Montale, Eugenio

Poeta (Genova 1896 - Milano 1981). I pochi dati della biografia – gli studi e la vita a Genova fino al 1927, la direzione del gabinetto scientifico-letterario Vieusseux dal 1929 al 1939 a Firenze, il lavoro di redattore del «Corriere della Sera» a Milano – descrivono un'immagine di ordine, di ritegno e di modestia che singolarmente si accorda con la fisionomia severa, chiusa, antiretorica della poesia di Montale, non sfiorato dai riconoscimenti più ufficiali (la nomina a senatore a vita, 1967; il premio Nobel per la letteratura, 1975). Non c'è, nella vicenda della poesia italiana, un'esperienza poetica più libera di quella di Montale da ogni retorica dei sensi o dei sentimenti, più dedita a un autocontrollo critico tanto accanito e preciso: eppure quando uscì la prima edizione degli Ossi di seppia (1925; 19282), quella poesia «scabra ed essenziale» fu avvertita subito come la voce che più compiutamente esprimeva il dramma di un mondo in crisi per la rovina delle certezze antiche e la posizione dell'uomo dubbioso e perplesso, posto fra segni inquietanti di apocalissi, alla vana ricerca di una via di scampo. Rifiutata ogni rivoluzione nell'ambito del lessico, della sintassi, della tecnica stessa della versificazione – i metri sono quelli regolari della tradizione, anche se ironicamente deformati attraverso un lavoro di variazioni di accenti e di sillabe, in contrasto con i tentativi più clamorosi di innovazione del primo Novecento – e rifacendosi per certe costanti figurative e certi modi stilistici al sottile sperimentalismo di Pascoli e di Gozzano, Montale compiva un totale capovolgimento del linguaggio poetico italiano, partendo non dall'esterno ma dall'interno. Se nella poesia di Ungaretti la totale rivoluzione strutturale e metrica corrisponde a una sostanziale fedeltà dei temi e dell'impegno retorico ai modi della tradizione aulica italiana, in Montale ciò che colpisce è la portata sconvolgente dei dati del messaggio che egli esprime: non le regole antiche dei sentimenti, l'ordine degli affetti, le nitide descrizioni, ma il porre l'uomo di fronte alle estreme ragioni della sua tragedia esistenziale, senza infingimenti e abbellimenti retorici. Per far questo Montale solleva di grado, dal piano fisico a quello di allusione metafisica, ogni elemento del suo linguaggio, anche quelli più consueti della tradizione letteraria che egli inizialmente ha accettato, per poi trasfigurarla e trasformarla a fondo dall'interno. La parola di Montale lievita sempre per la compresenza e il contrasto intimo fra la sua fisicità (paesaggi liguri dirupati e aridi, bruciati dal sole e dal mare, tragici eventi quotidiani sullo sfondo di una vita di natura affocata e crudele, aspri giochi infantili) e la metafisicità del messaggio che a essa è affidato: l'uomo è solo e incerto in un mondo ostile, e le cose e i loro eventi non sono che oscuri avvertimenti di una rovina che incombe; e più non resistono memorie, affetti, tutto è precario, e inutile è tentare di arrestare una certezza, di ritrovare un nuovo fondamento.

Con Le occasioni (1939), Montale precisava ancora il suo mondo morale parallelamente a una radicale revisione stilistica, che sostituiva ai modi «impuri», ai toni narrativi e conversativi, al «ragionamento» degli Ossi di seppia una ricerca di liricità resa essenziale dall'analogia sempre più stretta fra l'oggetto e il simbolo. Il poeta diventa testimone stoico della rovina dei miti, e la perplessità iniziale, l'incertezza, si trasformano insensibilmente in coscienza dell'inevitabile, senso di distanza e di impossibilità , di cui si prende atto con severa tristezza. I contenuti si fanno tanto più tragici, di fronte a un futuro senza scampo (la guerra, come atmosfera incombente di lutto e di rovina, è lo sfondo profetico delle Occasioni) : più vari sono gli elementi paesistici, si affollano oggetti umili, consueti, con l'insostenibile accoramento di un mondo che «si sfolla», sull'orlo del non essere. Abbiamo qui grandi pagine di poesia come Dora Markus, l’altissima elegia di un passato di ordine e di dignità che tramonta nelle spire di una «fede feroce»; Carnevale di Gerti, presagio tremendo di un futuro senza luce; La casa dei doganieri, dove la «teologia negativa» di Montale tocca uno dei suoi esiti più celebri e significativi; Barche sulla Marna, Elegia di Pico Farnese, Stanze, Nuove stanze, Punta del Mesco, Costa San Giorgio, Eastbourne e Notizie dall’Amiata.
La prima parte del terzo libro di Montale, Finisterre (1943), uscì nel momento più disperato e tragico della guerra; già il titolo allude alla catastrofe ormai accaduta; e uguale immagine di rovina è nel titolo della definitiva raccolta dei versi successivi alle Occasioni, La bufera (1956). Tutto il libro è percorso da un'oscura angoscia di attesa, di salvezza, entro un'ambivalenza continua e insistita di amore umano e di amore divino, di celebrazione stilnovistica della donna angelicata e di assunzione del sentimento terreno come segno di una rivelazione al di là del mondo e dei sensi. A un primo sguardo, la continuità più evidente, nei confronti delle Occasioni, è data dall'insistenza decorativa sempre più raffinata e allusiva: gli oggetti, su un fondo di orrore che s'intravede al di là del prezioso volgersi del discorso, diventano amuleti che non salvano, non garantiscono la sopravvivenza, e la poesia si chiude in un'iniziaticità che coinvolge anche gli eventi più gelosamente privati (come il Sulla Greve, nei Madrigali privati). Di qui la complessità dei piani su cui si svolge il discorso poetico di Montale : l'accenno alla vicenda di dolore, di morte del mondo (le dittature, la guerra), che si avverte costante, continuo, quasi ossessivo, si scontra con qualcosa che è insieme al di qua e al di là della partecipazione. Resta sempre, il discorso di Montale, gelido, distaccato, con una carica di suprema abilità compositiva. Anche il sentimento amoroso incontra la precarietà , la debolezza, la disperazione, la ricerca di salvezza. Esso è messo continuamente in gioco dall'ansia verso un punto fermo, e dalla sua costante delusione: Montale dà voce all'aridità intellettualistica del rapporto sentimentale contemporaneo. Al tempo stesso, offre la sua interpretazione della tensione religiosa della cultura contemporanea, quella stessa che annovera le diverse voci di Eliot, Lowell, Thomas, in un'unione contraddittoria e continuamente corrosa di sacro e di profano, di dissacrante grottesco e di desolata e disperata preghiera, fra immagini cristiane e allusioni iniziatiche, in un dualismo convulso: è la testimonianza di una religione non positiva, che resiste ora come sopravvivenza di simboli tradizionali, ora come segno della tensione verso la salvezza di sé e del mondo, ora come partecipazione alla realtà profonda delle cose, ora come attribuzione alla potenza demiurgica di un'azione malefica, ora come irridente parodia o maledizione. Un passo oltre, al di là della rovina del mondo, Montale giunge a una coscienza «postuma», a un discorso al di là del tempo, intorno all'uomo, alla sua sorte, sistemando il mondo entro un'ideologia «stoica» che, muovendo dalla «lezione di decenza», riconosciuta come la più difficile delle virtù, conduce alle dichiarazioni poetiche di Voce giunta con le folaghe, di Proda di Versilia, delle Conclusioni provvisorie, di L'anguilla. è la posizione del «Nestoriano smarrito», il più esperto conoscitore dell'unione della carne e dell'anima, del farsi uomo della divinità : il suo sguardo è pieno di atroce orrore eppure non compromesso in esso, non distrutto insieme con le cose e gli altri uomini; il suo distacco è conservato anche nel momento più oscuro, nel tempo della tortura e dei lamenti. è la posizione che dà ragione di componimenti come Primavera hitleriana, con la rappresentazione infernale del negativo a cui è contrapposta la speranza, come attesa di un rinnovamento erotico-mistico: la contemplazione non diviene moralità , voce politica, ma si trasfonde in uno slancio più deciso verso l'altro, attraverso il sentimento amoroso. Qui è la conclusione etico-storica del discorso poetico di Montale, ben più che nelle due Conclusioni provvisorie : il Piccolo testamento, il componimento più «apocalittico» di Montale, ma anche quello ideologicamente più scoperto e inattuale, dove è rivendicato il valore dell'esempio stoico, contro i chierici «rossi» o «neri», e Il sogno del prigioniero, dove l'atteggiamento stoico è rappresentato in modo molto più efficace nel personaggio che sopporta la «purga» che «dura da sempre», che patisce nel fondo della carne e dell'anima tutto l'orrore, eppure rifiuta di esserne complice.
L'ultima poesia di Montale, raccolta nei volumi Satura (1971), Diario del '71 e del '72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), è sotto il segno di un'ironia sempre più amara e tragicamente negativa, senza speranza e senza errore del cuore a consolarla (Le stalle di Augia) o, come negli Xenia dedicati alla moglie morta in Satura, raggiunge la sublime semplicità della più nuda tragedia esistenziale. Rivoltando il discorso delle opere precedenti, Montale sceglie la via della parodia, dell'ironia, della «satira». Attraverso un'accanita contestazione delle idee correnti, assistiamo alla grandiosa rappresentazione di un mondo di idee e di fatti dove tutto (politica, religione, sentimenti, aspirazioni, teorie) si degrada in modo abietto e dove tutto perde sempre più rapidamente senso. L'unico modo di resistere all'inganno e all'oppressione è l'astuzia di una poesia che abbandona totalmente la serietà e il sublime perché soltanto nel balbettio, nell'irrisione, nell'esaltazione del basso, del banale, dell'insensato, si può ancora cogliere qualche traccia della verità e dei valori. Dietro il discorso satirico di Montale, che si fa sempre più negativo e cupo nel Diario del '71 e del '72 e nel Quaderno di quattro anni, c'è la disperazione di una religione e di una politica che producono soltanto menzogne o volgarità : e questa delusione rende sempre più acre la condanna del mondo che è venuto fuori da una storia in cui la fine del fascismo non ha significato l'avvento del positivo, ma qualcosa, invece, di ancor più stolto e volgare. Mirabili sono pure le prose de La farfalla di Dinard (1956), dove sono contenute non solo le ragioni e le occasioni biografiche della poesia di Montale, ma dalle quali soprattutto è possibile intendere l'atmosfera morale del suo rapporto con il mondo, con gli eventi, con le persone conosciute. La presenza di un decorativismo liberty – diffuso anche nelle prime tre raccolte poetiche di Montale – nelle prose rappresenta la misura necessaria della rievocazione disperata e ironica di un mondo travolto nella morte e anche di una concezione rigorosa e al tempo stesso fragile e raffinata della vita morale. Ugualmente utili dal punto di vista biografico sono le prose di viaggio di Fuori di casa (1969), ma meno ricche di vita e di umori. In Auto da fè (1966) Montale ha raccolto una prima testimonianza dell'amplissima opera di critico e di saggista, acutissimo nell'indicare molti dati essenziali della poesia contemporanea (e anche di quella del passato, come Dante), ma anche polemista appassionato nei confronti della cultura contemporanea. Fra le ultime raccolte di prose si segnalano Nel nostro tempo (1972), di saggistica varia; Sulla poesia (1977), silloge di scritti sulla letteratura; Prime alla Scala (1981), interventi di critica musicale. Dopo la morte di Montale, sono apparse sette raccolte (1985-1992) di Poesie inedite derivanti dal Diario poetico che il poeta aveva donato ad A. Cima, poetessa sua amica. Da tale diario e dalla riunione delle poesie montaliane sono derivati anche il Diario postumo, uscito in due volumi (1991-1996) a cura della stessa Cima, la cui autenticità è stata però messa in dubbio da D. Isella, e le Ventidue prose elvetiche a cura di F. Soldini (1994). Inoltre, nel 1995 ha visto la luce un volume che raccoglie Prose e racconti.