Rabelais, François

Nacque con ogni probabilità alla Devinière, una fattoria nei pressi di Chinon (oggi nel dipartimento francese di Indre-et-Loire). Suo padre, Antoine, diplomato in diritto e avvocato a Chinon, aveva vari possedimenti nella regione. Incerta è la data della nascita. Posto che alla morte (che si crede avvenuta il 9-V-1553) la chiesa di Saint-Paul a Parigi notificò lo scrittore come settuagenario, si pensa che egli sia nato nel 1483. Comunque, la data è controversa fra gli studiosi. Altre incertezze permangono intorno ai primi studi e alla adolescenza di Rabelais : non si sa, p. es., se egli abbia ricevuto i rudimenti del sapere all’abbazia di Seuilly, sita vicino alla Devinière, o se sia stato novizio dai francescani della Beaumette, presso Angers. A ogni modo nel 1520 egli si trova quale frate minore nel convento di Puy-Saint-Martin, a Fontenay-le-Comte, e con lui, pure fervidamente datosi agli studi di greco, è il confratello Pierre Amy (o Lamy). Devoti al mondo classico i due giovani vengono in corrispondenza epistolare con Guillaume Budé e con Amaury Bouchard e sono familiari dell’avvocato André Tiraqueau, la casa del quale è frequentata da studiosi di diritto e da eruditi. Si sente nei due neofiti un ardore singolare. Attraverso il greco e il latino essi giungono alla padronanza d’un mondo filosofico e scientifico fin allora sconosciuto alla cultura ufficiale, per lo più basata sui sillogismi aristotelici e sulle summae medievali. Si nota, senz’altro, una brama del sapere, che è pura ricerca di verità . In questo fervore di vita Rabelais trova nei pensatori e negli artisti italiani del Quattrocento le suggestive promesse di una nuova cultura. Significativamente la facoltà di teologia di Parigi (la Sorbona, poi satireggiata da Rabelais anche sotto fittizi ma evidenti nomignoli e parodie) aveva stabilito l’ostracismo dei libri greci a causa di quanto aveva riscontrato di non pienamente ortodosso nel commento di Erasmo da Rotterdam al Vangelo di Luca. Perciò i due giovani studiosi sono sospettati da parte dei loro superiori ecclesiastici. Amy ritiene opportuno, nel 1523, trovare asilo dai benedettini di Saint-Mesmin, presso Orléans. E presto, con il compagno, Rabelais ottiene da Clemente VII (tra la fine del 1524 e gli inizi del 1525) il permesso di passare nell’Ordine dei benedettini. Diventa quindi fino al 1527 segretario di Geoffroy d’Estissac, abate e vescovo di Maillezais, compie diversi viaggi per la Francia con il suo protettore e conosce molte regioni nei loro usi e costumi. Coglierà in tal modo, dalla bocca dei contadini e della misera gente impiegata nei più vari mestieri, particolari di cui farà tesoro nella sua opera. Nel 1527 (come sembra si debba credere da una domanda di legittimazione, in seguito indirizzata al pontefice, per due figli naturali, François e Junie, avuti da un’ignota vedova) egli lascia la tonaca e, come prete secolare, percorre nuovamente varie regioni di Francia. Nel 1530 è iscritto alla facoltà di medicina di Montpellier. Da più anni è in carteggio con celebri studiosi quali G. C. Scaligero e Jean Boissonné. L’amicizia con questi due umanisti mostra come il giovane Rabelais fosse stimato, soprattutto per le sue conoscenze del greco e di opere erudite dell’antichità . è frattanto molto apprezzato fra gli specialisti di scienze quale cultore di medicina: è un assertore dello studio diretto della natura, afferma la necessità delle autopsie per conoscere il corpo e valutare la natura dei mali. Sostiene la filosofia sperimentale, e quindi combatte il dottrinarismo infecondo in tutti i suoi aspetti. A Montpellier per le sue doti di scienziato gli è concesso il baccalaureato. E come medico fa ben presto pratica. Nel giugno 1531, a Lione, inizia felicemente per le stampe la sua attività di letterato e di scienziato. Quello è uno dei più bei momenti della sua esistenza, per vero assai spesso turbata da inquietudini spirituali e da persecuzioni di nemici. L’anno 1532 mostra realmente in tutta la sua complessità l’opera del Rabelais scrittore.
Escono quell’anno, a Lione, dal Grifio, tre suoi libri: l’edizione delle lettere mediche di Giovanni Manardi (Epistolarum medicinalium tomus secundus) , la raccolta degli aforismi d’Ippocrate e di Galeno (Hippocratis ac Galeni libri aliquot) e, infine, il testamento, peraltro apocrifo, di Cuspidio (Cuspidii testamentum) . Tra le sue opere precedenti, non ci è giunta né la traduzione del primo libro di Erodoto, di cui abbiamo notizia da A. Bouchard, né una traduzione di Luciano. Nel novembre, pochi giorni dopo la nomina a medico dell’ospedale di Pont-du-Rhône, Rabelais pubblica con l’anagramma di Alcofribas Nasier un libro destinato a sicura vendita per la fiera che cominciava il 3 di quel mese: Les horribles et espoventables faictz et prouesses du tres renommé Pantagruel, roy des Dipsodes, fils du grant geant Gargantua, composez nouvellement par maistre Alcofribas Nasier (Gli orribili e spaventosi fatti e prodezze del rinomatissimo Pantagruel, re dei Dipsodi, figlio del grande gigante Gargantua, novellamente composti da maestro Alcofribas Nasier). L’opera ben presto viene condannata dalla Sorbona. Intanto Rabelais si mette in corrispondenza con Erasmo, valendosi anche del fatto che conosceva un segretario di lui, Hilaire Bertoul.

In Lione – vivo centro di attività commerciale e di cultura, anche per i continui scambi con l’Italia – lo scrittore si rivela così nei due aspetti quasi concomitanti della sua personalità : la ricerca scientifica della natura e la prorompente gioia di vivere. L’ambiente umanistico favorisce tale atteggiamento, ricco di iniziative nel campo delle lettere e degli studi. Rabelais si lega inoltre d’amicizia con i poeti neolatini Nicolas Bourbon e Salmon Macrin. Diventa familiare di Dolet, che morrà tragicamente sul rogo e sarà simbolo di libero pensiero. Con alcuni poeti gode di un’amicizia che è assai notevole, data la diversità dei temperamenti: Maurice Scève e Mellin de Saint-Gelais (e di quest’ultimo alcuni versi sono riportati direttamente dall’artista nella sua opera). Conosce altresì Jean du Bellay, vescovo di Parigi: passando da Lione nel gennaio 1534, per andare a Roma in missione diplomatica, il prelato lo accoglie nel suo seguito come medico personale. In Roma breve fu il soggiorno loro, ma Rabelais riesce a iniziare pratiche presso la curia papale per ottenere l’assoluzione dall’apostasia di cui era accusato per essere uscito dall’Ordine benedettino. A Lione torna a fare il medico all’ospedale e nell’ottobre pubblica un’opera che, prima del ciclo della storia dei suoi giganti, sostituisce l’opuscolo popolare da cui diceva di aver preso le mosse. Tale nuovo libro si intitola La vie inestimable du grand Gargantua, père de Pantagruel (La vita inestimabile del grande Gargantua, padre di Pantagruel, Lione, Juste, 1534: manca il frontispizio all’unico esemplare conosciuto e conservato a Parigi, nella Bibliothèque Nationale; il titolo peraltro si desume dalla successiva edizione del 1535, presso il medesimo Juste). Nel Prologue de l’auteur del Pantagruel si leggeva una precisa menzione delle Grandes et inestimables Chroniques de l’enorme geant Gargantua, ma nel 1532 (al momento della prima apparizione dell’opera) si rimandava a un’originale cronaca gargantuina di fattura popolare. Otto testi trattano questa materia intimamente legata con le tradizioni popolari: con quel titolo Rabelais alludeva a un testo uscito nel 1532. Ora, con la pubblicazione del Gargantua il riferimento va fatto al genuino testo dell’autore, il quale, invece di dare un seguito al suo Pantagruel, ha pensato piuttosto di mettersi in regola con l’euritmia della sua ampia epopea scrivendo direttamente il libro che ne è alla base. Si potrebbe anche osservare che, se il Pantagruel nel gusto del suo vivacissimo linguaggio tende al barocco (come genialmente è stato detto), il Gargantua è solidamente piantato nelle descrizioni e nelle parlate in un modo tutto rinascimentale, cioè sostanzialmente classico. I due libri poi sono diventati così tipici che i loro titoli hanno finito con l’indicare, solitamente, l’intera opera (Gargantua et Pantagruel) , anche se non giunta a preciso compimento.
Il successo del Gargantua fu grande. Ma nascondeva anche il pericolo di prestare ancor più del Pantagruel il fianco alle rampogne dell’autorità ecclesiastica. I tempi poi erano cambiati. Perciò, timoroso di reazioni da parte della Sorbona a causa del noto affare dei placards contro la messa (manifesti e volantini, affissi fin alla camera del re Francesco I), Rabelais si allontana di nascosto da Parigi il 13-II-1535. Nel luglio torna a Roma con Jean du Bellay e, passando da Ferrara, saluta Clément Marot che si trova rifugiato da Renata di Francia alla corte estense. Trascorso in Roma un soggiorno, questa volta alquanto più lungo del precedente, ne parte il 12-IV-1536. Autorizzato da Paolo III a tornare fra i benedettini, preferisce la sua vita libera di medico e d’artista. Intanto nel 1537 a Montpellier si diploma in medicina e, quindi, si addottora nella medesima disciplina, e pratica così ufficialmente la professione a Narbona e a Lione. Qui conosce Guillaume du Bellay, fratello del prelato e governatore del Piemonte: il personaggio concede la sua protezione all’irrequieto medico, che tiene anche un corso a Montpellier e si fa sempre più stimare per le sue conoscenze in ogni campo dello scibile e per la sua genialità letteraria connessa con studi del greco, per quel tempo molto notevoli. Rabelais torna a Lione e passa a Torino con Guillaume du Bellay come medico e consigliere. E in Piemonte resta fino al 10-I-1543. Continua la corrispondenza epistolare con letterati e dotti dell’epoca. Il nome del nostro inquieto personaggio è così mescolato con quello di scienziati che sono fra i maggiori del Rinascimento. Anch’egli partecipa al grande moto della ricerca delle leggi della natura: la sua opera di filologo e di erudito, in accordo con le manifestazioni più spontanee dell’artista, è tutta un inno alla vita, una piena valorizzazione dell’uomo.
Morto Guillaume du Bellay, che tanto lo proteggeva contro nemici e invidiosi, Rabelais lascia Torino e torna in Francia. Pochi fatti salienti si notano di poi nella sua biografia. Esce, peraltro, quello che è il seguito del Pantagruel già promesso ai fedeli lettori. Ormai l’artista sente di poter dare alla sua opera (con le dovute cautele quanto alle affermazioni ideologiche) il suo nome. E vi aggiunge anche qualche curioso particolare. Ecco quindi il Tiers livre des faictz et dictz heroïques du noble Pantagruel: composez par M. F. Rabelais docteur en Medicine, Calloïer des Isles Hieres L’auteur susdict supplie les lecteurs benevoles, soy reserver à rire au soixante et dix huytiesme livre (Terzo libro dei fatti e detti eroici del nobile Pantagruel: composti da M. F. Rabelais, dottore in medicina, monaco delle isole Hyères. L’autore suddetto supplica i lettori benevoli di aspettare a ridere al settantottesimo libro, Parigi, C. Wechel, 1546). Ma a questo punto, non tenendo conto delle «piacevolezze» con cui il volume manifestava un ben polemico pensiero, interviene la Sorbona con una nuova condanna. Allora Rabelais non trova di meglio che salvarsi con la fuga recandosi a Metz, terra dell’impero e quindi manifestamente più libera. E s’aggiunga che tra i desideri del contrastato autore era anche quello di diventar familiare di qualche principe tedesco. Il che non si realizzò. Torna quindi Rabelais a Roma (data una fortunata occasione) con Jean du Bellay nel luglio 1547: l’alto personaggio era incaricato, per la stima che godeva, di nuovi passi diplomatici nei confronti della Santa Sede. Nel 1551 il prelato (ormai cardinale), anche in premio delle sue prestazioni, fa Rabelais parroco di Meudon e di Saint-Christophe-du-Jambet. Ma il nostro non avrà alcuna diretta incombenza, in tali luoghi, quanto alle anime dei parrocchiani affidatigli. Pensa soprattutto ad andar dietro alle sue «fanfaluche». La materia stessa della narrazione prendeva sotto le sue mani nuovi sviluppi. E non sempre le fila erano chiare al lettore. Così nel gennaio 1552 è stampato Le quart livre des faictz et dictz Heroiques du bon Pantagruel, composé par M. F. Rabelais, docteur en Medicine (Parigi, M. Fezandat, 1552). Si noti che, al fondo del volume, c’è una Briefve declaration d’aulcunes dictions plus obscures. L’opera era già apparsa incompleta nel 1548, a Tours, senza nome d’editore: in tale testo provvisorio (interrotto perfino a metà d’una parola) l’autore si fregiava ancora del titolo di «Calloïer des Isles Hieres»: sia che egli avesse dato all’editore un testo monco andando a Metz, sia che l’avesse spedito nella necessità di guadagnare qualche soldo con la pubblicazione (visto che a Metz si lagnava di «vivoter»), il filologo di oggi è molto avvantaggiato dal fatto che il testo del 1548 è stato tutto corretto dal punto di vista dello stile per la stampa del 1552. Cosa assai notevole: essa va considerata al fine di mostrare il travaglio creativo d’un artista che di solito è ritenuto un genialissimo inventore, anzi un disordinato improvvisatore che profonde frasi e immagini solo perché riccamente dotato da natura. Anche questa volta la Sorbona censura l’opera dal punto di vista dell’eresia. Ma l’opera ottiene protezione dal nuovo re: Enrico II non lascia subissare dai nemici Rabelais che da Francesco I era stato, in certo senso, abbandonato per il timore di complicazioni relative ai rapporti con la chiesa di Roma per l’affare dei placards e per tutte le questioni collegate con l’evangelismo. Rabelais vive in Parigi gli ultimi suoi giorni. Postumo (e, in parte, non dovuto all’autore) è Le cinquiesme et dernier livre (Il quinto e ultimo libro), uscito a Lione nel 1564. Era stato preceduto da L’Isle sonnante (L’isola sonante), uscita (senza luogo) nel 1562: allegoria molto violenta contro la curia romana, con nuovi episodi contro il parlamento e la corte dei conti (quest’ultima parte, precisamente riferita agli Apedefti o «ignoranti», manca nella edizione del 1564, la quale reca anche altre variazioni).
Nell’attività letteraria di Rabelais, a documento della sua preparazione culturale che fu varia e intensa, va segnalata la Sciomachie, cronaca delle feste fatte a Roma da Jean du Bellay per la nascita (3-II-1549) di Luigi d’Orléans, secondogenito del re Enrico II. Una epistola in versi diretta al poeta Jean Bouchet (e pubblicata nelle Epistres di costui nel 1545) e un componimento latino conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi sono da unire ai pochi versi francesi disseminati nel Gargantua, nel Pantagruel e nel Tiers livre : esercitazioni che mostrano come lo scrittore sentisse la poesia solo quale ornamento occasionale del suo pensiero. La genialità creativa di Rabelais doveva prorompere proprio nell’epopea dei suoi giganti al contatto con una materia ridanciana e di gusto popolare: le fiere di Lione furono ottimo pretesto per spingere il giovane medico a manifestare in un libro di fantasia tanta passione di vita. Il primitivo intento di divertire gli ascoltatori con gesta rozze di personaggi inconsueti per statura e costumi è innalzato a schiettezza d’arte proprio per la estrosissima cultura dell’autore: la conoscenza dei termini tecnici appresi dagli antichi, l’uso del greco oltre che del latino nelle numerose citazioni, per lo più dirette, e l’amore appassionato per tutte le manifestazioni della vita si compenetrano fra loro in una originalissima prosa. L’aver accolto il personaggio di Pantagruel, figlio di Gargantua, dalla tradizione popolare, mostra come lo scolaro degli antichi e il compagno degli umanisti abbia fatto tesoro della sua diretta conoscenza degli umili: il popolo minuto entra così nell’epopea dei suoi giganti e afferma ideali che furono detti naturalistici e collegati fin con la filosofia sperimentale. Benché qualche critico abbia attribuito a Rabelais alcune cronache popolari di Gargantua, esse non sono da credere sue per la rozzezza dello stile. è però vero che si credono suoi, con maggior sicurezza, alcuni lunari e pronostici come la Grande et Vraye Pronostication nouvelle pour l’an 1544, o la Pantagruéline Prognostication pour l’an 1533. Comunque dalla letteratura popolare del tempo lo scrittore colse più di un motivo. Si unisca il ricordo di molte letture: dal Polifilo alle Maccheronee di Teofilo Folengo, da un personaggio del quale, Cingar, deriva più di un tratto del Panurge rabelaisiano. Così nella sua unità di cultura e di ispirazione, a parte alcune diseguaglianze dovute a correzioni varie, la storia dei giganti mantiene unità di concezione.
Si è tuttavia affermato che Rabelais sente piuttosto il valore della parola che il tono omogeneo d’una narrazione letterariamente elaborata, dato che ogni libro del Gargantua e Pantagruel è basato più su una diretta concatenazione di fatti e non si tiene sempre conto della coerenza psicologica dei personaggi. Il modo di raccontare di Rabelais è ancora tipicamente collegato con le tendenze culturali dell’Umanesimo. Ma, pur criticando l’interesse in gran parte formale recato dai poeti neolatini nelle loro composizioni letterarie, lo scrittore riassume del suo tempo la più genuina lezione: l’adesione alla natura in tutte le sue forme. è uno scienziato che parla delle cose con la passione del neofita e che, prendendo occasione dalle gesta dei suoi personaggi, disserta su educazione, politica, religione, filosofia: sotto il velo della finzione narrativa, egli dice che bisogna cogliere nella sua opera la «sostanziosa midolla», cioè il recondito pensiero. Molti elementi confluiscono in una trama che in origine era soprattutto farsesca e che si trasformò a poco a poco in parodia: anche se partecipò sinceramente al tentativo d’un rinnovamento religioso e spirituale nell’ambito dell’evangelismo, il Rabelais rimane fondamentalmente un narratore faceto, incline al capriccio verbale, alla divagazione erudita, alla satira fine a se stessa. Lo scrittore fa la caricatura a quanto non s’adegua al mondo libero e schietto delle cose: ispirandosi alla ragione, egli combatte tanto contro cattolici quanto contro calvinisti. Gli sembra che tutti insieme continuino a perdersi dietro logomachie e finiscano in lotte tragiche perché fratricide. Egli è l’allievo di Erasmo. E fa a suo modo un «elogio della follia». Non vuole l’eredità d’un Medioevo inteso come retrogrado perché, in nome di principi extraterreni, non capisce più la realtà . Con i suoi personaggi fa l’elogio della natura, la grande maestra degli uomini. Lotta contro i pregiudizi del mondo e adopera a tale scopo i frizzi più vivaci, i neologismi più arditi e pittoreschi. è un narratore nato, pur con le sue deviazioni. Sembra che parli dinanzi a un uditorio, perché ha l’arte somma di intrattenere.
Il Gargantua et Pantagruel è dunque da considerare il capolavoro del Rinascimento europeo e forse l’opera più tipica della letteratura francese dalle origini a oggi. Per le doti di evidenza nelle descrizioni, per la vivacità della polemica e per lo sforzo d’unire l’antica cultura alla moderna, risalta sovranamente in Rabelais l’affermazione continua dell’attività dell’uomo, arbitro del suo destino nell’universo.