Schiller, Johann Christoph Friedrich

Poeta tedesco (Marbach, Württemberg,1759 - Weimar1805). Trascorse gli anni della prima infanzia affidato esclusivamente alle cure della madre, Elisabeth Dorotea Kodweiss. Solo dopo il 1764 il padre Johann Kaspar Schiller poté vivere vicino alla famiglia, domiciliata nel villaggio di Lorch, dove il pastore Moser insegnava al piccolo Friedrich i primi rudimenti della lingua latina. Un mondo assai più vasto doveva dischiudersi all'osservazione del fanciullo a Ludwigsburg, dove il capitano Schiller veniva trasferito nel 1766, in particolare attraverso il fasto delle rappresentazioni teatrali, vanto della corte francesizzante del duca Carlo Eugenio. Nel 1773, per volontà del duca stesso, Schiller entrava nell'accademia militare; nel 1775, trasferita la sede dell'accademia a Stoccarda, s'iscriveva alla facoltà di medicina. Gli interessi filosofici, già allora vivacissimi in lui, l'indussero ben presto a indagare il rapporto tra le funzioni organiche e le facoltà intellettuali dell'uomo: tema che costituì anche l'argomento della sua tesi di laurea.

L'impeto di libertà e di ribellione che aveva alimentato lo Sturm und Drang è il più schietto motivo ispiratore del dramma Die Raüber (1781; I Masnadieri, in «Teatro», a cura di B. Allason e M. D. Ponti, Torino 1969), il primo che Schiller portasse a termine. Nei suoi toni crudi e ignari di chiaroscuri, nella sua prepotenza passionale, esso è soprattutto una magniloquente difesa dei diritti dell'individuo, conculcato da norme ipocrite e menzognere e schiavo dell'arbitrio e della tirannia. Il dramma, pubblicato nel 1781 e rappresentato anonimo a Mannheim (1782), suscitò l'entusiasmo degli spettatori; ma l'autore che viveva di un misero impiego quale medico di reggimento, scoperto dal duca Carlo Eugenio, si vedeva proibire ogni attività letteraria, incompatibile con il servizio nell'esercito del duca; perciò, nella notte tra il 22 e il 23-IX-1782, insieme con un amico, Schiller fuggì sotto falso nome da Stoccarda e si rifugiò a Mannheim. Qui, assillato dai debiti, trascorse alcuni mesi, tentando invano di far rappresentare un suo nuovo dramma, Die Verschwörung des Fiesko (1783; La congiura del Fiesco, ibid.). Solo nel gennaio del 1784, quando già da alcuni mesi il poeta era stato assunto come Theaterdichter a Mannheim, il Fiesko, due volte rielaborato, venne accolto dall'intendente Dalberg; ma la «tragedia repubblicana», assai meno travolgente dei Masnadieri e troppo macchinosa, ottenne scarso successo. Maggior fortuna arrise alla tragedia borghese Luise Millerin, intitolata poi Kabale und Liebe (1784; Intrigo e amore, ibid.), che alla corruzione, all'arbitrio crudele e alla meschinità dell'assolutismo contrappone per la prima volta le virtù di una piccola borghesia, ora innalzata a corifea della dignità individuale, ora osservata nella sua vita quotidiana con un realismo che si concreta nella freschezza del linguaggio e nella vivacità della rappresentazione. Scaduto il contratto con il teatro Mannheim, nell'aprile del 1785 Schiller si trasferì a Lipsia dove, fra altri ammiratori, lo attendeva Christian Gottfried Körner, che sarebbe diventato suo intimo amico e prezioso collaboratore. Ospite dei Körner a Dresda, e nella quiete del villaggio di Loschwitz sull'Elba, con animo nuovo Schiller esaltava la fraternità , l'amicizia e la gioia di vivere nel fervido inno An die Freude (1785; Alla gioia, in Poeti tedeschi, a cura di A. Maffei, Firenze 1869 e in Liriche e ballate, Milano-Verona 1947), poi parzialmente musicato nella nona sinfonia di Beethoven, e portava a compimento il Don Carlos, Infant von Spanien (1787; Don Carlos, in «Teatro», cit.). Tragedia destinata forse più di qualsiasi altra a scuotere e trascinare le folle a due anni dalla rivoluzione francese: nella giostra degli espedienti assurdi, delle declamazioni retoriche, delle contraddizioni psicologiche, la figura ideale del marchese di Posa, illuminista ante litteram, e quella, più complessa e in fondo più patetica, di Filippo II portavano sulle scene tedesche i grandi conflitti ideali del tempo.

Il 10-X-1792 l'assemblea nazionale avrebbe conferito la cittadinanza francese onoraria al poeta del Don Carlos e dei Masnadieri, ormai lontanissimo dagli entusiasmi rivoluzionari della giovinezza. Ma se il Terrore, e in particolare il regicidio, dovevano mutare profondamente le opinioni politiche di Schiller, la sostanza etica dei drammi giovanili avrebbe ispirato anche la produzione dell'età matura. Compiuto il Don Carlos, per dieci anni gli studi storici e filosofici assorbirono quasi completamente il poeta. Spinto dal desiderio di avvicinare un ambiente più vasto, nel luglio del 1787 Schiller si recò a Weimar, dove il duca Carlo Augusto gli aveva conferito il titolo di consigliere. A Weimar conobbe Herder e Wieland e venne presentato a corte, mentre, in una rapida visita a Jena, il filosofo Reinhold lo introduceva nell'ambiente universitario della città . Contemporaneamente, la poesia schilleriana, ispirata da concetti e da verità generali, canta il suo ideale di armonia del mondo sensibile e sovrasensibile incarnato nelle antiche favole elleniche in Die Götter Griechenlands (Gli dei della Grecia, 1788); e in Die Künstler (Gli artisti, 1788-89) scioglie l'inno più puro e più commosso all'arte. Nel dicembre del 1788, grazie all'intervento di Goethe, il poeta fu nominato professore straordinario di storia all'università di Jena. Oltre al corso di storia, nel 1790 Schiller tenne una serie di lezioni sulla tragedia, da cui ebbero origine due saggi di estetica, über den Grund des Vergnügens an tragischen Gegenständen (1791; Della ragione del godimento procurato da oggetti tragici, in Saggi estetici, Torino 1959) e über die tragische Kunst (1792; Dell'arte tragica, ibid.). Una grave, lunga malattia, destinata a minare per sempre la sua salute, lo paralizzò per diversi mesi nel 1791. A Jena Schiller trovò nella filosofia di Kant la risposta più esauriente alle proprie esigenze di rigorismo morale e la elaborò a sua volta in una serie di scritti di estetica che prendono le mosse dalla Critica del giudizio. Una sua opera complessiva sull'estetica, che avrebbe dovuto intitolarsi Kallias, si trasformò in una serie di lettere a Körner, note appunto come Kalliasbriefe (1793-94; Callia o della bellezza, Roma 1984). A queste seguì oltre ad alcuni altri trattati di estetica, il famoso saggio über naive und sentimentalische Dichtung (1795-96; Sulla poesia ingenua e sentimentale, ibid.), che esercitò in seguito un influsso determinante sull'estetica del romanticismo. In tutta l'opera filosofica di Schiller predomina il problema dei rapporti fra estetica e morale; e dal poeta dei Künstler il seguace di Kant deriva la fede nella spontaneità dell'anima bella, per cui la legge morale non è più costrizione, ma legge innata, e l'umanità progredisce sulla via della ragione verso il suo adempimento supremo. Fra la natura sensibile dell'uomo e la vita morale cui la prima deve sottomettersi, l'educazione estetica promuove uno stadio intermedio, in cui l'uomo s'abbandona alla contemplazione disinteressata, e, non più asservito ai sensi, si dispone all'accettazione di una legge superiore. Guida a un mondo che la trascende, dunque, la bellezza; eppure anche ideale che trova la sua compiuta validità in se stesso, nella propria autonomia, meta che implica l'espressione più perfetta delle possibilità umane. E solo la vita estetica può ricondurre l'uomo a quell'identità di spirito e natura che caratterizzava l'«ingenuità » antica, contrapposta alla «sentimentalità » moderna, che all'armonia perduta tende come a un paradiso da riconquistare. Sciolto ormai da ogni obbligo professionale grazie alla pensione annua che gli corrispondeva dal 1792 il principe di Holstein-Augustenburg, Schiller poteva ormai, per quanto gravemente l'ostacolasse la malferma salute, consacrarsi a una libera attività filosofica e letteraria; e il vincolo strettissimo d'amicizia che l'unì a Goethe dal 1794 alla morte, si tradusse in una comunione spirituale, di cui rimane superba testimonianza il carteggio dei due poeti. A Jena, dov'era tornato nel maggio del 1794, Schiller fondò la rivista «Die Horen» (Le Ore) cui, con Goethe, collaborarono fra gli altri Fichte e Wilhelm von Humboldt. La rivista, che rimase in vita tre anni, escludeva dalla propria sfera di interessi i temi politici e religiosi più fervidamente discussi in Germania, proponendosi invece di offrire all'umanità lacerata in sette e fazioni un superiore ideale unitario di bellezza e di verità . Goethe e Schiller risposero alle critiche all’ambizione dei loro propositi con gli epigrammi politici Xenien, pubblicati nel Musenalmanach für das Jahr 1797 (Almanacco delle Muse per l'anno 1797), insieme con distici di contenuto più generale, raggruppati sotto il titolo Votivtafeln (Tavolette votive): gli antagonisti risposero in modo così misero e inefficace da lasciar facilmente la palma alla coppia di Weimar, costituitasi tribunale di un'epoca letteraria e del cosiddetto «spirito del tempo». Nel Musenalmanach del 1798 comparvero anche le ballate di Schiller, ballate di tipo epico-drammatico, aliene dai chiaroscuri lirici tanto cari a Goethe, talvolta di tono piuttosto smorzato nella limpidezza un po' statica della raffigurazione, tal altra invece di una drammaticità vigile e dolorosa che non conosce illusione né conforto.

Negli ultimi anni della sua vita, Schiller tornò alla produzione drammatica interrotta con il Don Carlos e ripresa con un fervore che ormai soltanto la morte avrebbe stroncato. L’artista trovò nella materia della sua ultima opera storica dedicata alla guerra dei Trent’anni l'argomento per la trilogia del Wallenstein (1799; Wallenstein, in Teatro, cit.), composta fra la primavera del 1797 e quella del 1799. Il prologo della trilogia, Wallensteins Lager (Il campo di Wallenstein), è un vasto quadro di costume, che ha per protagonista l'esercito imperiale nella bizzarria variopinta delle nazioni, dei gruppi, degli individui. Il conflitto fra etica e politica, fra l'individuo e lo stato, insieme con il problema della legittimità , costituisce la molla dell'azione in Die Piccolomini come nella terza parte del dramma, Wallensteins Tod (La morte di Wallenstein). Nella successiva tragedia Maria Stuart (1800; Maria Stuarda, ibid.), rappresentata nel 1801, la regina d'Inghilterra e quella di Scozia si contrappongono con una crudezza di toni che non trasgredisce le norme della coerenza psicologica. A Weimar, dove si trasferì nel dicembre del 1800, Schiller coadiuvò alacremente Goethe nell'opera di riforma che questi aveva intrapreso quale direttore del teatro di corte. Ciò nonostante, le sue ultime tragedie si susseguirono a ritmo serrato. Nel settembre del 1801 il teatro di Lipsia presentava Die Jung Frau von Orléans (1801; La pulzella d'Orléans, ibid.), dramma in cui il nucleo storico è sommerso in una libera interpretazione romantica, che prostra l'eroina cattolica in un amore terreno per poi ridonarle, con l'ascesi spirituale, il potere miracoloso e la forza sovrumana che la conducono all'ultima vittoria e alla morte in battaglia. La tragedia successiva, Die Braut von Messina (1803; La sposa di Messina, ibid.), s'ispira al modello greco della «tragedia del destino», inserendo il tema dei fratelli nemici in una vicenda familiare che ha come archetipo la storia di Edipo. Il Wilhelm Tell (1804; Guglielmo Tell, ibid.) è il più popolare degli ultimi drammi di Schiller, celebrando la lotta per la libertà e l'indipendenza, quasi legge spontanea di una umanità ingenua e incorrotta, sullo sfondo di un paesaggio idilliaco e di una natura incontaminata. Nel maggio del 1805, dopo un nuovo attacco polmonare, la morte troncò quel fervido impulso creativo.