Montaigne, Michel Eyquem de

Prosatore francese (Montaigne, Périgord,1533 - ivi1592). Suo nonno, borghese di Bordeaux, si era arricchito con il commercio del pesce, cosicché il padre di Montaigne, Pierre, colto e investito di cariche e pubbliche onorificenze, poté senz’altro considerarsi un gentiluomo. Per la tenerissima sollecitudine di cui il padre lo circondò, Montaigne avrebbe provato sempre la più profonda riconoscenza. La madre, figura di non grande rilievo nella sua vita, era Antoinette de Louppes, probabile discendente dei Lopez, ricchi ebrei portoghesi. Montaigne venne affidato bambino a un medico tedesco che ignorava il francese e conosceva perfettamente il latino classico, come una lingua viva. Sicché piccolissimo, come racconta nel XXVI capitolo del primo libro dei suoi Essais, egli prese a parlar latino con la naturalezza con cui si respira, e latino si misero a parlare tutti intorno a lui, familiari e servi, affinché il bimbo non avvertisse alcunché di artificiale nella grande lingua «materna». Da quest’atmosfera di affetto e di libertà (egli veniva destato il mattino dal suono leggero di uno strumento perché dolce e graduale fosse il passaggio dal sonno alla veglia), verso il suo settimo anno fu mandato in un celebre collegio di Bordeaux dove, invece, la costrizione era legge. L’eccezionale alunno si rifugiò allora con voluttà nella lettura segreta di Plauto e di Terenzio, dell’ Eneide, delle Metamorfosi, di dove gli venne il primo gusto dei libri e la prima passione per le favole. A 13 anni era alla Faculté des Arts. Poi lo attendevano gli studi di diritto ai quali era stato destinato.
A 21 anni entrò in magistratura, per disgustarsene ben presto. Prima fu consigliere alla corte di Périgueux, poi passò al parlamento di Bordeaux. Qui incontrava il più grande amico, anzi, l’unica vera passione della sua vita, l’autore del Contr’un. La Boétie morì ben presto, nel 1563, probabilmente di peste, e Montaigne lo assistette amorevolmente fino all’ultimo, con una fermezza di fronte al pericolo che gli si rimprovererà di non aver mostrato più tardi, in analoghe circostanze, nella sua qualità di sindaco di Bordeaux. Nel 1565 sposò senza eccessivo entusiasmo la giovane figlia d’un suo collega al parlamento, Françoise de la Chassagne. Ne ebbe una figlia, Eleonora, mentre alcune altre (egli dice letteralmente «deux ou trois») morirono in fasce. Nel 1568, morti i due fratelli maggiori e il padre, Montaigne si trovò investito della signoria di Montaigne. Libero di sé e fortemente anelando a una vita di saggezza e di raccoglimento, il 28-II-1571 prende la grande decisione: cede la sua carica al parlamento e procul negotiis si ritira nel suo castello, nella sua torre, fra un migliaio di libri, in parte ereditati da La Boétie, dove pone mano agli Essais, titolo assolutamente nuovo che comparirà nel marzo del 1580 sulla copertina del volume pubblicato a Bordeaux e comprendente i due primi libri.
La sua «retraite» cesserà nove anni dopo, quando una noiosa malattia di reni lo costringerà a partire, in cerca di acque salutari. Al pensatore solitario viaggiare piace, naturalmente, secondo il gusto della conciliazione dei contrasti. Parte nel giugno del 1580, essendo fresco di stampa il libro, e attraverso la Svizzera e la Baviera, scende in Italia prendendo a dettare, prima in francese e poi in un sapido italiano, un Journal de voyage en Italie (Diario di viaggio in Italia), il cui manoscritto verrà scoperto e pubblicato soltanto nel 1774. Sempre alla ricerca di fonti medicinali visita Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara (dove parla con il Tasso). E poi Bologna, Firenze, Siena e Roma, dove si ferma cinque mesi. Ai Bagni di Lucca lo raggiunge la notizia, inaspettata e lusinghiera, ma punto gradita, che i giurati di Bordeaux l’hanno nominato sindaco, e che Enrico III lo prega, pena il suo corruccio, di accettare la carica. Montaigne pensa con malinconia alla sua solitaria libertà , che si era ripromesso di difendere da ogni compromesso, da ogni ambizione. Il 30-XI-1581 rientra nel suo castello e si dà alla cura della cosa pubblica con uno scrupoloso senso di giustizia non facile da mantenere in quei giorni turbolenti su cui sempre più netta si profila l’ombra del re di Navarra, il futuro Enrico IV. Volto sempre all’indulgenza e per sua natura schivo dalle preoccupazioni superflue e dalle questioni di principio, Montaigne fu guida saggia ed esperta. Ma se nelle secche infide dei contrasti religiosi e nella mareggiata della guerra civile seppe tenere un contegno di grande fermezza e dignità , pur modernamente tendendo a rispettare le altrui opinioni, non altrettanto esemplare parve ai contemporanei la sua partenza per la campagna con tutta la famiglia, proprio mentre la pestilenza scoppiava. Al ritorno definitivo (1586-87), pimentate dai recenti drammatici ricordi, gli nascono le più belle pagine che mai abbia scritto: quelle intense, commosse e supremamente serene del terzo libro. Montaigne ormai non è più giovane, ma lo attende ancora una grande amicizia, seconda e forse pari a quella per La Boétie. Si tratta di Marie Le Jars, castellana di Gournay, «fille d’alliance» che tuttavia gli ispira accenti di appassionata tenerezza. Sarà lei, dopo l’esemplare morte di Montaigne, avvenuta in stoica serenità , a curare con Pierre de Brach, nel 1595, la seconda edizione dei tre libri degli Essais, ampiamente riveduti in vita dall’autore (tutte le edizioni seguenti si rifecero all’edizione del 1595, ignorandone i leggeri ritocchi, finché Strowski, nel 1906, pubblicò un testo scientificamente accertato sull’ «esemplare di Bordeaux» edito nel 1588 e postillato dalla mano stessa di Montaigne).