Rilke, Rainer Maria

La sua famiglia, cattolica, originaria della Carinzia, era di estrazione nobiliare (o tale leggenda avvalorò Rilke, trovandosi a frequentare il mondo aristocratico), comunque di non troppo agiate condizioni se il padre, Joseph, all'epoca dell'infanzia del poeta, era un modesto funzionario delle ferrovie. Rainer Maria diventò cadetto nella famosa scuola militare di Sankt Pölten (la stessa che ebbe poco più tardi allievo Robert Musil), e la dura disciplina alla quale dovette sottomettersi avrà non poche conseguenze sulla sua salute e, in parte, sul suo equilibrio psichico. In seguito studiò a Praga, poi a Monaco e a Berlino. Viaggiò a lungo nell'Europa occidentale, in Africa e in Russia, spesso accompagnato dalla scrittrice Lou Salomé (già amica di Nietzsche, alla quale Rilke deve fra l'altro l'introduzione nel mondo aristocratico). Risiedette qualche anno a Meudon (Parigi), dove fu amico e segretario dello scultore Auguste Rodiñ fu in Scandinavia, in Spagna, ancora in Boemia e nell'Italia meridionale, e venne poi ospitato a Duino (Trieste) dalla principessa Thurn und Taxis. Nel 1916 servì sotto le armi per sei mesi, e se scarsa fu la sua partecipazione attiva al conflitto, enorme fu l'eco che doveva risentirne la sua natura sensibile. Per 10 anni rifiutò di pubblicare: ma una nuova fioritura attese la sua poesia a Muzot, nel Vallese, dove Rilke si stabilì nel 1919 abitando, libero da ogni preoccupazione, in un'antica torre isolata messa a sua disposizione dall'amico Reinhart.
Negli ultimi anni Rilke andò spesso a Parigi, incontrò Gide, tradusse alcuni poemetti di Valéry e scrisse in francese un breve libro: Vergers suivi des Quatrains Valaisans (1926; Verzieri Le Quartine Vallesane, in Poesie francesi, Milano 1989), dove l'uso di una lingua amatissima ma pur sempre straniera rende il verso leggero e cristallino. Ormai la sua esistenza volgeva al termine. Vittima della leucemia, Rilke morì a soli 51 anni, lasciando un gran numero di manoscritti inediti, oggi raccolti nei «Rilke -Archiv» di Brema, Marbach, Weimar, Berna e Harvard. è sepolto nel cimitero di Muzot.
Pochi artisti scavarono come Rilke un'orma profonda nel gusto letterario del loro tempo e pochi come lui ebbero seguaci appassionati e fedeli, specialmente fra le donne. Paragonabile per certi aspetti a D'Annunzio, egli non ne ebbe il gusto multiforme della vita, lanciata in tutte le direzioni possibili dell'azione e anche dello snobismo. La biografia di Rilke è povera, come s'è visto, ma tutta si anima e si trasfigura nell'opera. E, si potrebbe dire, l'opera forma le grandi tappe di una biografia ideale, la sola in cui l'introverso poeta potesse fiorire, espandersi e consumarsi, sul filo di una continua passione che è gioia e sofferenza, arte di sfumature e di cifre. Una passione che è fine a se stessa e che, facendo di Rilke una specie di moderno anacoreta, si esprime nella musica di un linguaggio sublime.
Nelle opere giovanili, scritte prima dei venticinque anni, il poeta intuisce, in modo ancora confuso, quel tono che attraverso la varietà dei temi resterà sempre il suo fondamentale, lieve e bruciante insieme: Leben und Lieder (Vita e canzoni, 1894), Larenopfer (Sacrificio ai Lari, 1896), Traumgekrönt (Coronato di sogno, 1897), Advent (Avvento, 1897) e alcune novelle fra cui Zwei Prager Geschichten (1899; Due racconti praghesi, Pordenone 1983). Nella raccolta lirica Mir zu Feier (A mia celebrazione), diventato poi Frühe Gedichte (1909; Prime poesie, in Liriche e prose, Firenze 1954), dello stesso 1899, i motivi si sono illimpiditi e già impegna il sapiente tessuto dei versi quell'atmosfera di inquieto sogno, quel volgere verso l'«anima» delle cose, quella presenza della «memoria» (non necessariamente volta verso il passato), quel vago tralucere di luce divina che, con diversi atteggiamenti e successive incarnazioni, formeranno le pagine più alte della poesia tedesca del secolo.
Del 1898 è l'inizio di Das Florenzer Tagebuch (1898; Il diario fiorentino, Milano 1981), continuato a Viareggio e finito durante un soggiorno del poeta nei dintorni di Danzica. è una specie di lunga relazione sulle impressioni riportate da Rilke di fronte ai capolavori della pittura italiana, espresse in forma di brevi aforismi, sullo stile dello Zarathustra nietzscheano. Rilke lo scrisse per Lou Salomé; è il periodo più vivo dell'amicizia con la scrittrice russo-tedesca e, attraverso lei, il periodo in cui più forte il poeta risentì dell'influenza di Nietzsche. Nel Diario compaiono per la prima volta certi temi tipicamente rilkiani, come la necessaria solitudine dell'artista, l'indifferenza per il pubblico che legge, idealmente e ancora confusamente avvicinata all'indifferenza per l'amore che ci viene dato. Notevoli sono alcune pagine di analisi pittorica: il Beato Angelico, l'Orcagna, il Concerto di Giorgione.
Dall'illimpidirsi dell'idea di Dio e dalle suggestioni tolstojane che avvolsero il poeta al tempo del suo primo viaggio in Russia (durante il quale incontrò Tolstoj), nacquero nel 1900 le Geschichten vom lieben Gott (1900; Le storie del buon Dio, Roma 1989), tredici parabole, storie di intonazione allegorica e morale, impregnate di grande serenità , una pausa nell'accensione drammatica della ricerca di Dio.
Due anni dopo, in Das Buch der Bilder (1902-06; Il libro delle immagini, Milano 1947), pubblicato completo nel 1906, il mondo esterno sembra riprendere il sopravvento, portato da una sensuale aderenza ai fatti e ai gesti, siano pure visti in una lontananza e solennità da arazzo. Press'a poco dello stesso periodo sono le Briefe an einem jungen Dichter (1929; Lettere a un giovane poeta, ivi 1988 3), scritte fra il 1903 e il 1908, dieci lettere indirizzate a Franz Xaver Kappus, un allievo di Sankt Pölten, la stessa scuola frequentata anni prima da Rilke. Entusiasmato e commosso dal Mir zu feter, Kappus mandò un gruppo di due sue liriche al poeta, con una lettera piena di interrogativi e di problemi. Le risposte che Rilke andò elaborando formano un breviario poetico e riassumono alcune idee fondamentali della sua visione complessiva, quali la solitudine, nutrice dell'opera; la poesia come slancio assoluto verso la creazione, non inquinato dal fetido fiato delle considerazioni esterne; l'originalità , in arte e in amore, vista come naturalezza e spontaneità , ossia rifiuto intimo di ricalcare sentieri già tracciati, ecc.
Del 1904 è il poemetto drammatico Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke (1906; Canto di amore e morte dell'alfiere Christoph Rilke, Pordenone 1988), la celebre Romanza dell'alfiere (più volte e con diversi titoli tradotta), composta, come dice Rilke, in una lettera, «in un'unica notte d'autunno», alla quale si è a lungo connessa la fama poetica di Rilke all'estero, con un'insistenza che alla lunga dispiacque allo stesso poeta: quel folgorante successo minacciava di spostare l'attenzione del pubblico da ciò che, secondo l'autore, era più significativo ed essenziale. Comunque sia, il Canto dell'alfiere è diventato un piccolo classico. Si tratta di ventisette brevi tempi di sonata, nati dalla secchezza di una pagina di cronaca relativa a un presunto antenato del poeta, morto in battaglia contro i turchi a soli diciott'anni. Su uno sfondo tenebroso, premonitore di tragedia, i ventisette momenti lirici non sono che lampi che scandiscono la breve apoteosi di gloria, amore e morte del giovinetto Cristoforo.
R. è sui 30 anni. Basterebbe già tutto quello che ha scritto finora per assicurare il suo nome alla letteratura tedesca. Eppure le grandi opere non sono ancora nate.
Das Stundenbuch (Il libro d'ore, Brescia 1950, Firenze 1968) fu pubblicato nel 1905. L'esperienza artistica del viaggio in Italia e l'esperienza mistico-sociale del viaggio in Russia maturarono nell'animo di Rilke, che, in 25 giorni, in una villa nelle vicinanze di Berlino, scrisse le tre parti di cui si compone il Libro d'ore, il momento certamente più intenso del suo slancio mistico. Il poeta si immagina nella solitudine del convento, in una strenua lotta di perfezionamento sulla traccia del Dio invisibile. Ma non si tratta di una drammatica lotta con l'Angelo. Ascoltando quel ritmo dell'anima estasiata che è il canto gregoriano, sempre più il monaco russo protagonista (alter ego dell'autore) sente che la presenza di Dio altro non è che l'altezza stessa che l'anima di volta in volta raggiunge. In altre parole, la stessa concezione che reggerà i Quaderni di Malte : Dio è una direzione.
I Neue Gedichte (Nuove poesie, Firenze 1954) del 1907 e 1908 sono dedicati a Rodin. Dopo le allegorie sottili e la musicalità talora evanescente del Libro d'ore, le Nuove poesie dischiudono un nuovo filone dello stile rilkiano, plastico, talora, addirittura parnassiano nel ritrovato culto della forma. A contatto con la scultura di Rodin nascono, concrete come altorilievi, queste 172 liriche, molte delle quali famosissime (Orfeo, Euridice, Fontana romana, ecc.). Il verso, piegato a una rigorosa disciplina metrica, è pur sempre venato qua e là da quell'inquietudine, da quell'ombra di presagio, in cui risiede l'originale inconfondibile tono di Rilke.
Tre composizioni scritte e pubblicate nel 1909 costituiscono il Requiem (Firenze 1959), dove l'accesa vibrazione delle immagini tocca una profondità lirica paragonabile soltanto alle posteriori Elegie di Duino. Meditazione sul Sein (essere) e sul Wollen (volere), ossia sull'abbandono profondo, sull'aderenza alla verità vitale propria della donna, contrapposti al superficiale attivismo maschile. Meditazione sul suicidio di un giovane poeta, inteso e condannato in quanto mancanza di pazienza, incapacità di attenzione verso le miracolose inesauste attività della natura e dell'uomo, mancanza di fede nel verso, che sa trasformare in luce ogni sciagura.
Dell'anno seguente è la pubblicazione dell'opera Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (I quaderni di Malte Laurids Brigge, Milano 1985, Roma 1988). Sullo sfondo di una Parigi trasognata, di volta in volta squallida o ebbra nei riflessi dell'esaltazione mistico-poetica del protagonista Malte (di nuovo alter ego di Rilke), si svolge una vicenda tenue in sé ma acutamente allegorica e profondamente drammatica. Solitudine, tenerezza, angoscia, pietà , malattia, sete di Dio sono i colori dell'esistenza di Malte, fra ebbrezze senza nome, per lo più scaturite dal nulla, rievocazioni della fiaba dell'infanzia, dolorosi presagi d'amore e soprattutto meditazione sulla morte. Lungo e sapiente arpeggio apparentemente divagante, i Quaderni si chiudono con una variazione sulla parabola del figliuol prodigo, il fanciullo che rifiuta ogni offerta d'amore per timore che non sia pura nel gesto. Possesso, gelosia, rivalità , sono la zavorra capace di atterrare qualsiasi slancio, di avvilire qualsiasi anelito verso la silenziosa intelligenza degli Angeli-Amanti.
Das Marienleben (1913; La vita di Maria, Vicenza 1987), opere dell'epoca della crisi di Rilke, consta di 13 quadri, scritti a Duino, al tempo delle prime elegie. Dalla scena iniziale (La piccola Maria viene presentata al tempio) via via attraverso le stazioni della sua favola terrena (l'annunciazione, il sospetto di Giuseppe, l'annuncio ai pastori), si arriva al momento di ineffabile trepidazione delle nozze di Cana quando Maria, intercedendo per il miracolo, nelle tenebre del futuro intravede la Passione. E infine, l'annuncio della sua assunzione e incoronazione nel cielo, fatta dall'angelo all'apostolo Tomaso.
I Sonette an Orpheus (Sonetti ad Orfeo, Milano 1986) furono scritti in pochi giorni, nel 1922. Sono cinquanta, strettamente legati alle Elegie di Duino, e si costruiscono come il monumento funebre di una giovinetta danzatrice, la cui triste agonia tra le spire di un male inesorabile, e la cui eroica fede nell'arte come difesa dalla morte, furono raccontate al poeta dalla madre. Un tono di estatica contemplazione canta con inesauribile ricchezza di variazioni il tema della metamorfosi (simboleggiata da Orfeo), l'immenso respiro del creato in cui tutto si trasforma bene, la morte filtrando il male nel bene, la morte nella vita.
Le Duineser Elegien (1923; Elegie Duinesi, Torino 1978) sono l'ultima opera di Rilke, quella che segna il punto di massimo splendore ed equilibrio della sua visione. Iniziate nel 1912 a Duino, continuate in Spagna e a Parigi fino al 1914, terminate a Muzot nel 1922, esse sono frutto della stessa ispirazione che ridiede vita ai Sonetti a Orfeo.
Opera difficilmente coglibile nella sua unità , per il carattere densamente simbolico delle sue figure, le Elegie si sviluppano su alcuni motivi ricorrenti: la vita e la morte come un unico processo circolare; la natura come allegoria provvisoria, come fiore da cui il nostro spirito trae il miele dell'invisibile; l'inconciliabilità dei termini «vita» e «possesso»; la «pura durata» come retaggio dei poeti e dei santi; le «abbandonate», le innamorate solitarie come creature elette che con la perdita dell'uomo amato si sono viste spalancare la strada del puro amore, libero dagli intralci terreni; il mito dell'eroe «che è insieme fiore e frutto come il fico» e che per la sua purezza ascende alla dignità dei morti giovinetti. L'altezza del messaggio racchiuso nelle elegie ha fatto accostare l'ultima produzione di Rilke al mondo delle elegie goethiane, anche se oggi prevale la tendenza ad interpretare l'ultimo Rilke – quello che esperì la crisi del linguaggio nel senso della scissione della parola e della vita (Magris) – come il rappresentante del «pensiero negativo» postnietzscheano (Cacciari). La lettura esistenzialistica dell'opera di Rilke, iniziata da Heidegger, ha invece contribuito al fiorire di numerose indagini filosofiche, volte a studiare il rapporto del poeta con Nietzsche o, come le ultime, con Husserl. Se l'approccio filosofico ha avuto il merito di sgretolare l'impostazione agiografica che caratterizzava la critica rilkiana fino agli anni cinquanta, quello squisitamente letterario ha poi riproposto la rivalutazione del Rilke tardo e, in particolare, del Rilke prosatore (Seifert, Jesi).