Petronio Arbitro

Scrittore latino (I sec. d. C.), il cui nome è affidato a un romanzo intitolato Satyricon, del quale ci sono arrivate alcune parti e diversi frammenti: alcuni di questi non si possono collocare con sicurezza nel contesto dell'opera.
Il Petronio Arbitro autore del Satyricon è certamente da identificare col Petronio Arbitro di cui Tacito racconta che era un singolare personaggio, il quale dormiva di giorno, mentre di notte attendeva alle attività e ai piaceri della vita. Proconsole in Bitinia e consul suffectus, fece parte della corte di Nerone con l'appellativo di arbiter elegantiae, cioè arbitro del buon gusto, così che l'imperatore lo predilesse come consigliere in fatto di gusto letterario e di manifestazioni mondane. Questa predilezione di Nerone per Petronio Arbitro suscitò l'invidia di Tigellino, comandante delle guardie del corpo dell'imperatore; egli lo accusò di far parte della congiura contro Nerone, capeggiata dal senatore C. Calpurnio Pisone, insinuando che Petronio Arbitro era amico di Scevino, un congiurato che era stato già condannato a morte. Petronio Arbitro, che nel 66 d. C. si accingeva a raggiungere Nerone (e il suo seguito) partito per la Campania, ebbe l'ordine di fermarsi a Cuma: non volendo attendere la sentenza di morte, si uccise incidendosi le vene; e nel testamento rinfacciò a Nerone gli scandali di alcuni suoi cortigiani e cortigiane e le sue infamie e dissolutezze. Nell'Ottocento si dubitò che il Petronio Arbitro menzionato da Tacito fosse l'autore del Satyricon ; e in Italia, fin dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale alcuni latinisti hanno compiuto un tentativo di far credere che il Petronio Arbitro scrittore sia vissuto nel sec. II o addirittura nel sec. III d. C.; ma le loro argomentazioni spesso basate sulla mancata o errata interpretazione di documenti storici, non hanno scalfito la communis opinio. K. F. C. Rose, un latinista americano morto prematuramente, in un libretto postumo uscito nel 1971 ha dimostrato persuasivamente che il Petronio Arbitro di Tacito, e autore del Satyricon, è da ravvisare in T. Petronius Niger, il quale fu console attorno al 61 d. C., com'è confermato da una delle tavolette di Ercolano pubblicate nel 1946 da Giovanni Pugliese Carratelli. Il prenome Titus è confermato da Plutarco e da Plinio il Vecchio: quest'ultimo ricorda T. Petronius consularis moriturus invidia Neronis. Se quindi in Tacito si legge C. (cioè Gaius) come prenome di Petronio Arbitro, la sigla o è un errore di Tacito oppure un errore dei manoscritti che ci hanno tramandato gli Annales tacitiani.
Il titolo del romanzo è certamente Satyricon, un genitivo plurale greco – che sottintende libri –, e satyrica deriva dai greci satyri (per la verità divinità maschili pre-greche che simboleggiavano la forza generativa della natura) in relazione col carattere sessuale e fallico del romanzo: infatti, come nell'Odissea omerica il protagonista Ulisse è perseguitato dall'ira di Posidone (il romano Nettuno), così nel Satyricon il protagonista Encolpio è perseguitato dall'ira del dio Priapo, e va soggetto a crisi di impotenza. Inoltre, anche alcuni personaggi femminili - come Quartilla e Circe - appaiono ossessionati dal sesso.
Di tutto il romanzo ci sono arrivati estratti che deriverebbero – secondo un'indicazione contenuta nel codice di Traù – dai libri XV e XVI; e perciò le parti che ci sono restate sarebbero soltanto una porzione molto piccola del Satyricon. Può apparire strano che, dopo Tacito, si cominci a menzionare Petronio Arbitro dal sec. III: il primo è il grammatico africano Terenziano Mauro; seguono Macrobio (sec. V), Sidonio Apollinare, Giovanni Lido, e qualche grammatico tardo (come Diomede e Prisciano). Inoltre, bisogna notare che la definizione di «romanzo» data comunemente al Satyricon è limitativa: l'opera è (ed era, nella sua integrità ) una gigantesca «satira menippea», cioè un'opera dove nella prosa (che prevale per quantità e qualità ) sono inseriti gruppi di versi: i più estesi sono la Troiae Halosis e il Bellum Civile ; e anche singole parti devono essere definite «satire menippee». Alla fine del Seicento fu diffusa una redazione falsificata del Satyricon, con aggiunte, dovute al generale francese Nodot. I luoghi nei quali si svolge l'azione del romanzo sono una città della Campania (quella stessa, forse, in cui si svolge la Cena Trimalchionis e identificata sicuramente con Pozzuoli dall'archeologo italiano Italo Sgobbo) e, alla fine, Crotone.
Il Satyricon si rivela un'opera complessa: romanzo «realistico», che ricorda certe caratteristiche del romanzo picaresco, è anche «satira menippea» per la mescolanza di prosa e versi; anzi, ogni singola parte è satura, com'è dimostrato dalla stessa Cena Trimalchionis, dove sono inseriti epigrammi e gruppi di versi, dove si alternano tratti in latino volgare a passi che rivelano un linguaggio ricercato e dove, infine, accanto a un aneddoto storico – quello del vetro infrangibile – si trovano altre due novelle di contenuto e tipo diversi: in una entra il folklore (la novella del lupo mannaro); quella delle streghe è un racconto di stregoneria magica. Ma satura è anche il tratto in versi intitolato Troiae HalŌsis (LXXXIX) scritto in trimetri giambici sebbene sia un «pezzo» epico; esso rivela all'analisi molte reminiscenze da vari autori, e l'ispirazione è attinta a un quadro (una pittura) del sec. IV a. C.: si ha quindi una «contaminazione» tra poesia epica, tragica, poema mitologico (Metamorfosi di Ovidio) e arti figurative. L'altro tratto in versi, il Bellum Civile (CXIX-CXXIV), indulge al grottesco ed è intessuto di allusioni a passi virgiliani, lucanei e perfino della prosa (Velleio Patercolo); infine, c'è un consapevole scambio di personaggi e di situazioni storiche. Petronio Arbitro si rivela, sembra, antilucaneo (ma alcuni critici la pensano diversamente) e ammiratore di Virgilio per quanto riguarda il poema epico (cfr. CXVIII); come prosatore sembra a volte un atticista, a volte imita perfino certe caratteristiche di Cicerone: p. es. in alcuni passi ricorre alle clausole oratorie. è un fatto che egli è – in definitiva – un finissimo narratore, e tale si rivela nelle due novelle raccontate da Eumolpo: Il giovinetto di Pergamo (LXXXV-LXXXVII) e La matrona di Efeso (CXI-CXII); sono due esempi di novelle erotiche (fabulae milesiae), dove però lo scrittore tende continuamente ad alleggerire lo stile pur nell'uso del linguaggio volgare e, tanto più, negli accenni ad argomenti e particolari scabrosi.
Con il suo realismo, Petronio Arbitro ha fatto del Satyricon uno specchio della società romana ai tempi di Nerone: una società dove i liberti arricchiti avevano raggiunto un notevole livello di potere, non soltanto economico, ma anche politico. è certo che Petronio Arbitro dimostra una rara qualità di osservatore penetrante e minuzioso della realtà umana, senza essere un moralista; sembra accettare la presenza del fango, cioè della turpitudine umana, del mondo, col sorriso disincantato del signore che, al di sopra di tutto, contempla e rappresenta i suoi personaggi senza giudicare o disgustarsi. I personaggi del romanzo sono tutti dei furfanti o dei villani rifatti; in particolare, i furfanti sembrano in perpetuo movimento; e lo scrittore li coglie icasticamente sempre nell'atto della fuga, quando cercano di liberarsi in fretta dai fastidi o dai pasticci nei quali si trovano impegolati. Il Satyricon appare proprio come un seguito ininterrotto di fughe di ribaldi che scappano per tramare nuovi inganni ed escogitare altri espedienti per vivere e per godere l'amore.