Racine, Jean

Drammaturgo francese (La Ferté-Milon,Valois,1639 - Parigi1699). Fu allievo delle Petites écoles fino all’ottobre del 1653. Frequentò poi il collegio di Beauvais, e dopo un ritorno nel 1655 a Port-Royal, compì gli studi classici (1659) al collegio d’Harcourt a Parigi. A Port-Royal, Jean ebbe maestri il grammatico Lancelot, il filosofo e moralista Nicole, lo stesso «Grand Arnauld», e Antoine Le Maître. Vi fece le prime prove poetiche, scrivendo sette odi sotto il titolo generale di Le Paysage ou Promenade de Port-Royal-des-Champs, vi ricevette le basi d’una solidissima cultura umanistica e l’impronta d’un serio sentimento religioso. Ospitato quindi a Parigi dal cugino Nicolas Vitart, manifestò subito le sue ambizioni a una carriera letteraria e mondana. Le nozze di Luigi XIV (1660) gli furono occasione a un’ode celebrativa, La Nymphe de la Seine, che ebbe una certa fortuna. Pensò anche al teatro: compose almeno in parte una Amasie e progettò un altro dramma sugli amori di Ovidio; ma i contatti per farsi rappresentare non andarono a buon fine. Scrisse anche allora un poemetto erotico-mitologico, Les Bains de Vénus, che non ci è pervenuto, e le eleganti Stances à Parthénice. La famiglia, preoccupata per queste relazioni pericolose, lo inviò a Uzès presso lo zio, vicario generale. Racine vi restò fino alla fine del 1662 o al principio del 1663, e la bella cittadina lo colpì per la luminosa dolcezza del clima e la vivacità degli abitanti. Poi sopraggiunse il tedio con i rimpianti della vita di Parigi; ma quel soggiorno si può considerare decisivo per la formazione dello scrittore, che mise da parte i progetti teatrali, limitò la produzione poetica a pochi versi d’occasione, e si sprofondò nelle letture specie italiane e greche. Tornato a Parigi, Racine, si segnala nel 1663 con una Ode sur la Convalescence du Roi, che lo mise in vista presso Colbert il quale iniziava una politica di sistematico mecenatismo. Intanto prendeva contatti con Molière e forse per suo consiglio si dava alla composizione d’una tragedia, La Thébaïde ou Les Frères ennemis con la quale egli affrontava, secondo le sue parole, «l’argomento più tragico dell’antichità ». Rappresentata il 20-VI-1664 l’opera ebbe scarso successo. Racine però, che aveva già pubblicato una nuova ode in onore di Luigi XIV, otteneva il 22-VIII-1664 una pensione di 600 livres, si guadagnava la protezione del duca di Saint-Aignan, e della famiglia degli Chevreuse. Secondo i Mémoires sur la vie et les ouvrages de Jean Racine dell’ultimo suo figlio Louis, egli sarebbe già allora amico di Boileau, ma la notizia non è degna di fede. Di lì a poco Racine rompeva con Molière; giacché 14 giorni dopo la prima rappresentazione della sua nuova tragedia Alexandre le Grand (4-XII-1665) egli ne faceva iniziare «a tradimento» le recite anche dalla compagnia rivale dell’Hôtel de Bourgogne. L’opera ebbe grande successo, soprattutto perché riprendeva un genere di teatro eroico e galante allora assai gustato. Sulla fine del 1665 Nicole venne a ricordare incidentalmente l’antica condanna della «religione cristiana» contro il teatro, chiamando romanzieri e drammaturghi «avvelenatori pubblici» e «assassini delle anime»; e Racine, prendendo per sé l’attacco rispose con una lunga Lettre à l’auteur des Hérésies imaginaires et des Visionnaires, pubblicata anonima nel gennaio 1666, nella quale egli attaccava la mentalità di Port-Royal.
Quel 1667 fu l’anno del trionfo di Andromaque che apre il prestigioso decennio nel quale Racine doveva dare ben sette tragedie e una commedia. Inevitabile divenne il raffronto con il grande Corneille che, sebbene in declino, conservava autorevoli e tenaci ammiratori. è anche il periodo di quelle «dissipazioni» che l’agiografia posteriore esagerò alquanto, per mettere in maggior rilievo la «conversione» della maturità . La relazione con Thérèse du Parc detta «la Marquise», la bellissima e valente attrice, fu breve ed ebbe scioglimento tragico. Assai meno importante sarà invece il legame con un’altra sua interprete, la bella Champmeslé, la cui frequentazione sembra aver favorito la sua amicizia con Boileau. Intanto ad Andromaque succedeva (1668) Les Plaideurs (I litiganti), l’unica commedia divertissement di acre spirito, nella quale si può vedere il segno d’una persistente ostilità a Molière. Quindi (13-XII-1669), la tragedia Britannicus, con cui Racine veniva a invadere il campo prediletto di Corneille, e fu seguita dalla galante Bérénice (novembre 1670), scritta addirittura in concorrenza con Tite et Bérénice di Corneille. Ai primi di gennaio del 1672 andò in scena Bajazet, l’unica tragedia di Racine d’argomento contemporaneo, su un dramma d’amore e di rivalità anche politica avvenuto 30 anni prima nel Serraglio di Costantinopoli. Ma il successo decisivo gli venne da Mithridate (primi di gennaio 1673), opera grandiosamente patetica che fu la preferita da Luigi XIV, il quale colse l’occasione per far entrare l’autore alla Académie Française. Nell’agosto 1674 Racine dava alle scene Iphigénie, tragedia raffinata quanto discussa, importante anche per la prefazione nella quale l’autore faceva un’appassionata difesa di Euripide e dell’imitazione dei classici in genere, con battute polemiche, che preannunciano la celebre Questo rinnovato entusiasmo per i modelli greci preparava in certo modo la creazione di Phèdre, rappresentata la prima volta il 1o-I-1677. La tragedia, per cui Racine manifestò sempre una particolare preferenza e che è posta generalmente al vertice dell’arte sua, gli costò sul momento non pochi disgusti: una specie di congiura oppose alla Phèdre una mediocrissima Hyppolite et Phèdre di Jacques Pradon, pare composta appositamente, cui l’accanimento di numerose persone autorevoli e la spiccata curiosità del pubblico fruttarono per qualche settimana un certo successo. In quell’anno stesso, Racine sposava Catherine de Romanet, di solida borghesia provinciale; nell’ottobre riceveva, unitamente all’amico Boileau, la nomina a «Historiographe du Roi».
Il brusco abbandono della carriera teatrale, allegando un’improvvisa crisi intima provocata dal ritorno ai fervori religiosi dell’adolescenza, e quindi anche un terrore per l’opera propria così intrisa di peccaminose passioni, e persino una stanchezza delle facoltà poetiche, fu invece già intesa dai contemporanei come conseguenza obbligata dell’alta posizione ufficiale in cui le sue nuove mansioni ponevano Racine. Egli dopo Phèdre aveva intenzione di dare una Iphigénie en Tauride, di cui serbiamo l’abbozzo, e probabilmente anche una Alceste, e si mostrò in seguito sempre geloso della fama delle sue tragedie curandone, dopo l’edizione del 1676, altre due raccolte complete nel 1687 e 1697. La serietà di Racine nelle sue mansioni di storico è testimoniata da appunti di carattere teorico, note sulle epoche precedenti, osservazioni spesso acute su testi di storici e cronisti; sebbene di tanto lavoro ci resti solo il Précis historique des campagnes de Louis XIV depuis 1672 jusqu’en 1687 oltre a una Relation du siège de Namur, pubblicata anonima per ordine del re nel 1692 e che sembra da attribuirsi a Racine. Ma la più parte del materiale da lui raccolto perì poi nell’incendio della casa del Valincourt, suo successore. L’anno 1685, Racine dava quell’Idylle de Sceaux (o de la Paix), con musica del Lulli, che fu considerato come la rentrée del poeta; e l’anno stesso all’Académie faceva un bell’elogio di Corneille da poco scomparso. Di lì a poco, nella famosa polemica sulla preminenza degli autori moderni o degli antichi, egli si schierò dalla parte dei suoi diletti classici. Intanto la sua vena poetica risvegliata dava nuovi frutti. Mme de Maintenon, che aveva fondato il collegio di Saint-Cyr, chiedendo a Racine un dramma per i divertimenti teatrali delle sue nobili giovinette, ne ebbe Esther, rappresentata da esse nel gennaio 1689 con grande entusiasmo. Fu anche facile vedere in quella storia biblica squisitamente ricreata un’allusione al benefico influsso in senso religioso della Maintenon sul re, e una insinuante difesa della adamantina austerità di Port-Royal.
Racine, che aveva assistito con indifferenza alla revoca dell’editto di Nantes, rivolge ormai verso Port-Royal tutto il suo fervore. Dal 1689 al 1690 scriverà la dura e solenne tragedia biblica di Athalie, di cui si diedero a Saint-Cyr alcune recite. Frutto della devozione al re, erano stati, dal 1683, i motti e le explications di Racine per la Académie des Médailles et Inscriptions, creata per la glorificazione del gran Luigi. Nel 1694 gli sono offerti in prima audizione i quattro Cantiques spirituels con musica di J. B. Moreau: delicatissimi versi in cui Racine esprime con fervida umiltà la sua fede. La sua serena vita di famiglia, intanto, lo assorbiva sempre più, anche per i problemi posti dal crescere dei sette figli, nati dal 1678 al 1692. L’ultima opera di impegno fu l’Abrégé de l’Histoire de Port-Royal, patetica e asciutta apologia, forse destinata al Noailles, arcivescovo di Parigi: un capolavoro di narrazione in prosa, che Racine non finì e sarà pubblicato a due riprese nel 1742 e 1767. Venuto a morte (per ascessi al fegato) dopo lunghe sofferenze, volle essere sepolto nella chiesa di Port-Royal-des-Champs (dopo la distruzione completa di Port-Royal, ordinata dal re nel 1711, la salma sarà trasferita nella chiesa di St-étienne du Mont a Parigi).