Proust, Marcel

Romanziere francese (Auteuil, Parigi,1871 - Parigi 1922). L’infanzia di Proust – di cui troviamo nella sua opera un’immagine per molti aspetti fedele – è tutta dominata dalla figura della madre. Jeanne Weil, proveniente da una famiglia della ricca borghesia ebraica, aveva sposato nel 1870 il dottor Adrien Proust, destinato ad una brillante carriera di medico e di studioso; le drammatiche vicende dell’assedio di Parigi e della Comune la costrinsero a rifugiarsi nel 1871 ad Auteuil, allora un villaggio alle porte della capitale, in casa di uno zio, dove il 10 luglio nacque Marcel. Dotata di un vivo senso dell’umorismo e di un gusto spiccato per la poesia e per la letteratura, Jeanne Proust vide le sue stesse inclinazioni affiorare precocemente nel primogenito, legato a lei da una tenerezza profonda, quasi venata di complicità . Se Robert, il figlio minore nato nel ’73, era destinato a seguire la via del padre dedicandosi alla medicina, Marcel avrebbe invece sempre conservato un rapporto privilegiato con la madre, di cui ritroviamo molti tratti caratteristici sia nella figura della madre sia in quella della nonna del narratore della Recherche. All’età di nove anni Proust ebbe la prima crisi della malattia che lo avrebbe tormentato per tutta la vita, una violenta forma di asma di origine nervosa. Pur costringendolo a frequenti periodi di riposo, la malattia non gli impedì di seguire un corso di studi abbastanza regolare; dal 1882 al 1889 frequentò infatti il Liceo Condorcet, dove, nell’ultimo anno, si appassionò particolarmente allo studio della filosofia, sotto la guida di Alphonse Darlu, il futuro fondatore della «Revue de Métaphysique et de Morale». Lo spiritualismo laico di Darlu, fortemente influenzato dall’etica kantiana, può considerarsi fondamentale nella formazione di Proust ; Darlu inoltre stimolò Proust alla lettura di Platone, Kant e Schopenhauer, autori che stanno alle origini della teoria proustiana dell’arte. Anche il pensiero di Bergson, cui Proust si accosta poco più tardi, desta il suo interesse, ma il vitalismo ottimistico dell’autore de L’évolution créatrice resterà sempre sostanzialmente estraneo alla visione tragica che Proust ha dell’esistenza. Nell’ambiente stimolante del Condorcet – dove i professori incoraggiano gli allievi a vaste letture e libere discussioni – fioriscono rivistine manoscritte, cui Proust collabora con Daniel Halévy, il futuro biografo di Nietzsche e di Péguy, e con Jacques Bizet. Quest’ultimo, figlio del compositore della Carmen, e di Geneviève Halévy, risposatasi dopo la morte del marito con il banchiere Emile Straus, introduce Proust diciassettenne nel «salotto» della madre; per anni Proust voterà alla bella ed intelligente Geneviève un’appassionata devozione platonica. Nello stesso periodo egli frequenta anche altri salotti: quello di Laure Hayman, demi-mondaine amica di aristocratici e scrittori, tra cui Paul Bourget, e – a partire dal 1889 – quello di Mme Arman de Caillavet, ispiratrice di Anatole France. France, con il suo limpido scetticismo venato di melanconia, è il romanziere preferito della prima giovinezza di Proust ; ritroviamo alcuni suoi tratti nella figura dello scrittore Bergotte, ammirato dal protagonista della Recherche

Nel 1890, approfittando del «volontariato» che consente una ferma ridotta, Proust compie il suo servizio militare ad Orléans: nonostante la sua scarsa attitudine agli esercizi fisici, riscuote la simpatia dei compagni e si appassiona alle discussioni degli ufficiali su problemi strategici, che rievocherà in Le côté de Guermantes. Nei giorni di licenza, torna a Parigi dove frequenta il salotto di Mme Arman e diviene amico del figlio, Gaston de Caillavet, futuro commediografo. Gaston gli presenta la fidanzata, Jeanne Pouquet, e Marcel se ne innamora perdutamente. Benché sin dagli anni del liceo, come testimoniano le sue lettere a Daniel Halévy, egli sia attratto fisicamente dai giovani del suo stesso sesso, questa tendenza in lui non è esclusiva e non gli impedirà di continuare ad innamorarsi, per tutta la vita, di affascinanti signore o di fanciulle giovanissime.
Dopo il servizio militare, Proust si iscrive, seguendo la volontà del padre, alla facoltà di giurisprudenza: conseguirà la licence nel 1893 ma, al momento di scegliere una carriera, dopo molte esitazioni, opterà per quella di bibliotecario, per la quale gli sarà necessaria una licence ès lettres, che otterrà nel 1895. Gli anni degli studi universitari segnano l’inizio della sua attività letteraria: pubblica recensioni, racconti, schizzi sulla rivista «Le Banquet», da lui fondata con Fernand Gregh, Robert Dreyfus, Daniel Halévy ed altri, e sulla «Revue Blanche», d’ispirazione simbolista. I suoi brevi scritti recano tracce visibili dell’intensa vita mondana che conduce in questo periodo, tra il salotto della principessa Mathilde Bonaparte, nipote di Napoleone I, e quello della pittrice Madeleine Lemaire: ritraggono infatti profili di seducenti gentildonne, come Laure de Chevigné, ironizzano sui vani sforzi degli snob per ascendere nella scala sociale, mettono in guardia i lettori, con accenti di ascetismo tolstoiano, contro i pericoli della sensualità e della frivolezza. Quando, nel giugno del 1896, compaiono raccolti in volume, con il titolo Les plaisirs et les jours (I piaceri e i giorni, Torino 1988) ed una prefazione di Anatole France ricca di elogi, gli ex-collaboratori del «Banquet» considerano il libro con aperta ironia e il giornalista Jean Lorrain lo stronca, alludendo velatamente al legame omosessuale tra Proust e Lucien Daudet, figlio dello scrittore Alphonse. Proust risponde sfidando Lorrain a duello e dimostra notevole coraggio nel combattimento alla pistola, che si risolve senza spargimento di sangue. A parte questo episodio, Les plaisirs et les jours passa generalmente inosservato: solo i lettori della Recherche, molti anni dopo, potranno ravvisarvi in nuce temi e figure già tipicamente proustiani, dal carattere soggettivo dell’illusione amorosa ai meccanismi psicologici dello snobismo e della gelosia.

Quando Les plaisirs et les jours giunge in libreria, Proust lavora già da quasi un anno ad un progetto ben più ambizioso: un ampio romanzo autobiografico in terza persona. Lo abbandonerà incompiuto e verrà pubblicato solo trent’anni dopo la sua morte, nel 1952, da Bernard de Fallois che lo battezzerà , dal nome del protagonista, Jean Santeuil (Torino 1976). La redazione di Jean Santeuil si protrasse sino al 1899: qualche breve episodio vi fu ancora aggiunto nel 1902. Si tratta di un’opera frammentaria e diseguale, in cui molte parti prefigurano episodi della Recherche : le vacanze estive e primaverili di Jean a Eteuilles – fedelmente ricalcate su quelle della famiglia Proust a Illiers, cittadina d’origine di Adrien Proust, ai confini tra la Beauce e il Perche – ci fanno intravedere quello che sarà il piccolo mondo di Combray in Du côté de chez Swann, gli amori del protagonista, alimentati dall’assenza e dalla gelosia, preannunciano l’amore di Swann per Odette e quello del narratore per Albertine. Inoltre, come il protagonista della Recherche, Jean Santeuil sperimenta la forza evocatrice delle sensazioni sulla memoria, che non ci restituisce il passato «a comando», ma obbedendo a leggi proprie. I personaggi di Jean Santeuil, però, vivono e invecchiano senza che i loro destini s’intreccino a formare una solida trama romanzesca: questo accadrà soltanto nella Recherche, dove ogni particolare sarà subordinato ad una struttura narrativa minuziosamente preordinata. Tra gli aspetti più interessanti di Jean Santeuil è la presenza del tema politico, che nella Recherche trasparirà solo indirettamente: vi è ritratto, con il nome di Couzon, Jean Jaurès, e molte pagine sono dedicate all’ affaire Dreyfus e al processo Zola che ne fu uno degli episodi cruciali. Gli anni di Jean Santeuil sono per Proust anni d’intenso apprendistato creativo e di irrisolti conflitti interiori: nonostante la sua coraggiosa presa di posizione a favore di Dreyfus egli avverte, frequentando ambienti aristocratici sempre più esclusivi, come la cerchia del conte Robert de Montesquieu, il peso delle proprie origini ebraiche e borghesi; nel contempo sulla sua intensa vicenda d’amore con il musicista ebreo Reynaldo Hahn, tra il 1894 e il 1896, pesa il segreto timore di venir smascherato come omosessuale agli occhi della famiglia e soprattutto della madre. Reynaldo Hahn, che resterà legato a Proust da una profonda amicizia per tutta la vita, è presente in Jean Santeuil nel personaggio di Henri de Réveillon, giovane aristocratico amico del protagonista.
L’abbandono di Jean Santeuil – e della carriera di bibliotecario, tentata con scarsissima convinzione – coincise per Proust con un nuovo, vivissimo interesse: quello per l’opera dell’estetologo inglese John Ruskin. Sulle orme di Ruskin, cui dedicò ampi articoli e di cui tradusse ed annotò due opere (La Bible d’Amiens, 1904; Sésame et les lys, 1905) Proust si appassionò all’architettura e all’iconografia del Medioevo. Nelle pagine degli articoli e delle prefazioni che dedica al maestro in questi anni (tr. it. parziale in Scritti mondani e letterari, Torino 1984) il suo stile si affina, le frasi sinuose del Jean Santeuil acquistano solidità e rigore; si affaccia il tema dell’arte come vivente memoria delle epoche trascorse, in grado di sconfiggere la forza distruttrice del tempo. Ruskin mette in luce – come lo storico dell’arte émile Mâle, ugualmente caro a Proust – il valore simbolico di ogni particolare dell’architettura medievale: affascinato da questa prospettiva, Proust matura in sé l’ideale artistico di un’opera in cui nulla sia frutto di un arbitrio soggettivo, ma ogni particolare nasconda e riveli ad un tempo una superiore verità . La gestazione di quest’opera sarà lunga e travagliata: in essa confluiranno non soltanto i temi dei saggi ruskiniani, ma anche le notazioni, apparentemente più frivole, che negli stessi anni Proust va accumulando nelle cronache mondane che scrive per il «Figaro» dove, tra i Monet del principe di Polignac e le serate musicali di Madeleine Lemaire, comincia a delinearsi l’universo seducente e illusorio in cui vivranno i Guermantes della Recherche. In questo periodo Proust compie i due soli veri viaggi della sua vita: nel maggio del 1900 è a Venezia con la madre, nel 1902 visita l’Olanda. Mentre le sue condizioni di salute si fanno sempre più precarie e si profila la possibilità di un ricovero in clinica per tentare una cura radicale, Proust è colpito da due gravi lutti: il padre muore improvvisamente nel 1903, la madre nel 1905, dopo una straziante agonia. Nei due anni successivi alla scomparsa della madre, Proust è distrutto dal dolore e non scrive quasi nulla. Agli inizi del 1907 un tragico fatto di cronaca, un matricidio, gli ispira un articolo che desta un certo scandalo, Sentiments filiaux d’un parricide : è una meditazione sul carattere «sacro» del matricidio nel mondo antico e sulle ferite invisibili che anche il figlio più tenero infligge, inconsapevolmente, alla propria madre. Dopo questa sorta di discesa agli Inferi, Proust recupera la forza di scrivere: pubblica sul «Figaro» una serie di brillantissime parodie, i Pastiches, in cui imita alla perfezione lo stile di scrittori come Balzac e Flaubert, e riflette sulla forma che dovrà assumere la sua opera: sarà un saggio o un romanzo? Nel primo semestre del 1908 sembra prevalere il progetto del romanzo: Proust redige una versione embrionale della Recherche non più in terza persona, come Jean Santeuil, ma in prima persona. Nell’estate che trascorre, come la precedente, a Cabourg, accumula notazioni ancora informi, ma che contengono in germe buona parte della sua opera futura, dai ritratti di «fanciulle in fiore» alle riflessioni sul fascino dell’aristocrazia e sullo snobismo. Abbandonato il progetto del romanzo, dalla fine del 1908 ai primi mesi del 1909 lavora ad un’opera dai contorni fluttuanti, che non porterà mai a termine e i cui materiali saranno pubblicati per la prima volta nel 1954 con il titolo Contre Sainte-Beuve (Contro Sainte-Beuve, Torino 1974). In quest’opera composita, di cui i proustiani hanno tentato ricostruzioni contrastanti, espone i propri principi estetici, fondati sulla distinzione tra l’Io creatore e l’Io mondano dell’artista. è proprio questa distinzione ad opporlo a Sainte-Beuve, che soleva fondare in gran parte su considerazioni biografiche i propri giudizi letterari: l’opera di uno scrittore è invece per Proust un mondo a sé, dotato di leggi proprie che vanno ricercate nella sfera dello stile. Alle pagine critiche e teoriche del Contre Sainte-Beuve si alternano pagine di taglio narrativo in cui Proust rievoca il viaggio a Venezia con la madre, immagina lunghe conversazioni con lei, infine introduce, come tipici lettori di Balzac, i Guermantes, una famiglia di aristocratici tra cui spicca un’affascinante contessa. All’inizio dell’estate del 1909, dai materiali narrativi originariamente incorporati al Contre Sainte-Beuve emerge sempre più chiaramente il canovaccio del romanzo che diventerà la Recherche : Proust si propone di concluderlo con «una lunga conversazione su Sainte-Beuve e l’estetica», in cui rifonderà il saggio interrotto. Nella versione definitiva del romanzo la conclusione assumerà una forma diversa – che già si delinea negli abbozzi del 1910 – ma conserverà in gran parte i contenuti teorici del Contre Sainte-Beuve, in particolare la contrapposizione tra memoria volontaria e memoria involontaria, già accennata in Jean Santeuil e formulata da Proust nei suoi termini definitivi in una pagina del 1909. Tra il 1909 e il 1913 diversi tentativi di Proust per trovare un editore al suo romanzo, che assume proporzioni sempre più vaste, falliscono uno dopo l’altro: né un editore di narrativa di successo, come Fasquelle, né le nascenti edizioni della Nouvelle Revue Française (NRF), di Gaston Gallimard, animate da André Gide, accettano di pubblicare un’opera che si annuncia ponderosa e difficile, dovuta ad un autore che per i più è uno sconosciuto. Proust trascorre i mesi estivi a Cabourg ed il resto dell’anno a Parigi, lavorando intensamente al romanzo. Tra i rari visitatori ammessi nella sua camera di Boulevard Haussmann, foderata di sughero per attutire i rumori, c’è Jean Cocteau; Proust condivide la sua ammirazione per i Balletti russi e frequenta in sua compagnia Djagilev e Nijnski. Contrariamente alla leggenda che diffonderanno i suoi primi biografi, Proust non si converte in questi anni ad una esistenza di ascetico isolamento dopo anni di dissipata mondanità : continua il lavoro letterario iniziato molti anni prima con Jean Santeuil e cerca costantemente di cogliere nelle persone che frequenta particolari psicologici o di costume che userà per conferire ai suoi personaggi un rilievo particolare.
Agli inizi del 1913, due avvenimenti modificano la sua vita: assume come segretario un giovane autista conosciuto a Cabourg, Alfred Agostinelli, che si trasferisce in casa sua, e trova finalmente un editore, Bernard Grasset, disposto a pubblicare il suo romanzo, sia pure a spese dell’autore.
Il titolo generale dell’opera – che dovrebbe comprendere, nelle intenzioni di Proust, due o tre volumi – sarà à la recherche du temps perdu ; il primo volume si intitolerà Du côté de chez Swann. I mesi in cui Proust prepara per la stampa il primo volume, che uscirà il 14-XI-1913, sono tra i più tormentati della sua vita: la presenza di Agostinelli gli è divenuta necessaria ed egli cerca in ogni modo di trattenerlo presso di sé, tentando sfortunate speculazioni per accrescere il proprio patrimonio. Nonostante i suoi sforzi, nel dicembre del ’13 Agostinelli lo lascia per divenire aviatore e il 30-V-1914 perde la vita in un incidente di volo, al largo di Antibes. Il dolore per la sua fuga impedisce a Proust di assaporare a pieno la gioia della pubblicazione di Swann, che desta l’entusiasmo di Francis Jammes e dello stesso Gide, disposto ora ad accogliere alla NRF i volumi successivi. La vicenda di Agostinelli influisce profondamente sulla genesi della Recherche : sul progetto originario del romanzo, che comprendeva il lento cammino del protagonista attraverso il mondo illusorio della mondanità , fino alla presa di coscienza finale della sua vocazione di scrittore, Proust innesta la tragica storia di Albertine che ricalca fedelmente quella del suo giovane segretario, prima «prigioniero» del suo amore e della sua gelosia, poi «fuggitivo», verso un destino di morte. L’inserimento del vasto episodio di Albertine e la pausa imposta alla pubblicazione del romanzo dallo scoppio della guerra mondiale, dilatarono al di là di ogni previsione il progetto primitivo di Proust : nella Parigi minacciata dalla guerra, tra bombardamenti e disagi, egli avanzò a passi da gigante verso il compimento del suo romanzo che nel 1918 era, a grandi linee, finito. La sua vita mondana di questi anni non ha più come sfondo i salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, ma l’Hotel Ritz di Place Vendôme, dove discute con gli amici l’andamento della guerra, studia le trasformazioni di coloro che ha conosciuto in anni lontani, attinge in un ambiente cosmopolita, analogo a quello di Cabourg, aneddoti e pettegolezzi di cui la sua opera in divenire si nutre avidamente. Il secondo volume, à l’ombre des jeunes filles en fleurs, edito dalla NRF, uscì nel giugno del 1919, insieme ad una raccolta di saggi, Pastiches et mélanges, ed ottenne il Prix Goncourt. Con il premio Proust raggiunse, in Francia e all’estero, una celebrità che sarebbe andata crescendo sino alla sua morte. Agli amici della sua giovinezza, come Reynaldo Hahn e i fratelli Léon e Lucien Daudet, si aggiunsero negli ultimi anni amici che si avvicinavano a lui spinti dall’ammirazione per la sua opera, come Jacques Rivière, suo appassionato sostenitore nel gruppo della NRF, o gli inglesi Sydney e Violet Schiff, che furono tra i primi a far conoscere Swann nel loro paese. L’entusiasmo degli amici vecchi e nuovi, e di corrispondenti di prestigio come il critico tedesco Ernst Robert Curtius, compensarono Proust dalla freddezza di molti critici tradizionalisti, che si ostinavano a vedere nel suo romanzo una sorta di autobiografia minuziosa, contraddistinta da un interesse maniacale per i particolari. L’architettura della Recherche, d’altronde, fondata sulle corrispondenze tra vasti blocchi narrativi, sarebbe stata compiutamente visibile solo ad opera ultimata, e Proust ne era consapevole. Tra l’ottobre del 1920 e il maggio del 1922 uscirono, spesso arricchiti e rielaborati sulle bozze, Le côté de Guermantes e Sodome et Gomorrhe ; nel novembre del 1922 Proust, che aveva portato a termine la preparazione per la stampa del dattiloscritto di La prisonnière e cominciava lo stesso lavoro per La fugitive – il cui titolo non era ancora definitivamente fissato –, si ammalò di polmonite e il 18 novembre, dopo un’ultima notte di lavoro, morì. La prisonnière uscì postumo nel novembre del 1923; seguirono La fugitive (con il titolo Albertine disparue, reso necessario dalla recente comparsa di una traduzione francese di Tagore intitolata La fugitive) nel novembre 1925 e Le temps retrouvé nel 1927. Quest’ultimo volume – che Proust lasciò manoscritto – si presenta in alcune parti come una giustapposizione di brani non ben raccordati tra loro; la morte impedì a Proust di rifonderli in un tutto omogeneo e di arricchirli – com’era sua abitudine – lavorando sulle bozze.
La recezione dei primi volumi della Recherche fu segnata da una tendenza quasi generale a leggere la narrazione proustiana come un’autobiografia appena dissimulata dietro il velo dell’artificio romanzesco. In quest’ottica la figura del narratore coincideva totalmente con quella di Marcel Proust : non veniva messo in dubbio che lo scrittore, al pari del suo protagonista, avesse vissuto per lunghi anni tra le sterili tentazioni della mondanità , per poi liberarsene grazie alla miracolosa scoperta della «memoria involontaria». è quanto avviene all’eroe del romanzo: schiacciato dal peso di un’esistenza che gli pare mediocre e banale, sperimenta una sorta di estasi legata all’improvvisa resurrezione di antichi ricordi e comprende che tale resurrezione, dovuta non alla memoria utilitaristica e schematica dell’intelligenza, ma alle «intermittenze del cuore», può divenire il punto di partenza, da lui tante volte vanamente cercato, della sua opera di scrittore. Purtroppo questa chiave interpretativa, comoda e semplificatrice, è incompatibile con quanto oggi sappiamo dell’opera di Proust nel suo complesso: già tra il 1895 e il 1899, come testimonia Jean Santeuil, il futuro autore della Recherche descriveva in termini a un tempo lucidi e suggestivi i poteri della «memoria involontaria», in particolare quello di abolire il tempo e di richiamare in vita il passato, ma l’esperienza diretta di tali poteri non era certo sufficiente a fare di lui un romanziere, a permettergli di costruire un mondo fantastico autonomo e vivente, quale sarà quello del suo romanzo maggiore. Non è dunque come dato psicologico, come realtà vissuta che la «memoria involontaria» può considerarsi il punto d’origine della Recherche, ma come spunto tematico privilegiato che il romanziere promuove a principio strutturante della sua opera intera. Tale principio strutturante agisce collegando fra loro con un filo debole, precario, quasi inconsistente, le varie parti della narrazione: l’infanzia del protagonista, le sue vacanze adolescenziali in riva al mare tra le «fanciulle in fiore», le notti insonni in cui, ormai adulto, insegue i ricordi del passato. L’indifesa fragilità del filo della memoria – che il caso minaccia ad ogni istante di spezzare – si contrappone alla violenza prevaricatrice delle forze che dominano la sfera sociale e il mondo storico: nella visione proustiana, il ricordo involontario e l’arte, che del ricordo fissa per sempre la magia, stanno dalla parte di quello che le ragioni dell’autoconservazione, della Storia, dell’utilitarismo dominante tendono a rimuovere e a cancellare, dalla parte dell’individuo e delle tracce minimali della sua irriducibile diversità .
Il romanzo cui Proust volle dare come centro focale le intermittenze del cuore non si riduce, come ben hanno dimostrato René Girard e Vincent Descombes, a un romanzo simbolista dell’interiorità : l’avventura tutta interiore della memoria involontaria, e quella della creazione romanzesca che la prolunga e la invera, traggono vita e significato dal loro costante contrapporsi alla dinamica del desiderio egoistico e alle sue accattivanti illusioni. Le illusioni dell’orgoglio e dell’amor proprio trasformano, agli occhi di Proust, la vita mondana in una sorta di selva incantata, simile a quelle in cui i cavalieri erranti inseguivano inafferrabili fantasmi: lo snob che vive sotto il sortilegio degli antichi nomi aristocratici, il geloso che persegue il sogno impossibile di un totale possesso della persona amata, non sono meno stregati di don Chisciotte, né meno esposti di lui ad immancabili e dolorosissime delusioni. L’esperienza artistica, che è anche conoscenza, si offre, secondo la lezione schopenhaueriana, come via d’uscita dalla selva incantata degli inganni: ad esemplificarla compaiono, tra i personaggi della Recherche, tre personaggi di artisti che contribuiscono variamente alla formazione del narratore, lo scrittore Bergotte, il pittore Elstir, il musicista Vinteuil. Bergotte è in qualche modo l’iniziatore del narratore bambino alla letteratura: svolge nei suoi confronti la funzione che nella vita reale svolse per Proust Anatole France. Elstir, la cui pittura rimanda soprattutto a quella degli impressionisti, trasmette anche lui al narratore una lezione fondamentale; infatti, la sua arte che opera attraverso trasposizioni metaforiche (le onde del mare dipinte come montagne innevate, le colline della costa dissolte in un pulviscolo d’acqua) conduce Marcel a comprendere che anche la scrittura letteraria si fonda su analoghe trasposizioni, che la metafora è il segreto e il fondamento dello stile. La verità che Vinteuil illustra con il suo destino è più complessa e più tragica: umile organista di provincia, è in realtà un artista profondamente innovatore, la cui grandezza non sarà riconosciuta che dopo la morte. Vinteuil ha una figlia lesbica che con il suo comportamento scandaloso lo fa morire di dolore e, dopo la sua scomparsa, ne profana la memoria in crudeli rituali erotici con la complicità di un’amica. Sarà tuttavia proprio questa amica a decifrare gli appunti frammentari lasciati dal musicista e a fondarne così la gloria postuma: profanazione e salvezza si intrecciano inestricabilmente. L’ultima opera di Vinteuil, il septuor, che pare racchiudere l’enigmatica promessa dell’ «angelo scarlatto del mattino», farà balenare davanti al narratore una prima immagine della redenzione attraverso l’arte.
I tre grandi artisti della Recherche – Bergotte, Vinteuil, Elstir – non sono i soli personaggi che aiutino il narratore a prender coscienza di quella vocazione di scrittore che trasformerà la sua vita e gli permetterà di sottrarre all’oblìo le amate figure del passato. In misura diversa, tutti coloro con cui Marcel viene a contatto lasciano qualche traccia nella sua formazione: l’orgoglioso barone di Charlus, con la sua doppia vita di omosessuale, gli insegna a decifrare i segreti dell’apparenza, a cogliere i segni in cui gli individui tradiscono la loro vera natura; l’esteta Swann gli addita, come una sorta di modello negativo, la propria esistenza sprecata tra erudizione e mondanità ; gli snob e gli aristocratici, prigionieri in forme diverse dell’illusione mondana, fanno nascere in lui l’esigenza di superarla; la nonna e l’amata Albertine, morendo, lo iniziano a quella forma di conoscenza tragica e insostituibile che è il dolore.
Sotto il profilo della tecnica romanzesca, tra gli aspetti più innovativi della Recherche sono stati spesso studiati dalla critica il trattamento della dimensione temporale e la presentazione – frammentata in fasi successive spesso contraddittorie – dei personaggi. Lasciando generalmente nel vago ogni determinazione cronologica, Proust rende in qualche modo sfuggenti le stesse strutture temporali del racconto. La narrazione della propria vita, che Marcel dispiega davanti al lettore, ha un andamento irregolare, soggetto ora a brusche accelerazioni, ora a calcolati rallentamenti; non mancano le audaci anticipazioni o gli episodi retrospettivi, come Un amour de Swann. Ne risulta, come ha scritto Gérard Genette, che la Recherche non è soltanto un romanzo del tempo perduto e ritrovato, ma «un romanzo del tempo dominato, avvinto, segretamente sovvertito, o meglio: pervertito». Quanto alla presentazione dei personaggi, essa è affidata all’intermittente comparsa di segni rivelatori, che il narratore è chiamato a decifrare, trascurando l’esplicito a favore del non detto; proprio questo aspetto ha permesso a Gilles Deleuze di definire l’itinerario del narratore come un apprendistato della decifrazione, in cui pensare equivale a interpretare e a tradurre.