Ovidio Nasone, Publio

Poeta latino (Sulmona 43 a. C. - Tomi 17 o 18 d. C.). Della sua vita ci informa la sua stessa opera, soprattutto quella dell'esilio, e in particolare l'elegia IV, 10 delle Tristezze ; poche notizie si ricavano dalla vita svetoniana di Augusto, da Plinio il Vecchio e da S. Girolamo, mentre non sempre fededegne sono le tarde biografie che si leggono in alcuni manoscritti. Nato a Sulmona il 20-III-43 a. C. da agiata famiglia di ordine equestre, si recò ben presto a Roma insieme al fratello, maggiore di un anno, per studiarvi grammatica e retorica, alla scuola di Arellio Fusco e Porcio Latrone. Il padre lo avrebbe indirizzato alla carriera politica, ma Ovidio Nasone, dopo avere esercitato alcune magistrature minori, sentì la vocazione per la poesia. Più tardi ebbe a confermare che tutto quanto si accingeva a scrivere diventava verso nelle sue mani: e innegabile è la multiforme e facile vena poetica, non priva di eleganza e arguzia.
Dopo l'usuale viaggio di istruzione ad Atene, passò in Oriente e in Sicilia. Tornato a Roma, cominciò a frequentare i circoli colti, riscuotendo ovunque successo e rivelandosi buon conversatore e perfetto gentiluomo. Si sposò tre volte: ripudiò presto le prime due mogli, mentre amò profondamente la terza, Fabia, che gli fu sempre fedele; dalla seconda moglie ebbe una figlia, dall'ultima una figliastra, la poetessa Perilla. Intanto andava scrivendo versi e pubblicando le varie raccolte, sotto la protezione di Messalla e l'incoraggiamento degli amici; vezzeggiato nei salotti eleganti, si mostrava poeta di mondo e fine conoscitore dell'animo femminile. Le vicende della vita dovettero influire non poco sulla vocazione di poeta, facendo di lui un narratore elegante e impersonale della materia amorosa. Accontentando i sostenitori di una moda frivola, Ovidio Nasone indagava i giochi d'amore, le arti tentatrici e i sentimenti più riposti. Verso i vent'anni aveva iniziato il suo canzoniere d'amore, gli Amores, di cui curò due edizioni; nell'intervallo aveva composto una tragedia, Medea ; poco dopo avere iniziato l'opera prima (secondo altre ipotesi, contemporaneamente o persino in precedenza), aveva messo mano a un fittizio epistolario poetico, le Heroides (Le eroine). Una produzione di precettistica amorosa concludeva questa prima fase di produzione erotica: il malizioso trattato sull'Ars amatoria usciva verso l'1 d. C. in due libri dedicati agli uomini; poco dopo pubblicava i Remedia amoris (I rimedi per l'amore), cioè le raccomandazioni perché gli uomini si guardassero dal restare vittime delle arti femminili e seguissero invece i suoi consigli per guarire dalla passione funesta; quindi, per non perdere la simpatia del pubblico femminile, da una parte aggiungeva all'Ars un terzo libro dedicato alle donne, dall'altra pubblicava un lungo carme sull'arte del belletto femminile, i Medicamina faciei femineae (Le cure di bellezza femminile). Conclusa la poesia alla moda ed entrato in amicizia con la famiglia imperiale, si dedicò a opere di maggiore impegno: prima sui miti delle trasformazioni, con i Metamorphoseon libri (Libri di metamorfosi), poi sulle feste del calendario romano, con i Fasti (ovvero: Fastorum libri) . Quest'ultima opera rimase interrotta, perché nell'8 d. C. il poeta fu colpito da una grave sciagura: con un ordine scritto, Augusto gli ingiungeva di abbandonare Roma e di confinarsi sul mar Nero, a Tomi (od. Costanza, in Romania). Ancor oggi si discute sulle cause che dovettero motivare questo bando, che propriamente consisteva in una relegatio, provvedimento meno grave dell'exilium, perché non implicava la perdita dei diritti civili e politici e la confisca dei beni. Più che una condanna era un provvedimento di polizia, comminato senza processo; Ovidio Nasone vi accenna più volte, ma in maniera oscura, lasciando intendere d'aver pagato il fio di colpe non sue. In quelle regioni semibarbare rimase fino alla morte, sperando invano di tornare in patria e sfogandosi nei versi dei Tristia (Le tristezze) e delle Epistulae ex Ponto (Lettere dal mar Nero). Egli stesso parla di due cause, il carmen (cioè l'opera; ma non dice quale) e l'error (cioè una colpa, di cui però non specifica la natura). In realtà l'opera erotica, soprattutto l'Ars amatoria, mal si confaceva alla restaurazione morale voluta da Augusto; e tuttavia Ovidio Nasone insiste sull'error, ritenendolo motivo principale della disgrazia. Le frequenti ma vaghe allusioni fanno pensare ch'egli sia stato implicato in qualche scandalo della domus Augusta, riguardante o la moglie (Livia), o la figlia (Giulia Maggiore), o la nipote (Giulia Minore) di Augusto: nell'Ars avrebbe alluso a fatti disdicevoli sulla loro condotta morale; secondo altri, avrebbe amato e cantato Livia o Giulia Maggiore negli Amores : ipotesi questa più improbabile, insieme alle tesi politiche. Carmen ed error appaiono interdipendenti e un forte accento è posto sulla colpa degli occhi: nella quinta elegia del III libro delle Tristezze lascia intendere che la sua colpa maggiore è quella di «aver visto», imprudentemente, qualcosa che sarebbe stato meglio non vedere.
Colpito dalla notizia, Ovidio Nasone diede alle fiamme il manoscritto delle Metamorfosi, ma doveva sapere che circolavano altre copie dell'opera. Forse già durante il viaggio verso Tomi compose un poemetto contro un diffamatore rimasto a Roma, l'Ibis, e qualcosa (se non tutto) dei primi due libri dei Tristia. Giunto a destinazione, condusse la vita nella continua ma vana speranza del ritorno. Compose gli altri tre libri dei Tristia e i quattro delle Epistulae ex Ponto, tutte sconsolate elegie sulla sua misera sorte. Nel 14 moriva Augusto e la speranza del perdono veniva riposta in Tiberio. Ai lamenti e alle suppliche il poeta aggiungeva esplicite adulazioni in due carmi, entrambi non pervenutici, uno per la morte di Augusto, l'altro in lode della sua divinità e di Livia e Tiberio: poiché quest'ultimo fu scritto nella lingua getica locale, Ovidio Nasone viene considerato l'iniziatore della civiltà letteraria romena. Sempre in vista del ritorno, riprendeva in mano i Fasti per dedicarli a Germanico, figlio adottivo di Tiberio. Passava il tempo a scrivere e a fare lunghe passeggiate sulla costa, osservando i pescatori del luogo: un poemetto, Halieutica (La pesca), fu il frutto di questo nuovo interesse. S. Girolamo ci attesta che morì e fu sepolto a Tomi nel 17 d. C., ma una notizia contenuta nel I libro dei Fasti, l'unico (a parte pochi ritocchi negli altri libri) revisionato durante il confino, assegna la data di morte all'anno successivo, a meno che Ovidio Nasone non dia la notizia presupponendola.

Il periodo giovanile si conclude nel 3 d. C. e comprende cinque raccolte. Gli Amores contengono 49 elegie in distici. Iniziati verso il 23 a. C., furono pubblicati in cinque libri nel 14; pochi anni dopo, nella seconda edizione, furono eliminati alcuni componimenti di tono didascalico e precettistico, rifusi poi nell'Ars amatoria, altri ne furono aggiunti, e tutti vennero risistemati per argomento. Vi predomina la figura di Corinna, pseudonimo sotto cui si cela la donna amata, o l'idealizzazione delle donne amate; non mancano elegie di argomento diverso: p. es. il compianto per Tibullo, prematuramente scomparso (III, 9), o per il pappagallino caro all'amante (II, 6). In tono scherzoso, la prima elegia dichiara il «programma»: l'amore non è che avventura galante e capriccio; in poesia va espresso secondo i canoni dell'estetica alessandrina, che demitizzava la materia, in ossequio a una maggiore tendenza al realismo e a una oggettivazione dei sentimenti. Più che un'autobiografia amorosa, gli Amores sono pertanto un «romanzo», dove si ritrovano le situazioni tipiche dell'elegia erotica, avviluppate da una lascivia frivola e mondana. Lontana dall'impegno appassionato di Catullo, Tibullo e Properzio, la poesia d'amore ovidiana non è che gioco, offrendo il quadro della vita brillante e salottiera della capitale. Il tono impersonale, l'importanza data all'elemento epico o mitologico o antiquario, la tendenza a fare poesia didascalica dimostrano la superficialità della passione, ma comprovano che negli Amores c'è quasi tutta la poetica e l'ispirazione di Ovidio Nasone : i singoli elementi si ritroveranno sviluppati e decantati nelle successive raccolte. Le Heroides sono 21 elegie in distici, in forma di lettera d'amore. Vari sono i titoli riportati dai codici, ma quello iniziale dovette essere Epistulae (così le designa il poeta nell'Ars III, 345), mutato poi in Epistulae Heroidum, per distinguerle dalle Epistulae ex Ponto ; il titolo di Heroides si trova già nei grammatici antichi ed è quello più usualmente tramandato fino ai giorni nostri. Quattordici lettere sono scritte da antiche eroine ai loro amanti; la quindicesima è scritta da Saffo all'amato; le ultime sei sono a coppie, in quanto all'uomo risponde la donna. Oggi si è convinti della paternità ovidiana delle ultime sette epistole, un tempo ritenute non autentiche. La composizione è contemporanea a quella degli Amores, e si può supporre che qualche epistola addirittura li preceda; ma questa raccolta, che pare abbia avuto diverse redazioni dopo la prima del 16 a. C., si presenta più complessa per quanto riguarda le fonti e i modelli letterari. L'idea di trattare argomenti d'amore in forma epistolare sarà anche nata dalla suggestione degli esempi di Sulpicia e Cerinto () che si scambiano bigliettini d'amore, e di Properzio, la cui elegia IV, 3 è una lettera scritta da Aretusa al marito lontano; ma Ovidio Nasone si sentiva portato al vagheggiamento di un mondo erotico ormai scomparso, eppure vivo nella cultura contemporanea, e in cui poteva mettere a frutto l'esperienza acquisita alla scuola di retorica, che lo aveva esercitato nelle suasoriae (discorsi persuasivi) e controversiae (dispute su determinati argomenti). Questa forma di corrispondenza, chiaramente fittizia perché il mittente ignora l'indirizzo del destinatario, consente l'introspezione psicologica e la libertà di operare variazioni sul tema ellenistico dell'amore infelice. Il materiale è tratto, oltre che da una vulgata mitologica, da numerose fonti, contaminate fra loro e ripensate secondo la tecnica alessandrina che consentiva al poeta la variatio in imitando : c'è una «rivisitazione» greca (di Omero, dei grandi tragici, di Antimaco, Ermesianatte, Filita, Callimaco, Apollonio Rodio e Partenio) e latina (di Catullo, Orazio e Virgilio). Un problema critico è quello di determinare ogni volta la «fonte»; non meno importante il problema di enucleare i particolari desunti dalla vita romana e dalla scuola di retorica, giacché il personaggio femminile del mito greco è visto alla luce della psicologia della donna romana del tempo. Ma il problema principale è quello del giudizio estetico: la monotonia del tema, pur nella continua variazione dei casi reali, e della forma (si tratta di lettere tristi e disperate che, in maniera fissa, rievocano i tempi felici, biasimano le promesse non mantenute e invocano la morte) può ingenerare stanchezza. Forse per questo motivo Ovidio Nasone pensò di aggiungere le tre coppie finali che consentono la risposta. Eppure non sempre lo stile declamatorio è causa di monotonia: la dialettica consente a volte toni di vivacità , introducendo atmosfere drammatiche. Ovidio Nasone non è capace di vivere intensamente l'amore, ma è capace di indagarlo in modo appassionato: il meglio sta appunto nell'introspezione della sensibilità femminile, in quelle tragiche e raffinate rappresentazioni che mostrano il genio poetico e creano pagine destinate a restare immortali. Fedra che ama Ippolito ed Elena che ama Paride più che eroine del mito sembrano personaggi reali, ridimensionati alla luce dell'eleganza poetica. Questo interesse ovidiano non finisce con le Heroides : come gli Amores preparano all'Ars, le Eroine anticipano motivi delle Metamorfosi, dove il meglio è costituito dalle trasformazioni liberatrici che subiscono alcune donne, tragicamente deluse nella loro passione amorosa. L'Ars amatoria è in tre libri e in distici elegiaci; un altro titolo, ricavato dal primo verso, è quello di Ars amandi, ma non deve essere quello originario. Il primo libro insegna come e dove trovare la donna da conquistare e con quali mezzi conservare il suo amore; il secondo come comportarsi per influire sulla psicologia femminile; il terzo fornisce ammaestramenti alle donne. Ovidio Nasone teorizza l'amore galante, presentandolo come una scienza: spogliato da ogni sentimentalismo, esso è avventura, dove tutto è calcolo e sottile studio psicologico per la conquista e il possesso dell'essere verso cui si prova un trasporto fisico. L'autore parla dall'alto di una sua esperienza ed entra nei particolari pratici; per questo l'Ars è opera «sentita», quella in cui, pur obbedendo a schemi letterari, Ovidio Nasone ha immesso l'esperienza di un mondo raffinato, esprimendo il proprio gusto e facendo sentire la propria presenza nell'elegante sfoggio intellettuale delle regole di comportamento, nell'opposizione fra la serietà formale e la futilità dell'argomento: ne deriva il tono ironico che presuppone la parodia delle «arti amatorie» scritte dai filosofi. Dalla commedia, da Tibullo e da Properzio Ovidio Nasone non ricava che alcuni spunti; per il resto muove da posizioni personali già accennate negli Amores, tanto che l'opera appare nuova, determinando la «fortuna» dell'autore, che diventa il beniamino dei salotti e si pone, ancora una volta, in posizione antiaugustea: agli inizi per ragioni di ideali estetici, ora per motivi morali. I Remedia amoris sono un poemetto in 407 distici, complemento ai primi due libri dell'Ars, perché insegnano agli uomini a liberarsi dell'amore quando sia divenuto un fardello. Il tono è quello della palinodia, garbatamente ironico. E, anche qui, frequenti sono le digressioni mitologiche, o su avvenimenti contemporanei, o su particolari descrittivi, che rompono la monotonia della continuità didascalica; ma certo l'opera conserva minore grazia e fascino rispetto all'Ars, ben più articolata. Anche in questo caso alcuni spunti potevano fornire la commedia, l'epigramma, il IV libro di Lucrezio e la satira I, 2 di Orazio; il resto è invenzione personale. I Medicamina faciei femineae, noti anche sotto altri titoli (De medicamine faciei, Medicamina faciei e Medicamina formae) , sono un carme in distici, di cui resta solo un frammento di cento versi, che fa da complemento al III libro dell'Ars, dedicato alle donne, e rivela il legame di Ovidio Nasone con l'estetica alessandrina che suggeriva di mettere in versi argomenti antipoetici. Il tono scherzoso è in contrasto con la serietà della forma. Spunti letterari potevano essere ricavati dalla didascalica ellenistica e, in particolare, da Nicandro (sec. II a. C.).

Il periodo della maturità inizia dal 3 d. C. quando, dopo aver oggettivato la poesia erotica e affiancato una nuova poesia didascalica alle Georgiche virgiliane, Ovidio Nasone, volendo competere con l'epica dell'Eneide, mette mano prima alle Metamorfosi e poi ai Fasti. Le Metamorfosi sono un poema di ca. 12.000 esametri in 15 libri, che narrano le trasformazioni di esseri mitici o persone reali in cose inanimate o in piante o in animali. Si possono enucleare ca. 250 metamorfosi, ma Ovidio Nasone ha l'intento di presentare l'opera come una storia dell'universo sotto il criterio della trasformazione, a cominciare da quella del Caos, che da amorfa congerie di elementi si tramuta in Cosmo obbediente a determinate leggi, per finire con l'apoteosi di Giulio Cesare e la glorificazione di Augusto. Fra questi due poli stanno le altre favole, che si susseguono in ordine pressoché cronologico, attraverso le quattro età della terra e del genere umano. In una gigantesca e mirabile tela, i fatti si svolgono nel mondo degli dei, degli eroi e degli uomini; gli ultimi versi sono di commiato e contengono il presagio dell'immortalità poetica. Un problema critico è quello di scoprire la successione cronologica dei racconti e di coordinare il passaggio dall'uno all'altro, poiché la traccia è simile a quella di un labirinto, in cui sembra possibile trovare la chiave di lettura. E tuttavia, se unità c'è, essa si trova non tanto nella disposizione delle favole, che si susseguono per analogia o contrasto o sviluppo cronologico, quanto nella visione dell'universo, compatto ma dominato da forze interne, e soprattutto nell'uniformità di atmosfera. Ovidio Nasone si è lasciato influenzare dalla teoria eraclitea dell'eterno divenire di tutte le cose, mentre la forma, questa volta non in contrasto con la materia, riesce a cementare la frammentarietà naturale dell'intreccio. Se quella di Virgilio è opera dominata da ideali classicheggianti, questa di Ovidio Nasone è opera di fattura ellenistica; la tonalità può sembrare omerico-oggettiva, ma oggi si tende a superare l'idea dell'epicità , per inserire le Metamorfosi nell'ambito di un altro genere che, secondo i canoni alessandrini, presuppone la poikilìa (varietà ) di argomenti, fondendo e unendo insieme materiale idillico, novellistico, erotico ed elegiaco. Lo stile è quello dell'epica, e indubbia è l'imitazione dell'Eneide, ma la nuova poesia non ha precedenti. Eliminata la continuità del racconto, è curata la rappresentazione episodica, che attira l'attenzione del lettore perché è inframmezzata da riflessioni personali e apostrofi dirette. Di questo grandioso materiale le fonti vanno ricercate in Omero ed Esiodo, nei tragici greci, ma soprattutto negli alessandrini Callimaco, Partenio e Nicandro; non manca qualche reminiscenza dei poeti neoterici, di Catullo e di Virgilio. Ovidio Nasone poteva disporre di manuali e compendi mitologici, ma personalmente operava una scelta degli episodi curando l'introspezione psicologica e la plasticità della rappresentazione, al punto che si parla di influsso delle arti figurative. I Fasti, in distici elegiaci, dovevano illustrare in dodici libri tutto il calendario romano col racconto di leggende e imprese che spiegavano l'à ition (origine) di molte feste, usanze e tradizioni e onoravano la patria e l'imperatore dedicatario. L'opera (nonostante fosse stato raccolto, e forse abbozzato tutto il materiale) rimase interrotta dopo il sesto libro, a causa del confino a Tomi, dove mancarono all'autore le fonti bibliografiche, quali Catone, Varrone, Verrio Flacco, Livio, Igino, e soprattutto la spinta a comporre. Con quest'opera Ovidio Nasone aspirava a essere poeta nazionale, superando la frammentarietà delle elegie romane che Properzio aveva inserito nel suo canzoniere per rappresentare cerimonie e culti di Roma: l'intento era quello di togliergli la palma di Callimachus Romanus con un intero poema etiologico che, intriso di colori elegiaci, si rifaceva direttamente agli à itia (cause o origini) di Callimaco. Rispetto alle Metamorfosi, i Fasti accentuano il processo di umanizzazione del mito e anche gli dei vengono inseriti in un'atmosfera di familiarità . Se per la prima opera si può parlare di catalogo epico ed eroico, per quest'altra si parla di un catalogo elegiaco ed etiologico: una raccolta di elegie vivificate dagli interventi personali, dal tono umoristico, dall'elemento erotico, dal colorito etico, legate insieme dalla cornice costituita dai giorni del calendario. E tuttavia i Fasti denotano una maggiore freddezza poetica, giacché la poesia ovidiana meglio si afferma nell'atmosfera fantastica delle trasformazioni; il fatto è che l'interesse antiquario e la necessità di seguire il calendario spengono il gusto immaginoso del narrare. Si ammirano alcuni episodi di descrizione realistica, o alcuni tratti in cui compare l'impronta erotica ed elegiaca o il gusto del narrare idillicamente. Così com'è, l'opera denunzia uno stato di incompiutezza formale: alla morte di Augusto, Ovidio Nasone riprese a lavorarvi sopra, ma riuscì a rielaborare solo il primo libro e a ritoccare un poco gli altri cinque.

Il periodo dell'esilioinizia dall'8 d. C. ed è costituito da opere autobiografiche, in cui sono insistenti la nostalgia della patria, la tristezza e il tentativo di commuovere i potenti. L'Ibis è un'invettiva di 642 versi elegiaci, una sorta di devotio (maledizione) contro una persona che tradisce l'antica amicizia. La devotio è propriamente una formula di esecrazione con cui si affida alla vendetta degli dei una persona odiata, differenziandosi dalle semplici dirae (maledizioni) in cui può mancare l'invocazione agli dei e che possono venire annullate da una controazione, quale un gesto, una parola, un amuleto. è una monotona e impoetica serie di imprecazioni, scritta o durante il viaggio a Tomi o subito dopo l'arrivo, sull'esempio offerto da Callimaco, che contro un nemico, forse Apollonio Rodio, aveva scritto un carme, ora perduto, che prendeva il titolo da un uccello dalle immonde abitudini, l'ibis. L'odio appare più letterario che sentito, prendendo le mosse dai soliti manuali mitografici e storici, da Nicandro ed Euforione per le allusioni erudite, spesso epigrammatiche e oscure. I Tristia sono una raccolta di lamentose elegie in cinque libri; il tema è quello del dolore per il distacco dai familiari, per la vita solitaria e vuota che l'autore va conducendo, per l'orrore e il clima del luogo. Al dolore si accompagnano le implorazioni ad Augusto e agli amici che, per prudenza, non sono nominati. Le Epistulae ex Ponto raccolgono quattro libri di analoghe elegie, che contengono però il nome del destinatario. Sulla sincerità dell'autore non si può dubitare: le lacrime sono reali, le pagine sono di vita vissuta; ma la sincerità di rado raggiunge la forma dell'arte e il tono della poesia. In mezzo all'indubbia monotonia dovuta al susseguirsi dei lamenti poco virili, dei luoghi comuni e dei tratti declamatori, il meglio può ricavarsi, per entrambe le raccolte, nel tono discorsivo che richiama a volte quello oraziano, e nella tonalità tragica che ricorda le Heroides. Gli Halieutica sono un poemetto in esametri dattilici sulla fauna ittica del mar Nero e sulla pesca, ma ci resta solo un frammento lacunoso di 132 versi. Ragioni di stile e di metrica hanno sollevato dubbi sulla sua autenticità , ma si può pensare, sulla testimonianza di Plinio il Vecchio, che si tratti dell'ultima attività poetica di Ovidio.
Niente ci rimane di altre opere minori, quali un giovanile poema sulla Gigantomachia, dove si riecheggiavano le ultime guerre civili; un elogio in morte di Messalla; un carme per la morte di Augusto; uno in lingua getica per la sua divinità ; uno contro i poetastri; uno per la vittoria di Tiberio contro gli illiri; un epitalamio; epigrammi vari. Un paio di versi ci restano di una tragedia, Medea, molto apprezzata dai contemporanei, e 5 versi di un poeta astronomico (Phaenomena) . Numerose sono invece le opere apocrife, che provano la fioritura di una poesia di imitazione e che parte della tradizione ci ha tramandato sotto il nome di Ovidio. Fra le altre: la Consolatio ad Liviam, in distici elegiaci, per la morte di Druso; l'elegia Nux, sull'albero di noce che si lamenta delle sassate dei viandanti; due Elegiae in Maecenatem, una per Mecenate morente, l'altra per la sua morte.