Petrarca, Francesco

Scrittore (Arezzo 1304 - Arquà , Padova,1374). Colui che a buon diritto si può considerare il primo intellettuale italiano nacque il 20-VII-1304 da Eletta Canigiani e dal notaio Pietro di ser Parenzo (detto Petracco) ad Arezzo ove il padre, guelfo bianco e amico di Dante era in esilio da circa due anni. L'infanzia di Francesco trascorse in Toscana: dapprima all'Incisa e quindi a Pisa; ma dal 1311 il padre, smarrite le speranze di un rientro suscitate da Arrigo VII, pensò di trasferirsi a Carpentras, nei pressi di Avignone, ove risedeva la sede papale, nell'attesa di un incarico adeguato. Nella cittadina francese Francesco, che pure già mostrava precoci inclinazioni letterarie, ed il fratello Gherardo (più giovane di tre anni) ricevettero la prima educazione grammaticale dal maestro Convenevole da Prato; quindi si trasferirono (per circa quattro anni) nella vicina Montpellier per gli studi giuridici. Dal 1320 al 1326 troviamo Petrarca a Bologna ove ascolta Giovanni del Virgilio, conosce Giacomo Colonna e, pare, si avvicina alla poesia volgare, benché avesse composto i suoi primi versi già alcuni anni prima, forse nel 1318 per la morte della madre; certo gli studi di diritto fanno crescere in lui il culto della classicità e di Roma. Ma dal 1325 è l'acquisto della copia del De civitate Dei di S. Agostino che contribuisce all'avvicinamento del Petrarca alla cultura cristiana.
La morte del padre (1326) lo costrinse a rientrare ad Avignone, ma permise a lui e Gherardo di lasciare gli studi giuridici; nello stesso tempo Francesco prese gli Ordini minori, iniziando «una mai pretermessa incetta di benefici ecclesiastici che gli assicurarono le condizioni materiali di un vivere autonomo e agiato» (Gaeta). Un anno dopo, il 6-IV-1327, nella chiesa di S. Chiara conobbe Laura, che ispirò grande parte della sua lirica. Quanto all'identificazione di questa donna, nessuna delle candidature proposte sembra accettabile, ma pare assodato che non si tratti di un puro simbolo; semmai della idealizzazione di una donna veramente amata dal poeta. Nel 1330 Francesco trascorse un'estate nella cittadina francese di Lombez, del cui vescovado era titolare l'amico Giacomo Colonna; qui strinse consuetudine con suo fratello Giovanni al cui servizio rimase fino al 1347. In questi anni compì una serie di viaggi di studio in Europa: a Parigi (ove, per merito di Dionigi di Borgo San Sepolcro, si accosta alle Confessioni di S. Agostino), a Gand, a Liegi (ove ritrovò, nel 1333, due orazioni di Cicerone, tra cui la Pro Archia) , ad Aquisgrana, a Colonia e a Lione. Ma al 1337 (l'anno in cui si trasferisce a Valchiusa) risale anche la sua prima, stupefatta, visita a Roma. E non a caso gli anni 1338-39 sono quelli in cui dà l'avvio a due delle sue opere che maggiormente risentono dell'amore per il mondo classico, e cioè il De viris illustribus ed il poema Africa. Fu proprio la fama che gli derivò da quest'ultima a procurargli (nel 1340), contemporaneamente da Parigi e da Roma, il non poco sollecitato invito a ricevere l'incoronazione poetica. Petrarca scese quindi a Napoli per discutere di poesia con il re Roberto d'Angiò, e per ricevere l'8-IV-1341 l'alloro poetico in Campidoglio. Fino al 1342 fu quindi ospite a Parma e a Selvapiana di Azzo da Correggio; indi fece ritorno, fino all'autunno del 1343, a Valchiusa ove gli nacque la figlia naturale Francesca (un altro figlio, Giovanni, era nato nel 1337); quelli sono gli anni in cui il fratello Gherardo decide di ritirarsi nella certosa di Montrieux-le-Jeune. Alla fine del 1343, dopo una puntata a Napoli per ordine dei Colonna, si recò a Parma (ove definì i Rerum memorandarum) , a Bologna ed infine a Verona (1345) ove, oltre a stringere amicizia con Pietro di Dante, ritrovò i primi sedici libri ciceroniani delle Epistolae ad Attico e quelle a Quinto e a Bruto; quindi, fino al 1347 si trasferì a Valchiusa ove attese alla composizione del Bucolicum carmen, del De vita solitaria e del De otio religioso ; qui lo raggiunse la notizia del tentativo di Cola di Rienzo (che aveva conosciuto nel 1343) di instaurare un governo popolare. La sua adesione entusiastica provocò la rottura con Giovanni Colonna, ma il suo generoso tentativo di rientrare in Roma si interruppe a Parma per il fallimento dell'impresa di Cola. A Parma seppe della morte per peste di molti amici tra i quali Sennuccio del Bene, Francesco degli Albizzi e dello stesso cardinale Colonna; ma la notizia che più lo toccò fu, il 19-V-1348, quella della scomparsa di Laura, avvenuta emblematicamente il 6 di aprile ad esatti ventuno anni dall'innamoramento.
Petrarca riprese, instancabile, i suoi viaggi: Ferrara, Padova, Mantova e Firenze; qui ebbe la ventura di ritrovare un codice di Quintiliano. Quindi fu a Roma per il giubileo del 1350, passò a Padova (1351) ove fu raggiunto dall'amico Boccaccio con l'offerta di una cattedra dell'ateneo fiorentino. Ma volle tornare in Provenza ove visse un altro dei suoi periodi letterariamente più fecondi dando mano ancora una volta al Canzoniere, precisando le linee della raccolta delle Familiares e delle Metrice, rimaneggiando il Secretum ed il De viris illustribus. Il 1353 è l'anno in cui Petrarca, a causa degli urti sempre più frequenti con la curia avignonese, lascia definitivamente la Provenza: lo accoglie Giovanni Visconti a Milano, ove resterà fino al 1361 alternando il suo soggiorno a missioni a Venezia (1353), a Mantova (1354), a Praga (1356), a Novara (1358) e a Parigi (1360-61). In questi anni, oltre a lavorare al Canzoniere, attende alla raccolta delle Familiares, alla revisione delle Sine nomine ed alla composizione del De remediis utriusque fortune (ideato alcuni anni prima); si dedica ai Trionfi, all'Itinerarium breve de Janua usque ad Jerusalem et terram sanctam ed alla puntigliosa revisione delle precedenti opere latine. In questi anni (a partire dal 1359) si rinsalda l'amicizia col Boccaccio che verrà coltivata con successivi incontri fertilissimi. Dal 1361 all'anno seguente si stanzia a Padova da cui si allontana, sfuggendo la peste, per recarsi a Venezia che gli offre una casa sulla Riva degli Schiavoni in cambio della promessa di donare, alla sua morte, la propria biblioteca: qui riceve ancora una volta (1366) la visita del Boccaccio latore di notizie da Firenze ove i giovani Leonardo Bruni e Coluccio Salutati vedevano in lui il nuovo maestro; qui attende al suo Canzoniere alle Epistolae ed al De remediis. Ma l'ottusità di alcuni avversari gli fa preferire, dal 1367, la protezione di Francesco da Carrara e Padova, ove resterà , circondato dagli amici più cari, sino alla morte alternando le visite con qualche missione (a Pavia e a Milano) e, soprattutto, con il buen retiro di Arquà ove l'aveva raggiunto la figlia Francesca con il genero Francescuolo da Brossano. Durante uno di questi rari viaggi, si deve fermare a Ferrara per un malore (aprile 1370); rientra quindi a Padova da cui si muove una sola volta, per recarsi a Venezia, due anni dopo. La sua attività inesausta lo porta a rivedere incessantemente le sue opere, ma anche a comporre il De gestis Cesaris, una nuova invettiva, ancora qualche lacerto dei Trionfi ed infine la traduzione latina dell'ultima novella del Decameron dell'amato Boccaccio. La morte lo coglie al tavolo di lavoro nella notte tra il 18 e il 19-VII-1374; viene sepolto nella chiesa parrocchiale di Arquà , e più tardi traslato, per volontà del genero, in un'arca marmorea accanto alla chiesa.
Quale fosse l'aspetto fisico del Petrarca lo possiamo desumere innanzitutto dalla sua Epistola posteritati : Forma non glorior excellenti, sed que placere viridioribus annis posset: colore vivido inter candidum et subnigrum, vivacibus oculis et visu per longum tempus acerrimo, qui preter spem supra sexagesimum etatis annum me destituit, ut indignanti michi ad ocularium confugiendum esset auxilium («Non vanto di esser stato molto bello, ma in gioventù potevo piacere: di colore vivo tra il bianco e lo scuro, occhi vivaci e vista per un bel pezzo acutissima che, aldilà di ogni aspettativa, venne meno passata la sessantina, in maniera che dovetti rivolgermi, di malavoglia, al sussidio delle lenti»). Una descrizione ci viene anche dal De vita et moribus Francisci Petracchi de Florentia del Boccaccio che certo lo doveva conoscere bene: Statura quidem procerus, forma venustus, facie rotunda atque decorus, quamvis colore etsi non candidus, non tamen fuit obscurus, sed quadam decenti viro fuscositate permistus Oculorum motus est gravis, intuitus letus et acuta perspicacitate subtilis; aspectu mitis et gestibus verecundus quamplurimum; risu letissimus («Alto di statura, avvenente di forme, il viso rotondo, piacevole; seppure di colorito non pallido, non era scuro; tuttavia aveva una certa freschezza, come si conviene ad una virilità decorosa. Grave nel muovere gli occhi, lo sguardo lieto e penetrante con attenta perspicacia, mite nell'aspetto e quantomai misurato nei gesti; il sorriso sereno...»). Un ritratto letterario che coincide con quelli pittorici lasciatici, probabilmente post mortem, dal contemporaneo veronese Altichiero che lo raffigurò a Padova, su affresco, almeno tre volte: nella Sala dei Giganti, nel Battesimo di Sevio dell'Oratorio di S. Giorgio, nella cappella di S. Giacomo della chiesa di S. Antonio; in miniatura sul codice Latino 6069 F del De viris illustribus conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
Ben altro il discorso sul carattere e sull'attività . Il fatto che colpisce prima di tutti è l'atteggiamento totalmente innovativo di Petrarca nei confronti della pratica letteraria: egli è probabilmente il primo letterato che visse della propria opera non considerandola come un puro e semplice strumento di comunicazione ma il fondamento anche materiale della sua vita. Varrà , se mai, la pena di gettare un'occhiata sulla considerazione che egli aveva per ciò che non fosse lavoro intellettuale puro. Quello che esula dalle «arti liberali», dalla cultura letteraria, e segnatamente poetica, risulta oggetto di un disprezzo più o meno velato: così è per tutto quanto non rientra nella categoria classica dell'otium, a partire dalle scienze naturali (e si pensi al vero e proprio odio nei confronti dei medici), le «arti meccaniche» e, soprattutto, il commercio. L'idea, di matrice aristotelica, passa quindi in un ammiratore (ed «erede») del Petrarca, Leonardo Bruni, e in genere nell'Umanesimo.
Tutto porta a pensare che Petrarca abbia forzato i propri dati nell'impresa di «costruire» un'autobiografia esemplare: lo proverebbe il tentativo di far passare l'esilio del padre da Firenze (dovuto probabilmente a contrasti personali con Albizzo Franzesi) per un provvedimento politico simile a quello che aveva subito Dante. Allo stesso modo, come ben coglie Mercuri, scandisce la sua esperienza secondo un ritmo quadriennale (quattro anni a Montpellier, dopo quattro anni dal ritorno a Bologna il viaggio in Europa, dopo quattro anni la visita a Roma, dopo quattro anni il viaggio a Napoli) forzando la cronologia effettiva fino a sottolineare sic tunc vitam quaternario partiebar (così allora la mia vita scandivo in quadrienni) poiché «il numero quattro nella cultura medievale è uno dei numeri che indicano la perfezione e il mito dell'homo quadratus esprime la pienezza dell'uomo microcosmo». Il suo stesso percorso culturale è finalizzato alla costruzione dell'immagine: la conoscenza dei testi cristiani risale probabilmente a ben prima del 1353, come egli stesso ha indicato sulla falsariga del cammino agostiniano da Cicerone alle opere religiose; ma, del resto, l'interpretazione «guidata» della realtà storica giunge all'affermazione di avere appreso ad Avignone e a Carpentras solamente aliquantulum gramatice dyalectice ac rethorice (quel po'di grammatica, di dialettica e di retorica) nel disegno di una diminuzione di Avignone a vantaggio dell'esperienza di Valchiusa (l'Epistola posteritati è anteriore al 1367 con aggiunte nel 1370-71) contrapponendo i maneggi curiali all'otium e alla ricerca interiore. Coerentemente, la partizione del suo epistolario «familiare» si plasma su un modello, prima di divenirlo a sua volta per l'intera età umanistica: e sarà in un primo tempo (quando pensa ai 12 libri) l'Eneide ; quindi (quando i libri diventeranno 20) varrà il sigillo di Cicerone; e infine (fissandolo a 24) la traccia di Omero.
Il concetto di «esemplarità » che Petrarca applicò in primis a se stesso si pone dunque come l'elemento cardine della sua opera, proprio a partire dall'Africa e dal De viris illustribus ; ma, quel che più conta, valse a segnare la strada di quell'attenzione per l'uomo che, riverberando su di sé, doveva ispirargli il Secretum e lo stesso Canzoniere. Pure, il punto ineludibile che ogni lettura finisce per imporre è quello del rapporto tra le cose circostanti (in breve l'Uomo e la Storia) e quell'uomo che implacabilmente dice «io». Già da parecchi anni si è rilevata la frequenza nella sua opera del pronome di prima persona e, per contrasto, della flagrante sterilità di ogni ricerca storica che si appigli al solo dato autobiografico: talché «si resta come sorpresi da una diffrazione che s'irradia da quel centro in tante direzioni diverse e per così dire propone una pluralità di ipotesi là dove il lettore si attendeva una certezza» (Pastore Stocchi). Di certo, lo studioso di testi medievali coglie una realtà diversa che non può che concretizzarsi nel paragone con Dante. Colpisce, p. es., la riluttanza con cui (Purg. XXX 55 e 62-63) il fiorentino registra il proprio nome nella sua opera (suscitando il commento di Benvenuto prudenter et caute poeta se excusat ne videatur iactator et vanus («prudentemente e cautamente il poeta si scusa per non apparire millantatore e fatuo») a contrasto con il profluvio di elementi autobiografici dispersi non solo nel Canzoniere ma in ognuna delle opere petrarchesche. Anzi, il contrasto si rivela tanto più stridente se si confronta lo scarno corredo di elementi biografici danteschi che ci consenta una collocazione dei suoi scritti (in questo senso risultano eclatanti gli esordi della Vita nuova e, ancor più, della Commedia) se posti a fronte, in Petrarca, con la diffusione capillare nonché delle opere, della notizia del loro farsi e talora del progetto che le riguardi. L'annesso biografico, sempre tanto ufficiale e «letterario» anche nei momenti di apparente trasporto, finisce dovunque per costituire una sorta di «attesa» che carica l'opera di valori superpersonali e di moralità educative. Al gioco contribuisce l'indefesso lavorio di lima che produce rielaborazioni anche nell'arco di decenni, libera gli scritti di ogni tratto individuale e, nel tempo, privilegia il personaggio rispetto alla persona. Il fatto (spurgato dalle nevrosi personali che impediscono il distacco dall'opera ormai compiuta) può ancora una volta essere ricondotto al motivo dell'esemplarità che l'opera assume in sé; cosicché la vita di Francesco Petrarca pare contrassegnata dall'attività più frenetica, come l'opera sua da un'inesausta volontà di continua revisione critica la quale, paradossalmente, culmina nell'incompiuto; cosicché, come ha ben colto Pastore Stocchi, le opere petrarchesche «non hanno giovinezza e non hanno vecchiaia».

Il sommarsi di questi due elementi non può che essere lo specchio di un animo in continuo travaglio e, a sua volta, il riflesso di un'epoca di profonda crisi che il poeta, come nessuno, seppe indagare. Sono gli anni centrali della «cattività avignonese» e della crisi dell'istituzione imperiale; ma anche gli anni di devastanti epidemie e di scossoni socio-politici che portano al costituirsi di bellicosi stati signorili, primo fra tutti quello visconteo: una situazione di vuoto istituzionale e spirituale che se, da un lato, esalta il senso di solitudine, anche civile, dell'uomo, dall'altro può stimolarne l'ansia di rinnovamento e l'appello alle intime virtù. Ma, quel che più conta, la «disaffezione politica» può trasformarsi in un osservatorio delle passioni individuali e, di qui, in un'analisi serrata dei mali dell'intera società . Questa volontà attiva, esplicata in tante missioni diplomatiche, è solo in apparente contrasto, dunque, con il peso che un elemento come la memoria gioca nel pensiero di Petrarca. Ad essa, sull'esempio di S. Agostino, è demandato il compito di addensare la percezione di tutte le cose esterne, decantandole in «sostanza spirituale» che si riverbera verso il futuro, secondo la formula memor preteriti ac futuri providens (memore... del passato ed attento al futuro) del De vita solitaria. Proprio attraverso la memoria Petrarca equilibra in un eterno presente la propria esperienza esistenziale con quella di coloro che l'hanno preceduto nella storia, costituendo l'Uomo come centro del nuovo universo in una visione del mondo che di fatto riassume l'età di mezzo ed è già presagio dell'Umanesimo.
Queste sono, dunque, le linee lungo le quali pare si sviluppi la personalità per molti versi contraddittoria del Petrarca : il senso della solitudine accentuato dalla percezione della fugacità della vita e, per converso, la spinta ad un intervento tutto morale nella realtà del suo tempo, non diversa da quella che gli antichi avevano prodotto al tempo loro. Sono tratti che, indissolubilmente intrecciati con altri, informano anche la sua maggiore opera in volgare: quel Canzoniere (ma non dimentichiamo che lo stesso Petrarca gli assegnò un titolo latino: Rerum vulgarium fragmenta) in cui tanto impropriamente certa critica del passato volle vedere quasi esclusivamente un romanzo d'amore imperniato sulla passione per Laura, con i conseguenti tentativi di individuarne in concreto l'ispiratrice. Che nella raccolta prevalgano i componimenti che parlano di lei pare indubitabile; ma sembrerebbe oggi accertato che «i motivi dell'ispirazione petrarchesca sono ben più vari e ben più vasti della sola tristezza d'amore» (Branca). In questa paiono confluire tutte le angosce che negli anni sono andate stratificandosi sull'uomo: su tutte, quella sulla propria incapacità di comporre il dissidio tra pulsioni terrene ed ansia di elevazione spirituale; tra il desiderio di afferrare la vita ed il senso inesorabile del suo trascorrere. La stessa tormentata gestazione della raccolta (si ricorderà , la prima organicamente disposta della letteratura europea) ed il sommarsi delle varianti ci fa intendere che il suo punto d'arrivo non può consistere nella esaltazione, magari parossistica, di un sentimento terreno; ciò che ha spinto, e spinge anche oggi, generazioni di poeti a fare del cammino petrarchesco la propria guida poetica è proprio questo senso di inarrivabile acquietamento della propria anima, di tensione inesausta verso l'indefinibile perfezione ottenuta con l'affinamento personale e la riflessione. La solitudine finisce, così, per avere un ruolo decisivo in ogni opera di quest'uomo apparentemente sempre al centro dei fatti del suo tempo e conteso dai potenti. Essa, vagheggiata in pressoché tutta l'opera latina, e con intenti di sistematicità nel relativamente tardo De vita solitaria (ma l'alta frequenza del campo semantico di solo nel Canzoniere dovrebbe indurre alla riflessione), non contiene in sé il senso egoisticamente limitativo dell'eliminazione di ogni elemento di disturbo esterno: è, semmai, il riflesso di un'esigenza di maggior concentrazione alla ricerca della vera umanità ; con tutto il rischio dell'astrattezza che i modelli intellettuali comportano.

Se è vero che Petrarca ha maturato una vera e propria venerazione giovanile per Virgilio cantore della grandezza di Roma (già il padre gli aveva donato l'amatissimo «Virgilio ambrosiano») e per Cicerone garante della tecnica retorica, l'anno 1353 segna il vero discrimine della sua opera; e poco conta che si tratti di un termine, come si accennava, sancito a posteriori. Di certo, lo stesso poeta (Familiari IV, 1, a Dionigi di Borgo San Sepolcro) tiene a legare il momento della folgorazione (in me ipsum interiores oculos reflexi, volsi in me stesso gli occhi dell'anima) a due dei personaggi sintomatici della sua vita. Innanzitutto il fratello Gherardo, primo compagno della spensieratezza bolognese e quindi, con la sua monacazione, innesco del tarlo religioso: ma sempre alter ego esistenziale e voce della parte migliore del poeta. Il secondo personaggio non poteva che essere S. Agostino già antagonista nel Secretum e stimolatore delle verità nascoste dell'animo, qui oggetto di riflessione decisiva. Ma il 1353 è anche l'anno del rientro definitivo in Italia e segna un diverso approccio nel suo modo di fare cultura. Seguendo il modello di S. Agostino (che dal 384 al 386, nella stessa Milano, maturò il suo essere, «da ciceroniano, cristiano»), Petrarca stabilisce di farsi, da produttore, anche promotore di cultura. In questo disegno si inserisce anche la revisione sempre più incalzante di ciò che aveva prodotto negli anni precedenti, ma con una maggior propensione verso le opere in volgare. Sono anni in cui la presenza di un intellettuale di chiara fama illustra una corte, se è vero quello che lo stesso Petrarca mette in bocca al Visconti che cerca di trattenerlo a Milano (Familiari XVI, 11, a Francesco Nelli): nichil ex me velle respondit nisi presentiam meam solam, qua se suumque dominium crederet honestari («mi rispose che null'altro voleva da me che la mia presenza, la quale credeva dovesse onorare lui e il suo stato»). Proprio dopo il 1350 il suo prestigio si fa indiscusso: egli si trova dunque conteso dalle forze politiche del tempo, dai Visconti di Milano ai Carraresi di Padova, dal Papato alla stessa Repubblica di Venezia. Non è che il legittimo risultato di un'opera di self promotion praticata sin dall'età giovanile; ma il suo atteggiamento vuole essere quello dell'uomo padrone delle sue idee. Non per nulla nell'Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis rivolta a Giovanni di Caraman (1355) terrà tra l'altro a precisare animo quidem sub nullo sum, nisi sub Illo qui michi animum dedit Sic est animus Pars autem mei altera hec terrestris terrarum dominis quorum loca incolit subdita sit oportet («Spiritualmente non sono sottoposto se non a Colui che mi ha dato lo spirito... Questo per lo spirito. L'altra parte di me, quella terrena, conviene sia sottoposta ai signori di quei luoghi nei quali abita») dando ancora una volta una lezione di pragmatica indipendenza intellettuale. Non a caso, dunque, i più importanti «luoghi dello spirito» petrarcheschi inducono a solitaria concentrazione: Valchiusa, Selvapiana e, più tardi, Arquà ; pure, a questi si deve aggiungere Roma. Naturalmente non il borgo inselvatichito a cui si era ridotta a causa del venir meno della sede papale e dell'accentuarsi delle rivalità cittadine, ma la Roma simbolo di giustizia, realizzatrice del disegno provvidenziale della storia; e non sarà forse da trascurare il fatto che proprio l'alloro poetico, che Petrarca volle emblematicamente cingere in Campidoglio, potesse da un lato fungere, nei promotori, da riconoscimento del suo ruolo di novello Virgilio; ma, nel poeta, agisse da sanzione dell'avvento di una nuova èra, aderente sì alle necessità del presente, ma indelebilmente marchiata del retaggio della Roma imperiale.

L'amore per la storia, operante in lui fino agli ultimi anni di vita, gli permette di definire la funzione del poeta e oggi diremmo dell'intellettuale. A questo compete precipuamente la conservazione della memoria storica di un momento centrale dell'umanità , utile alla costituzione di un nuovo presente fondato sulla pace. Il tema, a cui Marsilio da Padova aveva dedicato in anni non lontani (l'opera è compiuta nel 1324) il Defensor pacis, acerrimamente contrastato dalla curia papale per la sua pragmatica teorizzazione della supremazia civile su quella religiosa, affascina Petrarca : egli è da un lato disgustato dalle pratiche della «Babilonia avignonese», dall'altro considera l'istituzione imperiale «un vano nome senza soggetto» la sua idea considera la pace come una realizzazione possibile ma nel contesto storico che vede, al momento, il netto prevalere dell'istituzione signorile nella valle Padana. In questa situazione egli accetta, non senza scandalo, di proseguire nella sua opera di uomo vicino alla politica attiva impegnandosi, come già aveva fatto in passato, in una serie di iniziative diplomatiche che dovevano, nei suoi intenti, contribuire al mantenimento degli attuali equilibri e favorire quel programma di apertura culturale di cui si affermava come capofila. Dopo la sua partecipazione univoca ed accorata all'avventura di Cola di Rienzo, Petrarca ha dunque preso atto dell'impossibilità delle azioni frontali: l'unica via che rimane è dunque il graduale inserimento nelle strutture di potere che il crollo dell'istituzione comunale poteva offrire. Di certo si tratta di un intervento rischioso, come paventavano i non disinteressati amici fiorentini, il Boccaccio in testa, alla scelta milanese di Petrarca. Tuttavia si tratta di un rischio calcolato che sacrifica il personaggio per tutelare l'indipendenza intellettuale dell'uomo. Anche a questo tende, infatti, la sapiente ricostruzione della propria vita operata con costanza attraverso gli scritti autobiografici: a mettersi nelle condizioni di diffondere il proprio messaggio nei luoghi ove esso può incidere, con il ruolo dell'alleato e con il prestigio di colui che è richiesto; e il suo impegno si trasforma in proficua opera pedagogica, in lezione di cultura della pace.
La vera «fonte» dell'ideologia petrarchesca è comunque l'auscultazione appassionata dei classici che lo stesso poeta ha voluto segnalare, come preveggente consuntivo, in una delle sue epistole più celebrate (la Senile XVII, 2): alle dichiarazioni del Boccaccio che gli ricordava di quanta fama godesse universalmente, ribatteva Illud plane preconium quod michi tribuis non recuso: ad hec nostra studia, multis neglecta seculis, multorum me ingenia per Italiam excitasse et fortasse longius Italia: sum enim fere omnium senior, qui nunc apud nos his in studiis elaborant («C'è una lode che non respingo: quella di aver suscitato in Italia, e forse anche fuori d'Italia, questi nostri studi trascurati da molti secoli; io infatti sono forse il più vecchio di chi, tra di noi, si affatica intorno ad essi»). Una legittima conclusione (un solo anno lo separa infatti dalla morte) per chi ha dedicato gran parte della sua vita allo studio dei classici ed alla filologia: gli si deve il rinnovamento della tradizione di Livio e di Cicerone oltreché dei geografi e dei retori latini minori. Ma egli, in un fervore ininterrotto di studi, promosse anche lo studio di Terenzio, di Vitruvio, di Seneca (che, aldilà di Cicerone, pare modello non troppo lontano del suo epistolario) e dell'amato S. Agostino. Ma a lui, che ha fatto della esatta conoscenza del passato il supporto dell'intera opera sua, siamo anche indiretti debitori per l'incoraggiamento dato a Boccaccio verso lo studio del greco e la traduzione di quei testi antichi che il certaldese volle commissionare a Leonzio Pilato.