Omero

Per la critica storica Omero è soltanto un nome. Sotto questo nome vanno, per la maggioranza degli antichi e per una parte dei moderni, i due poemi epici che inaugurano la letteratura greca tramandata: l’ Iliade e l’ Odissea. In ottica comparativa, i due poemi rispondono alle caratteristiche che si assegnano alla poesia epica di varie culture, fra le quali vanno privilegiate qui il legame con una tradizione che si autoafferma (e certamente è) antica e una tendenza a idealizzare il passato che viene raccontato e a collegarlo con il mondo religioso (e di qui il nesso con la letteratura cosmogonica e teogonica, in origine strettamente omogenea all’epos). è forse impossibile trovare nella letteratura mondiale dei testi letterari che abbiano svolto una funzione altrettanto ingombrante nella produzione letteraria di una cultura e per di più per un periodo così lungo (per molto più di un millennio a partire dall’VIII sec. a. C.): i due poemi sono stati la base della cultura letteraria greca attraverso vicende storiche molto varie, e con base si vuole intendere lingua poetica, tematica, problematica etica, termine di confronto letterario e legame culturale fra genti che per altri aspetti si riconoscevano nelle loro autonome peculiarità .
L’ Iliade racconta una sezione in sé molto ristretta della guerra di Troia (solo una cinquantina di giorni): come si vede sia dalla dichiarazione programmatica dei primi versi («Cantami, o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta...») sia dal taglio della materia: l’episodio intorno al quale tutto ruota è l’ira di Achille, che porta l’eroe a star lontano dalla lotta e a rientrarvi solo per vendicare la morte dell’amico Patroclo con l’uccisione dell’eroe troiano Ettore. L’ Odissea narra l’ultima parte del «ritorno» di Odisseo in patria, il suo smascheramento dei servitori infedeli, l’uccisione dei pretendenti di Penelope, il ristabilimento del nucleo familiare dell’eroe e la riaffermazione della sua signoria su Itaca: nei libri IX-XII è l’eroe stesso che racconta la prima lunga parte delle sue peregrinazioni, che sono durate dieci anni, dopo i primi dieci di assenza per tutta la durata della guerra. Questo breve schizzo dei contenuti serve per richiamare il posto che i due poemi occupano nel quadro della materia del cosiddetto ciclo epico troiano, che comprendeva la narrazione dei prodromi e di tutte le vicende della decennale guerra e i «ritorni» in patria dei principali eroi (i Nòstoi) : i poemi che contenevano tutto questo sono perduti e ne restano solo i titoli (Canti ciprii, Etiopide, Distruzione d’Ilio, Piccola Iliade, Ritorni e Telegonia) e pochi frammenti. Hanno ragione quanti ritengono che la materia del ciclo sia anteriore ai due poemi conservati, che sono all’origine solo una selezione antologica dell’intero ciclo stesso (come aveva formulato Aristotele nella Poetica, cap. 23). Ma, nella sua facies linguistica, il ciclo tradisce composizione posteriore ai poemi, come aveva visto Wackernagel; e non solo per questo, visto che il loro taglio narrativo mostra chiaramente di volersi «adattare» ai due poemi e in qualche modo di «completarli». Ma come ci si deve immaginare la nascita dei due poemi? E a quale momento storico risale la loro composizione?
Una serie di coincidenze, cronologiche e culturali, porta a circoscrivere con una certa approssimazione l’epoca in cui possono essere stati composti. Sembra ormai chiaro che in Grecia, dopo una parentesi che va dal 1200 a. C. ca. fino alla metà del sec. VIII a. C., la scrittura venga reintrodotta nella forma alfabetica poco dopo, o intorno, al 750 a. C. ed è questo il terminus post quem per la loro composizione scritta. Ma forti indizi interni al testo, e cioè la loro «formularità » (vedi oltre), insieme con altri fattori culturali messi in luce in più di due secoli di critica omerica (dall’abate d’Aubignac a Vico a Wood a Wolf fino a Milmann Parry con le sue importanti monografie del 1928), ci fanno sicuri che la fissazione scritta dei poemi deve aver avuto alle spalle un periodo certo lungo di composizione e di trasmissione orale. è questo il punto d’arrivo, al momento attuale, della cosiddetta questione omerica presso la maggioranza degli studiosi, che si distinguono solo per alcune (sia pure importanti) sfumature. Molto importante è stata la decifrazione del sillabario miceneo (lineare B) avvenuta nel 1952 ad opera di un dilettante di genio, l’architetto Michael Ventris: si è potuto così verificare che fra 1400 e 1200 a. C. a Creta e nel Peloponneso si parlava e si scriveva greco e ci si è fatta un’idea dell’economia e della società che ruotava attorno ai palazzi regali. I greci micenei sono stati così identificati con gli «achei» di cui parla Omero (vedi oltre per la lingua). Il processo di formazione dei poemi, e dell’epos in generale, è stato approssimativamente immaginato nel modo seguente. Durante il Medioevo ellenico, e cioè fra la fine del II e l’inizio del I millennio, per un periodo la cui lunghezza non è dato determinare, gli aedi o cantori hanno composto, pubblicato e trasmesso oralmente materia epica, che dopo la metà del sec. VIII, momento in cui fu introdotta la scrittura alfabetica, ha trovato la via di una fissazione scritta. Forse fin da epoca molto arcaica furono privilegiati quelli che con l’andar del tempo, e certo ormai in epoca scrittoria, andarono delineandosi come i due poemi conservati. Non è possibile pensare che i due poemi, che mostrano una strutturazione in qualche misura maturata e riflessa, siano semplicemente il frutto di una improvvisa registrazione di una qualunque fase orale. è necessario figurarseli in progressiva e continua elaborazione a cavallo fra fase orale e fase scritta. Nel sec. VI ad Atene il tiranno Pisistrato ordinò una redazione, detta pisistratea, che è il secondo momento importante per la trasmissione scritta dei poemi, importante per l’influenza che l’ «edizione» ateniese ebbe nella successiva diffusione del testo. I poemi appaiono essere, così, non un vero e proprio integrale documento di oralità , ma una testimonianza di oralità , ricavabile da indizi offerti dalla lettura del testo e dalle situazioni culturali. Una ulteriore importante fase della trasmissione del testo omerico è rappresentata dal lavoro filologico dei grammatici alessandrini (Zenodoto, Aristofane, Aristarco), al quale risale anche l’attuale divisione in libri (24 per ognuno dei poemi).
L’oralità della cultura letteraria della Grecia pre-omerica si riconosce nella formularità (e cioè ripetizione di frasi, versi, episodi tipici) che è stata descritta per la prima volta in modo sistematico da Milman Parry nel 1928. Su base comparativa, si può dire che l’epica greca è la più ricca di formularità in confronto con altre grandi esperienze epiche, per le quali tutte l’oralità è da mettere in conto almeno parziale per la configurazione dei testi: Gilgamesh (nelle versioni babilonese, assira, hittita), Beowulf, la Chanson de Roland, i Nibelunghi, il Cid, l’ Edda, i canti epici slavi meridionali (dei quali ultimi si servì Parry, che li aveva studiati in memorabili campagne di rilevamento sul posto). La formularità , comunque, non basterebbe per postulare l’oralità , anche se il sistema formulare si comporta come una lingua, con la sua tendenza alla economicità (tendenza ad avere una espressione per ogni sede metrica corrispondente a ogni necessità narrativa; ma non più che una tendenza, come è del resto nella lingua): si può dire che ne è un forte indizio. Ma ce ne sono altri, che, tutti insieme, acquistano forza di prova. La comparazione non mette a confronto solo testi letterari, ma anche culture e situazioni di comunicazione. Havelock (1962) ha parlato, per i poemi, di enciclopedia tribale, che contiene in sé i contenuti e i valori di una cultura, il suo codice etico politico, ecc., un sapere collettivo, insomma. Questo è tipico dei «libri di cultura» (secondo la definizione della scuola di Tartu) e si manifesta normalmente in culture orali, dove i membri della comunità vengono raggiunti tutti dalla voce del cantore, che reclama per i suoi contenuti una vera e propria ecumenicità . Una letteratura orale vive, poi, sulla interazione stretta fra destinatore (aedo) e destinatario (pubblico), creando una specie di empatia, ed è notevole che questa empatia sia puntualmente registrata dal testo omerico, come p. es. quando in Iliade IX (185 segg.) Achille si consola cantando a Patroclo sulla phorminx le imprese degli eroi e Patroclo «gli sta seduto di fronte, solo, in silenzio»; ed è soprattutto un verso dell’ Odissea (XI, 332; XIII, 2) a rappresentare efficacemente la situazione e la temperatura della comunicazione orale: «e stavano incantati (ad ascoltare Odisseo che narrava) nel megaron ombroso». Ed è chiaro che, del resto, se si volesse negare l’oralità almeno originaria dei poemi si dovrebbe scendere troppo in basso per la cronologia: con la scrittura, come s’è detto, siamo almeno dopo il 750 a. C.; l’arte figurativa mostra già al principio del sec. VII conoscenza dei poemi; i contenuti sono arcaici quasi tutti, «tradizionali», e sarebbe impensabile che in breve lasso di tempo si accumulassero tanti elementi arcaici che dovrebbero essere semplicemente frutto di arcaizzazione. Insomma: i poemi, così come li abbiamo, sono il punto di arrivo di un lungo sviluppo. C’è da chiedersi quale fosse il pubblico dell’epica. Per la fase più antica sono i poemi stessi a risponderci, con Achille e Patroclo (vedi sopra), con Demodoco cantore dei feaci e Femio cantore degli itacesi nell’ Odissea : si tratta delle corti micenee. Ma poi si aggiungono le recitazioni, accompagnate ugualmente dallo strumento a corda, nelle grandi panegὺreis ovvero feste panelleniche, di cui ci dà una viva rappresentazione lo Ione di Platone.

Il quadro storico-critico qui delineato non è accettato proprio da tutti: alcuni per di più combinano posizioni diverse, alle quali spetta ormai un posto nella storia del problema omerico. D’altra parte già agli inizi erano state fatte importanti anticipazioni per quella che è oggi la teoria oralistica. Nell’antichita c’era stata (ma isolata) la corrente dei chorìzontes, «quelli che separano», che attribuivano ciascuno dei due poemi ad un autore differente. Ma la vera questione omerica nasce con F. A. Wolf (1795), che conosce le anticipazioni di d’Aubignac (1664, ma pubblicate nel 1715) e non quelle di Vico (l’edizione definitiva della Scienza Nuova è del 1744). Wolf aveva il vantaggio di potersi documentare sul corpus scoliastico del ms. Veneto Marciano A pubblicato nel 1788 da Villoison, e sostenne che ai tempi di «Omero» la scrittura non esisteva, che i canti epici non potevano essere opera di un solo autore e che erano un coacervo di canti trasmessi oralmente e messi insieme solo al tempo di Pisistrato (vedi sopra). Nel corso dell’Ottocento e fino a circa la metà del nostro secolo domina la teoria cosiddetta analitica, che profonde una gran quantità di preziose osservazioni sul testo, ma che, andando a caccia di incongruenze culturali e narrative e di recenziorismi linguistici (che certo non mancano), ha il torto di trattare il testo omerico come se fosse uno dei tanti altri testi a noi trasmessi, e cioè ideato e composto nell’ambito di una cultura integralmente scrittoria: di qui la proposta di spostamenti, atetesi, verdetti di non autenticità , tutti espedienti critici che fanno torto alla natura del testo dei poemi. L’epica, nata oralmente, trascina i suoi materiali integrandoli a sé come un torrente i suoi detriti. Per fare solo qualche nome di illustri analisti distribuiti per un secolo e mezzo, ricorderemo G. Hermann, K. Lachmann, A. Kirchhoff, U. von Wilamowitz-Moellendorff, P. Von der Mühll: assegnare ognuno alla teoria del nucleo originario, dei canti separati o altro porterebbe a schematizzazioni ormai scarsamente utili. L’esigenza, poi, di mettere i poemi a confronto con testimonianze storico-archeologiche nacque con le scoperte di Schliemann negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso (soprattutto Troia e Itaca), con l’ausilio delle quali si volle tentar di dare una risposta alla domanda: storia o fantasia? La guerra di Troia, che gli antichi ponevano, con variazioni, intorno al 1200 a. C., era stata una realtà ? E la società rappresentata nei due poemi a quale o a quali diversi (e antropologicamente non congruenti) momenti storici si riferisce? Il dibattito non è ancora concluso: ancora recentemente M. I. Finley ha espresso dubbi non solo sulla realtà della guerra di Troia, ma anche e soprattutto sul reale accordo dei dati sulla società omerica nell’ Odissea rispetto a quanto è dato ricostruire della società micenea in base a quanto ci fornisce la decifrazione dei testi insieme con l’evidenza archeologica: il «mondo di Odisseo» apparterrebbe secondo lui al Medioevo ellenico. Ancor meno convince, specie oggi, la corrente cosiddetta degli unitari, che sono ormai in netta minoranza se non addirittura in estinzione (si può fare il nome di W. Schadewaldt, 1938): i loro sforzi di eliminare le incongruenze soprattutto narrative hanno contribuito ad una più profonda esegesi, ma l’impostazione critica sembra disperata perché non vuole riconoscere all’epica il suo peculiare statuto. Da qualche decennio ha operato un’altra corrente, detta neoanalitica, che ha dato peso ai rapporti contenutistici fra i poemi e il Ciclo (p. es. J. Th. Kakridis).
In verità due ordini di problemi risultano, oggi, intimamente connessi, restando però distinti: quello della realtà letteraria dei poemi e quello della ricostruzione storica. Quanto al primo, la questione omerica nelle sue impostazioni tradizionali ha perso senso: se anche si possa intravedere più di un intervento «redazionale» rispetto a una materia epica non ancora o non del tutto organizzata, finisce per emergere pur sempre la forza e il peso della «tradizione» epica nel suo complesso. Quanto al problema della ricostruzione storica, non si può chiedere ai poemi quello che non possono dare, e cioè una coerenza culturale sincronica, che contraddirebbe alla natura conservatrice dell’epos stesso. Dall’epoca micenea può venire il grande scudo di Aiace, che copre tutta la persona, la spada con chiodi d’argento (fà sganon argyròēlon, che trova corrispondenza nel miceneo pakana e akuro), l’elmo con zanne di cinghiale (Iliade X, 261 segg.: in un libro che già dagli antichi era considerato tardo, ma che, come si vede, è portatore di arcaismi); l’uso della cremazione dei cadaveri è invece non miceneo. Elementi culturali di origine mista si trovano in relazione con armi e usi di guerra, religione, usi matrimoniali, ecc. La società presenta rapporti problematici col miceneo: wà nax e basilèus hanno cambiato valore, mentre lawagètas è scomparso. Si tratta, com’è ormai chiaro, della fusione di fatti e momenti diversi nell’amalgama della tradizione epica. Del resto il fatto che i poemi erano considerati materia lungamente viva di canto e d’intervento è attestato p. es. dalle cosiddette interpolazioni attiche in Iliade II (nel «catalogo delle navi»), riconosciute e datate già dagli antichi: Iliade II, 557 segg. sembra una rivendicazione della atticità di Salamina, contesa fin dai tempi di Solone (sec. VI a. C.).
L’argomento principale degli analisti sono state le incongruenze narrative, che sono presenti in notevole quantità . Banale è il caso di un guerriero che muore e risuscita (Pylaimenes: Iliade V, 576; XIII, 658). Ben noto è il problema del libro IX dell’ Iliade, l’ambasceria mandata da Agamennone ad Achille, che all’inizio è costituita da Fenice, Odisseo ed Aiace: ma, da un certo punto in poi, le forme verbali diventano dei duali. è chiaro che qui sono in concorrenza due diverse versioni della saga che si sono sovrapposte (a meno che non si voglia accettare la giustificazione di un illustre unitario, Schadewaldt, che afferma che i duali subentrano per escludere Fenice, che come più anziano sarebbe un primus inter pares!...) . E un’altra aporia è nella sutura fra III e IV dell’ Odissea, dove Telemaco da Pilo va a Sparta su un carro a cavalli: fra Messenia e Laconia c’è il monte Taigeto, che solo da qualche decennio è superabile per una faticosa strada di montagna!
è comunque degno di nota che i poemi di «Omero», «il poeta» per antonomasia, hanno sempre esercitato un fascino costante lungo tutto l’arco di sviluppo dei vari momenti della cultura greca. Anche se la classe che vi viene celebrata è l’aristocrazia delle corti e della guerra, rappresentata in vesti eroiche, i greci vi hanno sempre letto, adattandolo e ponendolo in sintonia con i diversi momenti culturali, un codice di comportamento e politico ed etico-religioso: e in questo senso i due poemi si integrano a vicenda, essendo l’ Iliade un poema di guerra e l’ Odissea un poema di prevalente condizione di pace, solo prevalente però, perché i conflitti che vi sono rappresentati sono violenti. I valori etici sono costantemente rivisitati e «aggiornati», fra le altre, soprattutto dalla corrente allegorica (Teagene di Reggio nel sec. VI e più tardi dalla esegesi stoica). La ricchezza delle situazioni comportamentali è accresciuta dal grande numero di paragoni, che, per così dire, aprono l’occhio sul resto del mondo, e cioè sulle classi inferiori e soprattutto sul mondo animale e sul mondo degli elementi. Le stesse reazioni anche violentemente contrarie, come quella di Senofane, sono comprensibili proprio nel contesto costante di un successo che non viene mai meno.
Ma il codice epico che più influenza la cultura greca è quello linguistico. La lingua poetica greca si misura continuamente con il modello omerico, tanto da fornire l’esempio più cospicuo di quello che si può ben chiamare straniamento linguistico. Non solo l’epica posteriore parla omerico (com’è naturale in una cultura letteraria che rispetta con scrupolo le leggi dei generi letterari), ma anche la successiva lirica, la filosofia in poesia, e persino il dramma (e la prosa di Erodoto!) si sostanziano di continui richiami ad omerismi in parte allusivi e in parte addirittura creativi, continuando cioè a creare lingua secondo la morfologia e le leggi di «produzione» linguistica omerica (per es. la produttività di composti di tipo epico): la poesia alessandrina va particolarmente fiera dell’uso di tali procedimenti, anche e soprattutto quando la volontà di differenziarsi dal modello è più forte (si pensi alla «emulazione» letteraria). è lecito quindi chiedersi come suonasse in partenza la lingua omerica, quale fosse la sua capacità di configurarsi come poetica, di presentarsi (come fu nel dopo-Omero) come «segnale» di poesia. Gli antichi dicevano che Omero è in una forma arcaica e poetica di ionico oppure che in Omero ci sono tutti i dialetti (il che è falso, perché il dorico manca!) perché aveva viaggiato molto. Non è un caso che fra le città che maggiormente si segnalavano per rivendicare la nascita di Omero ci fossero Smirne e Chio, ambedue in zona di confine fra dialetti ionici ed eolici, perché è una realtà che, secondo classificazioni nate dalla documentazione dialettale, i poemi mostrano un impasto di forme eoliche e ioniche (ma vedi oltre per i dati del miceneo). Combinando i risultati dell’analisi, A. Fick notò che le parti che apparivano più antiche si lasciavano (in realtà non senza residui) «tradurre» in eolico e redasse a nuovo i poemi in eolico in una forma che secondo lui era l’originaria. Ma nel 1913 A. Meillet fece notare che alcune forme non erano né eoliche né ioniche, bensì arcadico-cipriote, rappresentando quindi una fase forse ulteriormente anteriore: e dal miceneo e dai suoi numerosi contatti con l’arcadico-cipriota è venuta recentemente una conferma a questo, tanto da spingere ormai molti a chiamare «acheo» la lingua omerica per designare la lingua dei greci così chiamati da Omero. Ma, prima che si ottenessero questi risultati in campo linguistico, e cioè al principio del secolo, già era stata data della lingua quella definizione che, nata da una vera e propria «disperazione» linguistica, risulta molto efficace: «lingua artificiale» (K. Meister, 1921; già anticipato da K. Witte). Si tratta di una mistione di forme che non costituiscono un vero sistema linguistico per la mancanza assoluta di economia (polimorfia: più di un modo per dire la stessa cosa): nessuno può aver mai parlato veramente una simile lingua, neanche nelle sue componenti semplici (eolico, ionico, ecc.). Sembra chiaro che già ai suoi inizi l’epos avesse un alto grado di straniamento linguistico. Il metro è l’esametro dattilico usato stichicamente. Esso si presenta come una sequenza di sei dattili: se ne è cercato di delineare la preistoria, ma non c’è accordo fra gli studiosi (l’ipotesi prevalente è quella di una conflazione di versicoli lirici). La sua strutturazione (incisioni, cioè fini di parola normalizzate, ecc.) è molto evoluta, il che fa pensare a un lungo periodo di pratica in epoca orale. Verso recitativo per eccellenza, era cantilenato con l’accompagnamento dello strumento a corda (phòrminx, kithà ra).