Scott, sir Walter

Scrittore inglese (Edimburgo1771 - Abbotsford1832). Passò la fanciullezza nel border scozzese, dove si impregnò l'anima del folklore e delle leggende del suo paese; frequentò le scuole a Edimburgo, e studiò avvocatura divenendo presto avvocato di grido e trovando quindi accoglienza nell'alta società scozzese. Dopo una prima delusione d'amore, da cui non guarì mai completamente, sposò nel 1797 Charlotte Charpentier; pubblicò i primi versi sulla «Edinburgh Review» e tradusse dal Bürger e da Goethe. Nel 1802 un suo amico tipografo, James Ballantyne (con il quale Scott ebbe disgraziatissimi rapporti d'affari che lo portarono all'orlo della rovina), pubblicò Minstrelsy of Scottish Border (Canti giullareschi della frontiera scozzese), raccolta che influì enormemente sulla poesia stessa di Scott, come appare dal Lay of the Last Minstrel (Canto dell'ultimo menestrello, 1805), che fu la sua prima importante opera originale. Diventò subito uno dei più popolari scrittori d'Inghilterra, secondo soltanto a Byron. I suoi successivi poemi, Marmion (1808) e The Lady of the Lake ( La signora del lago, 1810) ebbero un successo di fama e di denaro veramente strepitoso, per quanto in verità la sua sia una poesia piuttosto superficiale, di forma imperfetta, in cui già traspare più il romanziere che il poeta. Tosto eclissato da Byron, che pure aveva iniziato imitandolo, si mise a scrivere articoli di critica sulla «Edinburgh Review» prima, e sulla «Quarterly Review» poi, ma soprattutto creò la moda del romanzo storico, inteso a far rivivere le antiche età nei loro particolari di costume, di vita quotidiana, di colore locale, ecc., con un reale scrupolo archeologico e storico. Per parecchi anni la sua vita fu felicissima: amava la famiglia e i suoi bambini, e il successo dei suoi libri (pur se, fino al 1825, questi uscirono anonimi in quanto Scott temeva che ne soffrisse la sua reputazione di magistrato: dal 1806 esercitava infatti le funzioni di cancelliere) gli procurò una notevole ricchezza, che gli permise di costruirsi una sontuosa dimora di gusto gotico ad Abbotsford, e di condurre una vita molto signorile; fu insignito del titolo di baronetto. Sennonché nel 1826 Constable, l'editore di gran parte dei suoi romanzi, fallì trascinando seco Ballantyne, nella cui società Scott aveva investito gran parte dei suoi capitali, così che egli di colpo perdette tutta la sua sostanza e si trovò sommerso nei debiti, da cui riuscì a liberarsi in parte solo con anni di lavoro indefesso. L'eccesso di fatica finì per spezzare la sua fibra robusta: la morte lo colse in Scozia, dopo un inutile viaggio in Italia in cerca di salute.
I primi romanzi, Waverley ( Waverley o Sessant’anni, 1814), Guy Mannering (1815), The Antiquary ( L'antiquario, 1816), Old Mortality (1816), Rob Roy (1818), The Heart of Midlothian (Il cuore del Midlothian, 1818) trattano per lo più di un periodo immediatamente anteriore a quello in cui visse Scott. Ritraggono cioè l'ambiente scozzese del'700, di cui egli aveva ricordi personali, e pur richiamandosi alla Edgeworth e a certi autori scozzesi minori, come Jane Porter e John Galt, mostrarono subito elementi così vivi e originali da eclissare totalmente i predecessori; e forse nella descrizione degli ambienti scozzesi e dei tipi caratteristici dei suoi montanari, di cui riproduce il dialetto e le bizzarrie con una fedeltà e un umorismo ammirevoli, sono i motivi più duraturi e più solidi della sua gloria. Nel 1819 pubblicò Ivanhoe, cominciando così la serie dei grandi romanzi storici tipicamente romantici, con ricostruzioni di ambienti medievali, tornei, castelli, torri e prigioni, ecc., tutto l'armamentario del romanzo storico, che dilagò poi in tutta l'Europa. Da allora Scott spaziò per tutte le epoche storiche, da Riccardo Cuor di Leone a Maria Stuarda ed Elisabetta d'Inghilterra. I romanzi si susseguivano a ritmo accelerato: nel 1820 The Monastery (Il monastero) e The Abbot (L'abate); nel 1821 Kenilworth ; nel 1822 The Pirate, Peveril of the Peak, The Fortunes of Nigel (Le fortune di Nigel); nel 1823 Quentin Durward ; nel 1824 Redgauntlet ; nel 1825 The Betrothed (I fidanzati), versione inglese del capolavoro manzoniano, e The Talisman (Il talismano); nel 1828 The Fair Maid of Perth (La bella ragazza di Perth), ecc. Oggi quelle rievocazioni storiche, fastose e minute, paiono un po'artificiose, e lasciano freddi; anche la fedeltà storica di Scott è poco attendibile, e non pochi sono i suoi anacronismi. In realtà tutta la farragine descrittiva e il romanticismo esteriore che l'accompagnano, erano solo alla superficie dello spirito di Scott ; né sono i suoi intrecci, spesso ingenui, spesso macchinosi, per lo più convenzionali, quelli che resistono al trascorrere della moda. Ma egli è grande per la vitalità stupenda di alcuni suoi tipi; soprattutto per certi caratteri popolari scozzesi che egli seppe ritrarre in modo inimitabile. E così per il suo senso di humour, la vena comica fresca e zampillante che permea i suoi migliori libri, e che non è affatto romantica, ma ancora settecentesca (un fenomeno consimile a quello della poesia di Byron); e il senso vivo che egli ebbe del folklore della sua terra insieme con la sua abilità nel dipingerne gli interni, che fa pensare ai pittori olandesi. In realtà l'apparato romantico, che egli derivava in parte dai cosiddetti «romanzi neri», alla Radcliffe e alla Lewis (dei quali però evitò sempre l'eccesso di terrore misterioso), non è in lui che una sovrastruttura, pur così vistosa da apparire quasi come un carattere essenziale della sua personalità , tanto più che quell'apparato sembrava coincidere con il gusto del pubblico. E fu questa sua parte che influì così profondamente sui romanzieri di tutta Europa. Anche in Italia fu assai presto conosciuto e largamente imitato. Kenilworth fin dal 1821 fu tradotto da Gaetano Barbieri; seguirono Ivanhoe (tr. Barbieri, 1822); The Legend of Montrose (col titolo: L’ufficiale di fortuna, a cura di V. Lancetti, 1822); The Hearth of Midlothian (col titolo: Le prigioni di Edimburgo, 1823); The Antiquary e altri. The Lady of the Lake fu tradotta nel 1821 a Torino e a Palermo (era già stata tradotta a cura di P. Pallavicino nel 1814 e pubblicata sull'«Italico», giornale italiano pubblicato a Londra) ed ebbe un enorme successo di critica. Traduzioni dei romanzi si susseguirono per tutto l'Ottocento; N. Tommaseo e T. Grossi ne progettarono traduzioni, pittori (Hayez, litografie illustranti l'Ivanhoe) e musicisti (Rossini nella Donna del lago, Donizetti nella Lucia di Lammermoor e nella Elisabetta al castello di Kenilworth) trassero ispirazione da quei romanzi ormai celeberrimi. Ed enorme fu l'influenza sugli scrittori: Manzoni stesso, Grossi, D'Azeglio, Cantù, Guerrazzi e innumerevoli altri minori, attinsero da Scott, che fu maestro a tutta una generazione di scrittori, dal 1825 fin verso il 1860.