali che fossero le sue doti. Tesi ineccepibile, ma entro certi limiti. Infatti la tendenza costante di Stendhal è di trascendere la realtà e di dare al protagonista una statura epica. In questo Stendhal differisce sostanzialmente da Balzac che invece non va oltre i limiti della società contemporanea.

La rivoluzione di luglio fa di Stendhal un console. Nominato a Trieste, raggiunge la sede alla fine di novembre 1830, ma non vi rimane se non pochi mesi, sino ai primi di marzo dell'anno seguente, giacché Metternich, memore dei sensi liberali del nuovo funzionario e della sua espulsione dagli stati austriaci qualche anno prima, gli nega l' exequatur. Il governo pontificio si mostra meno rigido e non fa opposizione alla sua nomina a Civitavecchia. E a Civitavecchia e a Roma, dove cerca rifugio contro la noia, trascorre l'ultimo decennio della sua vita, interrotto da tre periodi di congedo in Francia, il primo da settembre a dicembre del 1833, il secondo dalla fine di maggio del 1836 all'estate del 1839, il terzo da ottobre del 1841 sino alla morte. Le funzioni consolari non sono in grado di esaurire la sua attività perché si tratta, nella maggior parte dei casi, di faccende di ordinaria amministrazione; egli lascia quindi il disbrigo delle pratiche al cancelliere, il famigerato Lysimaque Caftangi-Oglou Tavernier, greco di nascita, con cui i suoi rapporti diventano sempre più tesi. Sono questi gli anni in cui rivà con melanconia alla vita passata, alle donne amate, all'infanzia lontana. Da tale rievocazione escono le due opere autobiografiche, i Souvenirs d'égotisme (Ricordi d'egotismo) e la Vie de Henry Brulard, composte l'una nel 1832, l'altra tra il 1835 e il 1836, ambedue pubblicate solo alla fine del secolo, rispettivamente nel 1892 e 1890. Nel 1838 stampa i Mémoires d'un touriste (Memorie di un turista), presentati come il diario di viaggio di un sedicente negoziante di ferramenta; libro vivacissimo che dà della vita in Francia sotto la monarchia di luglio un'immagine caustica attraverso la varietà degli argomenti trattati. Oltre a un nuovo libro su Napoleone, completamente diverso dalla biografia del 1817, e a cui ha lavorato per parecchi mesi dal 1836 al 1838, e lasciato incompiuto, parecchi sono i romanzi iniziati e non condotti a termine: Une position sociale (Una posizione sociale, 1832), Lucien Leuwen (1834), Le rose et le vert (Il rosa e il verde, 1838), Lamiel (1839-41). I più importanti sono Lucien Leuwen che, scritto in chiave insieme autobiografica e realistica, contiene pagine di uno straordinario valore suggestivo accanto a capitoli di carattere prettamente politico, in cui sono messe a nudo, con acume e sottile ironia, le mene dei partiti e le trame ordite dagli uomini al potere; Lamiel che ha un interesse particolare per il carattere singolare dell'eroina e per la tecnica nuova che l'autore intendeva mettere in atto: «raccontare narrativamente», alleggerendo cioè la parte relativa alla cronaca e aumentando quella dell'azione romanzesca. Le opere narrative effettivamente pubblicate sono le Chroniques italiennes ( Cronache italiane) e La Chartreuse de Parme ( La certosa di Parma). Verso il 1833 gli era avvenuto di scoprire a Roma certi vecchi scartafacci che racchiudevano relazioni cinquecentesche di fatti di sangue, di processi, di esecuzioni capitali. Incuriosito, le aveva fatte copiare e di là ha ricavato quattro cronache: Vittoria Accoramboni, i Cenci, La Duchesse de Palliano, L'Abbesse de Castro (La badessa di Castro), uscite dapprima nella «Revue des Deux Mondes» e riunite, a eccezione della terza, nel 1839 in volume. è stato asserito che l'interesse da lui provato per quelle vecchie cronache si spiega con un suo recondito gusto per le atrocità . La spiegazione non può soddisfare. Ancora una volta occorre ricordare il concetto stendhaliano, prettamente romantico d'altronde, della storia concepita come cronaca, e a tale concetto bisogna ricongiungere il culto dell'energia. Da notare che Stendhal non ha inteso dare un quadro di irreprensibile esattezza storica dei costumi rinascimentali; accettando senza discutere i dati di fatto quali li trovava nei vecchi manoscritti italiani, egli si propone di opporre al Rinascimento il proprio secolo, del primo esaltando l'energia, considerata come libera espressione dell'istinto, scevra di ogni ipocrisia individuale e sociale, ipocrisia che ai suoi occhi costituisce la triste caratteristica del sec. XIX. Quelle vecchie cronache, di cui non si preoccupa affatto di verificare il grado di autenticità , gli offrono una comoda cornice e una trama già pronta per entrare più addentro nel gioco delle passioni, movente di ogni azione umana. Le Chroniques italiennes formano il nucleo o, come è stato detto con felice formula, la prova generale della Chartreuse de Parme. Sbocciato miracolosamente dalla sua fantasia in soli 52 giorni – dal 4 novembre al 26-XII-1838, quando invece Stendhal componeva in genere con grande lentezza – il romanzo prende l'avvio proprio da una cronaca italiana sulla gioventù del pontefice Paolo III, cronaca di cui è stata conservata una replica abbreviata con il titolo Origine des grandeurs de la famille Farnèse (Origine della grandezza della famiglia Farnese). In essa era narrata l'ascensione di Alessandro Farnese, nipote di Vandozza, che per aver rapito una giovane donna venne imprigionato per ordine d'Innocenzo VIII in Castel Sant'Angelo, donde evase valendosi di una corda. Assurto il cardinale Roderigo al pontificato con il nome di Alessandro VI, Alessandro Farnese fu nominato cardinale per protezione di Vandozza, il che non gli impedì di convivere con una gentildonna romana di nome Cleria. Alla morte di Clemente VIII, Alessandro venne eletto papa e prese il nome di Paolo III. Quanto si è detto a proposito di Le rouge et le noir nei riguardi della fonte del romanzo deve essere ripetuto per La Chartreuse de Parme. Alcuni elementi fondamentali della cronaca sussistono nel romanzo, come la figura di Vandozza, la prigionia di Alessandro in Castel Sant'Angelo, la sua avventurosa evasione, il suo amore per Cleria (e già il suono di tal nome tanto vicino a quello di Clelia è sintomatico), eppure l'originalità di Stendhal è indubbia.
La trama mette in rilievo che il romanzo non è un semplice ricalco della cronaca. Se l'originalità nella creazione dei caratteri è fuori d'ogni dubbio, un punto capitale che la critica solo recentemente ha messo in luce è l'atmosfera contemporanea che avvolge il romanzo. La realtà storica sempre presente in tutte le parti del romanzo è l'Italia negli anni intorno al 1830, nel periodo del predominio della Santa alleanza. Un intimo legame ricongiunge quindi La Chartreuse de Parme a Le rouge et le noir : l'uno costituisce nei riguardi dell'Italia il riscontro di quanto era l'altro nei confronti della Francia della Restaurazione. La Chartreuse de Parme è però l'apogeo dell'arte stendhaliana, poiché va in pari tempo oltre la cronaca e ogni realtà contingente; la ricerca psicologica, le reminiscenze autobiografiche, gli elementi avventurosi, le battute polemiche, tutto sfuma in una ideale atmosfera musicale. Per questo i sentimenti e le azioni dei personaggi non possono essere misurati alla stregua dell'umanità ordinaria. Non per nulla il romanzo si chiude con la dedica «to the happy few», ossia a un ideale e piccolo numero di eletti, soli capaci di condividere tali sensazioni. Stendhal non saprà ritrovare più tanta elevazione e delicatezza di tono. I racconti iniziati dopo La Chartreuse de Parme : Le chevalier Saint-Ismier (Il cavaliere di Saint-Ismier), Trop de faveur nuit (Troppi favori nuocciono), Suora Scolastica, per la pubblicazione dei quali aveva firmato un contratto con la «Revue des Deux Mondes» il 21-III-1842, cioè il giorno prima d'esser colpito da un fatale colpo apoplettico in rue Neuve-des-Capucines, nei paraggi del ministero degli esteri, sono rimasti allo stato di abbozzi ed è difficile dire se avrebbero portato alcunché di nuovo. Ripetiamo che il tentativo di rinnovarsi in Lamiel è rimasto allo stato di intenzione.