D'Annunzio, Gabriele

Poeta e prosatore (Pescara1863 - Gardone Riviera1938). Terzogenito di Francesco Paolo e di Luisa De Benedictis, ortonese, dopo Anna ed Elvira e prima di Ernesta e di Antonio, Gabriele trascorse la fanciullezza a Pescara, compiendovi la sua istruzione primaria. Imparò precocemente a leggere e a scrivere alla scuola delle sorelle Ermenegilda e Adele del Gado; fu preparato a entrare al ginnasio dal maestro comunale Giovanni Sisti. Per gli studi secondari fu posto dal padre, a partire dal 1874-75, nel collegio Cicognini di Prato, ove seguì, distinguendosi non meno per l'ingegno sveglio che per la sfrenata vivacità , gli studi ginnasiali e, conseguita con un anno di anticipo a Chieti la licenza ginnasiale, quelli liceali. Ma prima dell'inizio degli studi liceali si era destato in lui, in seguito alla lettura delle Odi Barbare del Carducci, l'amore per la poesia; e prima che conseguisse con menzione onorevole la licenza (30-VI-1880) già aveva dato in luce, a spese del padre, i suoi primi versi: nel marzo 1879, a Prato, era stampata l'Ode a re Umberto ; e, dopo un altro saggio (In memoriam) , nel novembre, a Chieti, sotto il nome di Floro, una raccolta di versi, Primo vere, che, recensita da G. Chiarini nel «Fanfulla della Domenica» (2-V-1880), gli diede subito una certa notorietà e gli aprì la collaborazione a quel periodico (ove pubblicò nel dicembre 1880 la sua prima prosa, Cincinnato) e ad altri. Nell'autunno del 1880 aveva pubblicato la 2 a edizione di Primo vere e annunziato ai giornali la propria morte. Per tempo D'Annunzio provò l'amore: dalla fanciullezza fino al tempo di Primo vere spasimò per una Teodolinda dei marchesi Pomarici, conosciuta a Pescara; nel Primo vere appare una bionda Lilia, che altri non è che la figlia di un mastro muratore, Maria Ciccarini, detta anche dal poeta Ciccarella o Calcinella. A tacere d'altri fugaci palpiti, nella primavera del 1880 i suoi ardori andavano a Giselda Zucconi, figlia del professor Tito Zucconi, docente al Cicognini, la E. Z. a cui è dedicato il Canto novo, nel quale essa è celebrata con il nome di Lalla.
Nel novembre 1881 si iscrisse alla facoltà di lettere dell'università di Roma; udì le lezioni del filologo Ernesto Monaci; e a Roma, presso l'editore allora di moda A. Sommaruga, pubblicò (1882) un volume di versi, Canto novo, e uno di novelle, Terra vergine, che non ancora ventenne lo resero famoso. Collaboratore, oltre che del «Fanfulla», della «Cronaca Bizantina», nella cui redazione conobbe il Carducci, e del «Capitan Fracassa», diretto da Edoardo Scarfoglio, si immerse nella vita galante e mondana della capitale, e a Roma ebbe abituale soggiorno per 10 anni, segnalandosi, oltre che per l'attività letteraria, per l'ostentazione di raffinate eleganze («il superfluo mi è necessario...»), per le clamorose avventure e i frequenti duelli. Il 28-VII-1883, sposò, contro la volontà dei genitori della fanciulla e dopo aver eseguito una specie di ratto, Maria Hardouin, duchessa di Gallese, con la quale si stabilì in Abruzzo, prima a Porto San Giorgio, poi nella modesta casa, detta superbamente «Villa del Fuoco», appartenente alla famiglia D'Annunzio, a Francavilla presso Pescara. Nel 1883, con la data 1884, uscì (editore il Sommaruga) l'Intermezzo di rime, che suscitò un certo scandalo. Alla fine del 1884 tornò a Roma ed entrò alla «Tribuna», ove rimase dal 1884 al 1888 come redattore di cronache mondane sotto svariati pseudonimi (Duca Minimo, Mab Svelt, Vere de Vere, Lila Biscuit, ecc.). Dal matrimonio gli nacquero tre figli: Mario (1884), Gabriellino (1886) e Ugo Veniero (1887).
Nel settembre 1885, a Chieti, ricevette in duello una lunga ferita al cuoio capelluto, dalla quale ebbe principio la pronunciata calvizie. In quello stesso anno, in seguito al dissesto del Sommaruga, assunse il 15 novembre la direzione della «Cronaca Bizantina». Al 1884 e al 1885 in Roma risalgono i primi incontri con Eleonora Duse; l'attrice la prima volta respinse l'intraprendente galanteria del poeta; il secondo incontro si concluse sotto il segno di una reciproca ammirazione e simpatia. Alla fine del 1886 D'Annunzio curava la sontuosa pubblicazione di Isaotta Guttadauro e altre poesie, che fu preceduta dalla parodia di E. Scarfoglio (Risaotto al pomidauro) ; ne seguì un duello e D'Annunzio fu ferito, ma l'amicizia non si ruppe. Nell'aprile 1887 ebbe inizio l'amore per Barbara Leoni (Elvira Natalia Fraternali in Leoni: l'Eletta delle Elegie romane e l'Ippolita Sanzio del Trionfo della Morte), che si protrasse fino al 1892, dando luogo a un nutrito carteggio; nell'estate del 1887 con Adolfo de Bosis affrontò sul cutter Lady Clara una crociera in Adriatico, salpando da Pescara per Venezia: messi in difficoltà da una tempesta, gli inesperti naviganti vennero tratti in salvo dal cacciatorpediniere Barbarigo. Il contatto avuto in questa occasione con la genete della marina da guerra gli suggerì alcuni articoli che, pubblicati sulla «Tribuna» (1887-88), furono raccolti in volume sotto il titolo L'Armata d'Italia (1888). Da tale esperienza sorsero poi le Odi navali.
Il decennale periodo romano (1881-91) fu essenziale alla formazione dello scrittore; e l'immagine della vita che il giovane poeta si scelse, e, per così dire, si foggiò, si riflette in varie opere in versi e in prosa, tra le più rappresentative del gusto dannunziano. Invero, se le novelle del Libro delle vergini (1884), del San Pantaleone (1886) e del volume I violenti (1892) continuano e svolgono l'osservazione realistica dell'ambiente regionale, già propria di Terra vergine, i versi, cioè l'Intermezzo di rime, l'Isaotta (divenuta in nuova edizione l'Isottèo e La Chimera, 1890), le Elegie romane (1892) e, più ancora, la prosa del romanzo Il Piacere (1889) riflettono invece le esperienze erotiche e mondane, il raffinato gusto delle varie arti e delle supreme eleganze, gli aspetti della Roma che gli fu più cara («... non la Roma dei Cesari, ma la Roma dei Papi, non la Roma degli Archi, delle Terme e dei Fori, ma la Roma delle ville, delle fontane, delle chiese...») ed esprimono l'estetismo che in D'Annunzio informa ogni concezione non solo nella fantasia poetica ma anche della vita pratica. Il Piacere fu la prima opera di D'Annunzio pubblicata da Emilio Treves, la cui casa fu poi quasi costantemente fino al 1928 l'editrice del poeta. Alcune di queste opere furono composte nel romitaggio abruzzese del «Convento» di S. Maria Maggiore in Francavilla, ove D'Annunzio fu ospite dell'amico pittore F. P. Michetti, con il quale aveva stretto amicizia fin dal 1881 e che ne dipinse il famoso ritratto. Il soggiorno romano si concluse nell'anno successivo a quello del servizio militare (1 o-XI-1889/30-XI-1890), prestato nella forma del cosiddetto «volontariato di un anno» nel reggimento di cavalleria «Alessandria» e concluso con la nomina a sottotenente di complemento.

Nell'ultimo tempo di questo soggiorno compose fra gli attacchi della malaria il racconto Giovanni Episcopo (gennaio 1891, pubblicato in quell'anno nella «Nuova Antologia» con il titolo Dramatis personae) . Successivamente, dopo un periodo di romitaggio nel solito «Convento» (primavera-estate 1891), si trasferì a Napoli, redattore del quotidiano «Il Mattino», diretto da E. Scarfoglio e da M. Serao. Avendo il Treves rifiutato per scrupoli moralistici di stampare L'Innocente, D'Annunzio entrò in rapporto con l'editore napoletano Ferdinando Bideri, che allora pubblicava una rivista letteraria abbastanza accreditata, «La Tavola Rotonda», e per primo divulgò opere di Tolstoj e di Dostoevskij; presso il Bideri uscirono L'Innocente (1892), Giovanni Episcopo (1892), le Odi navali (1893), la definitiva edizione dell'Intermezzo (1894); ma già nel 1893 D'Annunzio ritornava al Treves con il Poema paradisiaco. Gli anni napoletani furono per varie ragioni turbati e inquieti. Prima di separarsi dalla Leoni, fu avvinto dal tempestoso amore per la principessa Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, moglie del conte Anguissola di S. Damiano; ne ebbe (1893) la figlia Renata (la Sirenetta del Notturno). Il 15-VI-1893 morì il padre del poeta, lasciando il patrimonio familiare piuttosto dissestato e D'Annunzio, già tormentato da proprie difficoltà finanziarie, ebbe pure le fastidiose controversie legali della successione; inoltre subì un processo per adulterio, nel quale fu condannato con la Gravina a cinque mesi di reclusione, pena condonata per indulto. Nel dicembre del 1893 lasciò la Villa Isabella, fra Resina e Torre del Greco, per ridursi con la Gravina e la figlia in una modesta casa di Francavilla. Qui, a cinque anni dall'inizio, terminava, dopo lunga rielaborazione, Il trionfo della Morte. Sono pure di questi anni (1892-93) certi articoli letterari e artistici (Il caso Wagner, ecc.) comparsi sul «Mattino» e sulla «Tribuna», nei quali si affacciano giudizi su Nietzsche e sulla sua dottrina del «superuomo» (la prima lettura nietzscheana è del 1892).
Intanto il suo successo si era andato estendendo fuori d'Italia: a Parigi (1892) era uscita la traduzione dell'Innocente (L'Intrus) per opera di Georges Hérelle; nel 1894 uscirono pure in traduzione francese il Giovanni Episcopo e Il trionfo della Morte, che la critica francese proclamò un capolavoro; seguirono poi traduzioni tedesche e inglesi.
Dal 1894 al 1896 l'opera letteraria di D'Annunzio compie la svolta decisiva verso la concezione nietzscheana della vita e realizza la nuova esperienza del teatro. Dapprima vagheggia due cicli di tre romanzi ciascuno, i «Romanzi del Giglio» e i «Romanzi del Melograno»: nel primo ciclo, di cui scrisse poi un solo romanzo, Le Vergini delle rocce (1896), volle rappresentare l'avvento del «superuomo» attraverso il progressivo purificarsi (donde il richiamo al giglio) della passione dominata dalla volontà ; nel secondo (denso di simboli come il melograno di chicchi) volle rappresentare la realizzazione di un supremo ideale di poesia, attraverso l'ardore della creazione (il «fuoco»), attraverso la distruzione di ciò che si è amato e il dolore che si fa attivo strumento di conquista.
Nel 1895, tra luglio e settembre, sullo yacht Fantasia con E. Scarfoglio, G. Hérelle, il pittore ed esploratore Guido Boggiani e l'amico Pasquale Masciantonio, D'Annunzio compì un viaggio in Grecia. Fu un vero bagno nell'ellenismo, che ebbe ampio riflesso sulla sua opera successiva, specie in alcune tragedie (La città morta e Fedra) e sul primo libro de Le laudi. Al principio di novembre per l'inaugurazione della prima mostra biennale d'arte pronuncia a Venezia l'orazione Allegoria dell'autunno, che inserirà poi nel romanzo Il Fuoco.

A Venezia, mentre preparava l'orazione, ebbe inizio (probabilmente il 26-IX-1895) dopo un fortuito incontro all'alba, l'amore con Eleonora Duse, durato con varia alternativa di rotture e turbamenti fino al 1904. Già l'anno innanzi i due si erano incontrati a Venezia e nell'attrice, allora legata da affettuosa consuetudine con Arrigo Boito, era, per così dire, esplosa una sorta di travolgente ammirazione per il poeta. A questo amore è legato il romanzo Il Fuoco (iniziato nell'estate 1896 e terminato al principio del 1900) oltre che l'esperienza drammatica del D'Annunzio. All'inizio dell'inverno scritture teatrali trassero la Duse prima a Londra, poi a New York. D'Annunzio si accese di subitaneo amore per una giovanissima amica della Duse, Giulietta Gordigiani, che ebbe la forza di respingerlo. Di qui una prima rottura. Ritiratosi a Francavilla per scrivere Il Fuoco, vi trovò ad attenderlo Maria Gravina, che, non ancora rassegnata all'abbandono, gli avrebbe dato un altro figlio (Gabriele Dante, 1897); ma dopo una crisi in cui ebbero parte cure d'ordine finanziario, le conseguenze di una caduta da cavallo, il cordoglio per la morte di Enrico Nencioni (1896), che gli era stato critico benevolo e autorevole amico, D'Annunzio abbandonò il romanzo e si diede a comporre La città morta, tragedia di cui aveva a lungo ragionato con la Duse; poi, mentre l'editore Treves ristampava l'Innocente e altre opere, offriva la tragedia nel testo francese a Sarah Bernhardt; ma, rappacificato con la Duse, in dieci giorni componeva per essa il Sogno di un mattino di primavera, col quale affrontava per la prima volta, imperturbabile, il palcoscenico (Roma, Teatro Valle, 11-I-1898, presente la regina Margherita): la breve azione scenica fu accolta dal glaciale silenzio del pubblico, che salutò poi la Duse, che rientrava in scena per recitare la Locandiera, al replicato grido di «Viva Goldoni!».
Pochi giorni appresso a Parigi (teatro Renaissance, 20-I-1898) la Ville morte, presentata da S. Bernhardt, otteneva un entusiastico successo, accresciuto nei giorni successivi dalla pubblicazione della traduzione francese (Parigi 1898). Una ventina di giorni dopo, veniva presentata a Roma (teatro Costanzi) da E. Duse, con scarso successo. In quello stesso anno uscirono traduzioni inglesi dei romanzi maggiori; a dicembre D'Annunzio compiva un viaggio in Egitto e in Grecia con la Duse, reduce da una fortunata stagione in Provenza, Spagna, Portogallo; dopo una recita ad Atene, D'Annunzio rivolse un'orazione agli ateniesi; poi sostò a Corfù a comporre La Gloria (marzo 1899).
Intanto la Duse formava compagnia con Ermete Zacconi e presentava a Palermo (aprile 1899) il Sogno di un tramonto di autunno, La Gioconda e La Gloria : fredde accoglienze ebbe il primo lavoro, grande sebbene contrastato successo il secondo, insuccesso il terzo, malgrado la mirabile recitazione della Duse, affiancata nel secondo e terzo dramma dallo Zacconi.

In quegli anni D'Annunzio si era concesso un'altra esperienza: la vita politica. Nel 1897, candidato della destra conservatrice, venne eletto deputato nella XX legislatura per il collegio di Ortona a Mare; nel corso della campagna elettorale tenne 20 discorsi, il primo dei quali (22 agosto) fu quello detto della Siepe, in cui asserì l'impreteribilità del diritto di proprietà . Poco assiduo in parlamento, la sua azione non ebbe particolare rilievo, se non per qualche battuta («Dite al Presidente che io non sono un numero»-quando venne invitato a entrare in aula per raggiungere il numero legale) e per il passaggio clamoroso (14-III-1900) dai banchi della destra a quelli della sinistra per affermare la sua solidarietà con l'opposizione contro i provvedimenti illiberali del governo Pelloux. Nel corso della polemica, seguita a questo suo gesto, diede un notevole saggio di quell'oratoria patriottica, che da lui doveva ricevere poi tanto lume, con l'articolo Della coscienza nazionale (21-V-1900). Prendendo sul serio l'epiteto di «deputato della bellezza», col quale l'aveva salutato un letterato francese (il visconte Eugène-Melchior De Vogüé), sciolta la XX legislatura, si presentò candidato in un collegio fiorentino (giugno 1900) con l'appoggio dei socialisti, ma non fu rieletto.
Nel 1898 si era stabilito in una villa di Settignano, presso Firenze, detta, dalla famiglia Capponi, cui appartenne nel sec. XVII, la «Capponcina». A Settignano si stabilì anche Eleonora Duse; e qui, salvo soggiorni sempre più frequenti in altre ville dell'interno tosco-laziale e della costa tirrenica, dimorò fino al 1910, attuando, in conformità con una sua antica aspirazione, un tenore di vita fastosissimo con sontuoso arredo di oggetti d'arte e di antiquariato, numerosa servitù, cani e cavalli di razza.
L'insuccesso della Gloria lo ricondusse per qualche tempo al romanzo e alla lirica. Nella primavera del 1899 riprendeva Il Fuoco e il 13-II-1900, quattro anni dopo avervi posto mano, lo terminava. Intanto la «Nuova Antologia» (16-XI-1899) aveva pubblicato le prime sette liriche de Le laudi.
Ne Il fuoco, che D'Annunzio riteneva «superiore» ai suoi precedenti romanzi (lettera a E. Treves, 15-I-1900), e certo ne riassume le tendenze edonistiche, sensuali e «superumane», egli intese celebrare la volontà creatrice e il fulgido sogno d'arte e di vita di Stelio èffrena, giovane e già rinomato poeta, in lotta con la passione per la Foscarina, valentissima e non più giovane attrice, facilmente identificabile con la stessa Eleonora Duse.
Nel 1900 scriveva anche alcune pagine de Il compagno dagli occhi senza cigli, che, rivedute e probabilmente integrate, furono pubblicate solo nel 1928 e sono tra le più felici della sua narrativa. Ma in quegli anni tra il 1900 e il 1905 D'Annunzio appare tutto preso dal verso. Un'ode, che suscitò grande impressione e che è indicativa d'un rinnovellato e ardente spirito patriottico, fu quella che D'Annunzio compose (agosto 1900) per l'avvento al trono di Vittorio Emanuele III, dopo il regicidio di Monza (Al Re giovane). Produsse più di 20.000 versi, tra i quali sono quelli di liriche e di drammi che vengono considerati capolavori: dal 1899 al 1903 compose la maggior parte delle Laudi ; le tragedie Francesca da Rimini (Roma, «Costanzi», 9-XII-1901), La Figlia di Iorio (Milano, «Lirico», 3-III-1904), e La fiaccola sotto il moggio (Milano, «Manzoni», 27-III-1905). Queste, che sono certo tra le più belle e le più vitali opere del teatro dannunziano, fissano un aspetto particolare della storia del dramma: il teatro che fu detto «di colore» per l'intenso studio di ricostruire con pittorica evidenza gli aspetti esterni dell'età storica e dell'ambiente in cui è posta l'azione. Salvo l'ultimo lavoro, che alla prima fu contrastato, anche per l'infelice recitazione di Gabriellino D'Annunzio, gli altri due si imposero subito all'ammirazione del pubblico e la Figlia di Iorio suscitò addirittura entusiasmo. Il distacco da E. Duse (1904) non diminuì la passione di D'Annunzio per il teatro. Si succedono la «tragedia moderna» Più che l'amore (rappresentata dallo Zacconi a Roma, «Costanzi», 29-X-1906, e accolta con forti ostilità ), nella quale, con eloquenza non priva di isolati effetti pittorici ma dialetticamente inefficiente, si sostiene la tesi che al «superuomo», nell'atto di realizzare il suo disegno eroico, non devono fare ostacolo i sentimenti e le norme del vivere comune [1 a ediz., Milano 1907, preceduta da un discorso polemico dedicato a Vincenzo Morello (Rastignac) e da un Preludio ]; la tragedia «adriatica» La Nave (Roma, «Argentina», 12-I-1908), nella quale, mentre si propone il tema eroico della celebrazione delle origini e del destino imperiale di Venezia, è svolto altresì il tema erotico della lussuria devastatrice: ebbe un successo entusiastico, a fondo più patriottico che artistico; e infine la Fedra, scritta in 27 giorni (Milano, «Lirico», 9-III-1909), che riprende dal mito classico la passione di Fedra per il figliastro Ippolito, rappresentandola come un impeto di eroica violenza, dal quale la protagonista trae motivo non di vergogna ma di esaltazione.
All'inizio del sec. XX D'Annunzio si rivelò al pubblico italiano, oltre che eccellente dicitore dei propri versi, smagliante oratore: cominciò con la Canzone e con l'Orazione in morte di G. Verdi (Firenze 27-II-1901) e proseguì con la lettura in varie città d'Italia della Notte di Caprera, terza parte (la sola composta) della Canzone di Garibaldi ; a Milano il 24-III-1907 recitò l'Orazione e la Canzone per la tomba di G. Carducci, pubblicate sul «Corriere della Sera».
Ma né quest'attività , né il molteplice travaglio dell'autore drammatico distolsero totalmente D'Annunzio dalla prosa: nel 1905 attese a comporre in lingua toscana del Trecento la Vita di Cola di Rienzo (la prima e la sola delle vagheggiate «Vite di uomini illustri e di uomini oscuri»), che, uscita sul periodico «Rinascimento» nel 1906, vide poi la luce in volume nel 1913 (Milano), con una lettera dedicatoria scritta nel 1912, ricca di notizie sugli «ozi» della «Capponcina»; e mentre metteva insieme, per corrispondere al desiderio dell'editore, le Prose scelte (Milano 1906), veniva stendendo (1905-07), con varie interruzioni, la prosa di ricordi intitolata Il secondo amante di Lucrezia Buti, che vide la luce solo nel 1924. A Brescia, nel settembre del 1909, insieme con l'aviatore americano Glenn Curtiss e col giornalista Luigi Barzini, eseguiva il primo volo. All'aviazione, che seguitò a praticare con Mario Calderara, è legato l'ultimo romanzo, che non appartiene a nessuno dei due cicli già avviati: il Forse che sì forse che no (1910), che egli ebbe carissimo. In questo romanzo il volo rappresenta e celebra la liberazione dell'eroe Paolo Tarsis dalla morbosa passione per Isabella Inghirami.
Dopo quello della Duse, vari amori tennero D'Annunzio ; fra questi, due conobbero fasi intensamente drammatiche; quello per Alessandra Starabba di Rudinì, vedova del marchese Carlotti del Garda, fiorito fra il 1903 e il 1907 (motivo di dramma furono lo scandalo, i contrasti familiari e una grave infermità della donna, entrata poi nelle Carmelitane scalze), e quello per la contessa Giuseppina Mancini di Firenze, detta dal poeta «Giusini» e anche «Amaranta», che si concluse con la pazzia della donna; D'Annunzio ritrasse le fasi finali di questa vicenda (1907-08) nel diario pubblicato postumo (1939) Solus ad solam.

Involto in un groviglio inestricabile di debiti, che lo esposero a commenti e ad apprezzamenti spiacevoli, aduggiato, irritato, forse anche spinto dalla passione per Natalia Golubev, dopo aver bruscamente troncato un giro di conferenze sull'aeronautica per le città italiane, si trasferì a Parigi il 24-III-1910. L'anno successivo la «Capponcina» e il suo superbo arredo, già passati sotto sequestro, erano venduti all'asta. Aveva così inizio quello che D'Annunzio chiamò «esilio» e che si protrasse per cinque anni (1910-15). A Parigi, dove contava da tempo numerosi amici e ammiratori D'Annunzio dapprima sfolgorò per alcuni mesi negli ambienti letterari e mondani; poi, giunta l'estate, si ritrasse nello châlet di Saint-Dominique al Moulleau presso Arcachon, sulle rive del golfo di Guascogna; qui riprese, riducendone alquanto il fasto, la vita degli anni toscani; qui ebbe nuove compagnie muliebri, dopo quella di Natalia Golubev: la pittrice inglese Romaine Brooks e la mima Ida Rubinstein, ebrea russa. La sua produzione, ancora prevalentemente rivolta in quegli anni al teatro, si apre a una corrente mistica, che, commista col solito sensualismo, si manifesta in modi vagamente cristianeggianti nel Martyre de Saint-Sébastien («mistero» in lingua francese arcaicizzante) e in senso risolutamente anticristiano nella Contemplazione della morte (1912).
Ma già la chiesa aveva colpito con la condanna all'Indice (8-V-1911) tutti i romanzi e tutti i drammi di D'Annunzio, onde fu contro un decreto dell'arcivescovo di Parigi che il Saint-Sébastien venne rappresentato, con mediocre successo, il 22-V-1911 al teatro dello Châtelet (l'ampio commento musicale fu di C. Debussy, la scenografia di Léon Bakst; sostenne la parte del santo la danzatrice Ida Rubinstein).
La campagna di Libia (cominciata il 26-IX-1911) fu occasione a D'Annunzio di riprendere la lirica patriottica, della quale aveva già dato saggio nelle Odi navali e nel secondo libro delle Laudi, e di destare, in armonia con una certa parte dell'opinione pubblica italiana (si andava formando in quegli anni il partito nazionalista), spiriti imperialistici ed espansionistici già manifestati nel Più che l'amore e nella Nave ; tra il 1911 e il 1912 compose le Canzoni della gesta di oltremare (quarto libro delle Laudi, intitolato a Merope). L'opera, appena stampata, fu sequestrata per ordine del governo presieduto da Giovanni Giolitti, perché conteneva una violenta apostrofe contro l'imperatore d'Austria («angelicato impiccatore») e la seconda edizione fu «mutilata» di 13 versi, che però corsero per tutta l'Italia.
Intanto, spento Pascoli, l'Ateneo di Bologna offrì a D'Annunzio la cattedra di letteratura italiana che era stata di Carducci, ma il poeta, pur ringraziando, asserì di preferire la libertà e rifiutò. Tra il 1911 e il 1913 componeva la Parisina, seconda tragedia della trilogia i «Malatesti», sotto forma di libretto per la musica di P. Mascagni; rappresentata il 15-XII-1913 a Milano ebbe caloroso successo. Nel medesimo tempo componeva nel solito francese arcaico La Pisanelle ou la Mort parfumée, rappresentata a Parigi al teatro dello Châtelet il 12-III-1913, cinquantesimo anniversario del poeta (protagonista Ida Rubinstein, scenografo L. Bakst, musiche di Ildebrando Pizzetti). Nel 1912 D'Annunzio aveva abbozzato un altro dramma per la musica di G. Puccini, La Crociata degl'Innocenti, ma non lo condusse a termine (la parte scritta fu edita a Milano, 1915). Nel 1913 poneva mano a un altro lavoro drammatico, annunciato sin dal 1896, intitolato Il Ferro ; lo componeva in italiano e ne controllava la traduzione francese, che, eseguita dal marchese Casafuerte, veniva rappresentata col titolo Le Chèvrefeuille al teatro della Porte de St.-Martin il 14-XII-1913, con vivo plauso; il Ferro, presentato al pubblico italiano nel 1914, ottenne successo a Torino, tiepide accoglienze a Roma, varia sorte a Milano; con questo lavoro, che riproduce una situazione simile a quella de La fiaccola sotto il moggio (la redazione italiana reca la dedica «alla memoria di Gigliola de Sangro») e qua e là nell'ossessione della protagonista riecheggia i toni della tragedia greca, D'Annunzio si congedò dal teatro.
Negli anni del soggiorno parigino era venuto pubblicando Le faville del maglio sul «Corriere della Sera» e aveva composto un racconto, La Leda senza Cigno, il quale, più che per la vicenda narrata, ha interesse per il modo della narrazione, che è evidente perfezionamento di quello adottato nel Forse che sì forse che no e anticipazione dello stile del Notturno ; non lo pubblicò che nel 1916 (Milano), dopo il Notturno, con una Licenza, lunga due volte tanto; è dedicato a «Chiaroviso», moglie dell'amico francese M. Boulanger. Nel 1914 stendeva (o rifaceva) il soggetto del film Cabiria, ideato da Giovanni Pastrone (Piero Fosco), che fu una storica affermazione del cinematografo italiano (lo scenario è nel volume XXV dell'edizione nazionale, 1933).

Lo scoppio della guerra produsse in D'Annunzio profonda impressione: schieratosi subito idealmente a fianco della Francia, che gli era stata larga di cordiale ospitalità , non tardò a farsi fautore dell'intervento italiano contro gli Imperi Centrali, movendo sulla linea dell'irredentismo antiasburgico e nel nome di una fratellanza latina da contrapporre al germanesimo (Ode pour la Résurrection Latine, 1914). Da Villacoublay, nei pressi di Parigi, e poi da Parigi, seguì le prime fasi della guerra, redigendo un diario che poi rifuse nella ricordata Licenza della Leda. Alla fine dell'aprile 1915, auspice Ferdinando Martini, entrò in rapporto col governo presieduto da Antonio Salandra e venne invitato a pronunciare l'orazione inaugurale del monumento commemorativo della spedizione dei Mille eretto a Quarto.
Il 3 maggio partì per l'Italia; il 5 dello stesso mese, a Quarto, presenti le autorità locali e i superstiti della spedizione, ma, com'era convenuto, né il re né alcun ministro, pronunciò la Sagra dei Mille, che fu come la diana della guerra contro l'Austria, con la quale pareva continuarsi il Risorgimento nazionale. A Roma, dal 12 al 17 maggio e poi ancora due volte il 20 maggio, parlò dinanzi a fervide e tumultuanti riunioni di popolo. Il 14 al «Costanzi» tenne il discorso La pubblica accusa, ch'ebbe gran risonanza; il 19 maggio fu ricevuto dal re. è certo che l'Italia sarebbe intervenuta anche senza D'Annunzio ; ma non è meno certo che egli più di ogni altro contribuì a creare la rovente atmosfera per cui la piazza impose al parlamento la risoluzione per la guerra. Il 19 giugno fu richiamato a sua domanda come sottotenente nei lancieri «Novara». Dopo essersi recato a Pescara per salutare la madre (che si spense poi durante il conflitto, il 27-I-1917), raggiunse il 18 luglio a Venezia il Comando Supremo, al quale era stato aggregato. E la sua attività di combattente, iniziata il 20 luglio, si esplicò con la partecipazione a una serie di azioni marittime, terrestri e aeree, in seguito alle quali venne decorato di medaglie al valore militare d'argento e d'oro; inoltre ebbe la croce di cavaliere e di ufficiale dell'Ordine militare di Savoia, tre promozioni e tre croci per merito di guerra. Fu insignito anche del distintivo di mutilato, poiché il 16-I-1916, in un atterraggio forzato nel corso di un volo di guerra, riportava una contusione all'occhio destro che in seguito perdette. Le più notevoli azioni guerresche alle quali D'Annunzio partecipò con le forze del mare furono l'incursione contro Pola e quella contro le grosse unità austriache ancorate nel golfo del Quarnaro (la «beffa» di Buccari, 10/11-II-1918), eseguita con i motoscafi antisommergibili (i MAS, per i quali il poeta aveva dettato il motto Memento Audere Semper), comandati da Luigi Rizzo e da Costanzo Ciano. Tra le azioni terrestri sono degne di particolare ricordo quelle del Carso (10/12-X-1916 con i «Lupi» della brigata «Toscana»; 23/27-V-1917), che sono legate al ricordo della medaglia d'oro maggiore Giovanni Randaccio, morto per ferite riportate e altamente celebrato dal poeta. Ma più memorabili ancora sono le azioni compiute come aviatore e comandante della squadriglia «Serenissima»: le numerose incursioni aeree su Pola (2/3, 3/4, 8/9-VIII-1917), quella su Cattaro (4-X-1917) e il sorprendente volo su Vienna (9-VIII-1918), su cui furono gettati manifestini tricolori.
Giudizi diversi e contraddittori sono stati espressi su D'Annunzio combattente. Egli non fu e non poteva essere, dato il suo temperamento e il rilievo assunto fin da principio dalla sua persona, un combattente ordinario; e se da parte dei comandi si volle impiegarlo in modo che dalla sua azione e dalla sua parola derivasse un effetto edificante nello spirito patriottico e combattentistico, bisogna riconoscere che il fine desiderato fu ampiamente raggiunto. Tuttavia la partecipazione saltuaria ad azioni delle varie armi, utile senza dubbio agli effetti della propaganda, favorì il formarsi di una pregiudizievole taccia di dilettantismo eroico, evidente nel termine «scampagnate», usato in merito, forse infelicemente, dal maresciallo Caviglia.
La produzione dannunziana degli anni di guerra, da questa trae costantemente l'ispirazione o almeno l'occasione. Pochi giorni dopo il già ricordato incidente di volo, il 19-I-1916 D'Annunzio declamò nel teatro della «Scala» la Preghiera per i cittadini e la Preghiera per i combattenti. Ma l'infermità all'occhio avendo assunto aspetti preoccupanti, fu costretto a un periodo di cecità (fine febbraio-principio maggio 1916), durante il quale nella «Casetta Rossa» sul Canal Grande, assistito dalla figlia Renata, compose il Notturno, che segna la perfezione di quel tipo di prosa che, avviata con il Forse che sì forse che no, continua con la Contemplazione della morte. Durante la convalescenza scrisse la Licenza della Leda : questo racconto, apparso su giornali nel 1913, uscì (1916) con il sopratitolo «Aspetti dell'ignoto» e doveva essere la prima di un ciclo di tre opere, ma è rimasta la sola. Il 4-VII-1917 il «Corriere della Sera» pubblicava l'ode All'America in armi.

Nel clima di ebbrezza ma anche di prostrazione prodotto nel Paese dallo sforzo vittorioso della guerra, tra l'irrequietudine delle folle esasperate dall'indigenza dei più e dall'opulenza dei profittatori e agitate da aspirazioni rivoluzionarie, dinanzi all'incertezza dei governanti e del parlamento, D'Annunzio diventò il rappresentante del combattentismo insoddisfatto e del patriottismo deluso. Sono della primavera 1919 vari scritti e discorsi, nei quali dà voce veemente alla protesta contro la politica del governo, a suo giudizio troppo remissiva verso gli Alleati, che sembravano voler contendere all'Italia i frutti della sanguinosa vittoria (sono raccolti nel volume Il sudore di sangue). Il 5 giugno D'Annunzio si dimise dall'esercito; il 30 pubblicò l'articolo Disobbedisco, nel quale appare evidente l'intento di passare dalle parole all'azione. Sembrò in un primo tempo che vagheggiasse un volo in Oriente (L'ala d'Italia è liberata, discorso agli aviatori in Centocelle, 9-VII-1919), ma quando apparve evidente che la città di Fiume, la quale con una specie di proclamazione popolare (30-VIII-1919) aveva manifestato la sua volontà di essere unita all'Italia, non sarebbe stata compresa entro il nuovo confine dello stato italiano, D'Annunzio capeggiò un colpo di mano, organizzato da giovani militari e da esponenti del nazionalismo (tra i quali B. Mussolini, a cui il poeta annunziò con una lettera la sua decisione), che condusse all'occupazione della città (11-IX-1919). Questa fu l'azione nota con il nome di «Marcia di Ronchi», dalla località del Goriziano dalla quale mossero i reparti militari e i «legionari» che seguirono il poeta. Di Fiume fu proclamata solennemente l'annessione all'Italia (12 settembre): D'Annunzio investito di pieni poteri con il titolo di «Comandante», divenne l'autocrate della città ; il 14 novembre sbarcando a Zara prese simbolicamente possesso anche della Dalmazia, che, contro gli accordi del patto di Londra, doveva entrare a far parte del nuovo Stato iugoslavo. L'azione fu accompagnata dal consenso di una parte notevole dell'opinione pubblica (aderirono all'atteggiamento di D'Annunzio l'ammiraglio E. Millo, G. Marconi, A. Toscanini, A. Murri, M. Pantaleoni) e lasciò interdette le cancellerie politiche delle potenze occidentali; ciò spiega come, nonostante l'assurdità della situazione, D'Annunzio potesse rimanere a Fiume oltre un anno, prima come Comandante delle forze italiane di occupazione, poi (8-IX-1920); come capo della «Reggenza» dello «Stato libero» di Fiume, nonostante il più o meno rigoroso blocco militare e le difficoltà gravissime dell'approvvigionamento. Per attuare questo, il Comandante, che aveva preso accordi con l'organizzazione sindacale della gente di mare, capeggiata dal capitano Giulietti, ottenne il dirottamento di varie navi e non esitò a promuovere e a esaltare avventurose azioni piratesche compiute da elementi della Reggenza. Da Fiume (ottobre 1919) il Comandante si fece banditore di una lega di popoli oppressi (la Germania, l'Austria, l'Irlanda, l'Egitto e in genere i popoli islamici, l'India, la Cina, la Russia sovietica), che non ottenne concreti risultati. Nel 1920, assunto come capo Gabinetto il sindacalista Alceste De Ambris, vagheggiò nella Costituzione della Reggenza italiana del Carnaro (la cosiddetta Carta del Carnaro) una sorta di socialismo di Stato e con spiriti vagamente repubblicani e rivoluzionari ventilò l'idea di una marcia su Roma, d'intesa con B. Mussolini, il quale, fervente seguace ai giorni della Marcia di Ronchi, già tendeva a orientare in senso conforme alle proprie mire i fermenti insurrezionali e patriottici del dannunzianesimo fiumano. Quando dal governo, presieduto da G. Giolitti, fu concluso con la Iugoslavia il trattato di Rapallo (12-XI-1920), secondo il quale veniva riconosciuta l'indipendenza di Fiume, ma Porto Baroš e tutta la Dalmazia, tranne Zara, venivano assegnate alla Iugoslavia, D'Annunzio occupò le isole di Veglia e di Arbe e la città di Albona in Istria (13 novembre), mentre Mussolini, con improvviso voltafaccia, accettò il fatto compiuto. Allora, riuscita vana ogni trattativa con il Comandante e fallito ogni compromesso, in esecuzione del trattato, le forze armate di terra e di mare agli ordini del generale Caviglia eseguivano un'azione di fuoco (24/28-XII-1920), nella quale, colpito da una granata dell'Andrea Doria il palazzo del Comando, D'Annunzio fu lievemente ferito. Successivamente, di fronte al rifiuto di trattative opposto dal generale Caviglia, il Comandante rimetteva i poteri alla rappresentanza comunale di Fiume. Dopo aver reso omaggio ai caduti del «Natale di sangue» (2-I-1921), lasciava Fiume e si recava a Venezia (18-I-1921).

Poco appresso affittò e poi acquistò la villa Cargnacco a Gardone Riviera, in vista del Benaco, e la venne trasformando, secondo quel suo gusto collezionistico e fastoso, che aveva già esplicato alla «Capponcina» e ora veniva piegando alle nuove esigenze celebrative d'una mistica eroica e patriottica, affiorata nei suoi scritti e discorsi specialmente del tempo della guerra e di Fiume. La villa, così rinnovata con l'opera dell'architetto Gian Carlo Maroni, egli chiamò «Vittoriale» e ne fece dono «al popolo italiano tutto» (22-XII-1923) con regolare atto notarile, perfezionato nel 1930. Dal romitaggio del Vittoriale D'Annunzio non uscì nel complesso molto di frequente e sempre più rade furono le sue uscite con l'andare degli anni; ma vi ricevette per solito molta gente, d'abitudine regalando agli ospiti doni simbolici più o meno preziosi. Amici e amiche dei nuovi e dei vecchi tempi, uomini illustri e oscuri, artisti d'ogni risma, sognatori e scrocconi, politici e mestatori, nostalgici e ambiziosi, curiosi e affaristi si succedettero nelle ingombre stanze del Vittoriale, riportandone le più svariate impressioni, dalle quali deriva il penoso senso d'un declino inarrestabile e di una crescente solitudine; declino evidente soprattutto negli incontri erotici, dai quali non salvò il poeta la fedele e affettuosa amicizia della pianista veneziana Luisa Bà ccara, che gli fu accanto fin dai primi tempi dell'impresa fiumana. Prima dell'avvento del fascismo al potere, inclinò a una certa attività politica. Oltre ai contatti con i parlamentari Baldesi e D'Aragona, rappresentanti della Confederazione generale del Lavoro, ebbe rapporti con F. S. Nitti e B. Mussolini, cui aveva generosamente perdonato il «tradimento» fiumano, per dar vita a un movimento inteso ad assumere il governo dello stato. Il 1 o-VI-1922 ricevette il ministro degli esteri russo Čičerin; il 25 giugno presenziava a Milano un raduno degli aviatori d'Italia; il 3 agosto, quando le squadre d'azione fasciste occuparono Palazzo Marino cacciandone l'amministrazione comunale socialista, parlò ai milanesi dal balcone, evitando di fare affermazioni di parte. Il 13 agosto una caduta, che il poeta stesso definì «misteriosa», da una finestra del Vittoriale, lo mise in pericolo di vita; guarito, accennò a riprendere contatti di carattere politico. Un solenne discorso celebrativo nell'anniversario della Vittoria doveva tenere il 4 novembre a Roma, per incarico del governo presieduto da L. Facta, con il quale aveva intrattenuto una lunga e cordiale corrispondenza; ma in seguito agli eventi del 28 ottobre (la «Marcia su Roma»), non se ne fece nulla.

Nei primi tempi del nuovo regime, vi fu intorno a D'Annunzio una certa «fronda», mossa dall'alitare delle non spente speranze in un accordo tra fascisti, dannunziani e socialisti; il poeta, che non aveva dato la sua adesione al fascismo né aveva plaudito alla marcia su Roma, sembrava ancora desideroso di offrire alla patria la «quindicesima vittoria», cioè la concorde unità del lavoro. In lui confidavano ancora Baldesi, D'Aragona, Tito Zaniboni, lo stesso Turati e forse B. Buozzi; i legionari fiumani, mobilitati in vista della marcia su Roma, attendevano ancora «ulteriori disposizioni», che non giunsero mai. D'altra parte la polizia agì con durezza (dicembre 1922) contro la Federazione dei legionari fiumani, e poco appresso D'Annunzio protestò contro la proposta, non sgradita al governo, di volatilizzare la Federazione nell'Unione spirituale dannunziana. Corsero fra il «duce» del fascismo e il Comandante fiumano dissapori e rimbrotti. Ma non è esatto parlare, come fu fatto, di antagonismo, ché praticamente non furono mai l'uno contro l'altro sul medesimo piano; e tanto meno di «fratelli nemici», ché sempre ebbero l'uno e l'altro (e crebbe con il tempo nel poeta) l'idea di appartenere a due mondi diversi: Mussolini al mondo dell'azione politica, D'Annunzio al mondo della poesia. Di qui il tratto generale delle loro relazioni, quasi da potentato a potentato, che lusingava in entrambi il senso della propria grandezza. D'Annunzio fu manifestamente e quasi ostentatamente onorato dal regime fascista, che in gran parte ne aveva derivato, spesso esagerandoli e involgarendoli, alcuni modi del dire e alcuni tratti della simbologia rituale e celebrativa; ma non mancò mai di tenerlo d'occhio mediante uno speciale servizio di custodia, capeggiato da un funzionario di polizia: il commissario Giovanni Rizzo. E il poeta a volte ripagò il regime con la stessa moneta: usando con esso un atteggiamento vario ed estroso, ora confidenziale ora distaccato, ora cordiale e aperto, ora ermetico e pieno di riserbo. Ma si entusiasmò per la campagna d'Etiopia (1935-36), da lui detta «la seconda gesta d'oltremare». è incerto l'atteggiamento del poeta verso l'alleanza italo-germanica e dell'ultimo incontro alla stazione di Verona con Mussolini reduce da Berlino (settembre 1937) si dà nno relazioni contrastanti.
Il 15-III-1924, a riconoscimento della sua azione in difesa dell'italianità di Fiume, ricevette dal re il titolo nobiliare di principe di Monte Nevoso, la cima delle Alpi Giulie che segna lo spartiacque italo-slavo; nel 1926 riceveva le insegne di generale dell'aviazione; in quello stesso anno veniva fondato l'Istituto nazionale per l'edizione di tutte le sue opere e nel 1927 l'Istituto nazionale per la recita del suo teatro. Il 12-XI-1937 veniva nominato presidente dell'Accademia d'Italia, carica che aveva rifiutato nel 1929, ma la decadenza fisica, divenuta estrema, gli impedì di esercitare l'ufficio. Anche la sua attività letteraria dopo il 1930 rallentò e solo i primi anni del Vittoriale conobbero tempi di lavoro intenso.
Al Vittoriale si spense improvvisamente il 1 o-III-1938 per emorragia cerebrale. Gli furono tributati funerali solenni, ai quali partecipò di persona il capo del governo, in una pesante e compassata cerimonia officiata con rito cattolico: il poeta fu sepolto in piedi, al suono di un quartetto di Beethoven che egli stesso si era scelto. Era presente alle esequie, oltre al duca di Bergamo, rappresentante del re, la vedova Maria di Gallese, che diventata principessa di Monte Nevoso era andata a vivere al Vittoriale e spesso si incontrava amichevolmente, come già a Parigi nel 1911-12, con il poeta.

Il tono solitamente alto e teso del suo linguaggio, gli atteggiamenti ispirati ed ermetici, le fiere e veementi imposature non devono far credere che il D'Annunzio fosse chiuso al senso del comico, del festevole e del burlesco; egli lo possedette invece, e in larga misura, come l'attenta considerazione dei suoi scritti dimostra e le memorie di quanti gli furono vicino confermano. Anzi, si può dire che le mutrie più ardue e più dure e le pose più solenni sono compensate dalla spensierata vivacità del pazzariello meridionale che pur era in lui; e può ritenersi che certi indigesti atteggiamenti vateschi e sibillini, certi palmari istrionismi non fossero altro che elusioni di una scomoda realtà , non esenti da una più o meno sottile intenzione canzonatoria. Comunemente si fa al D'Annunzio l'addebito della obliterazione del senso morale di fronte allo stimolo della passione erotica: l'addebito non è privo di fondamento, ma è eccessiva la taccia di insensibilità agli affetti più alti; e non è giusto asserire che fosse puramente estetico il suo interesse dinanzi ai segni del dolore umano. Proclive a sentire il fascino muliebre, fu ardente e incostante nell'amore; e riuscì talvolta irritante nel rammemorare con sprezzo le donne che erano state oggetto della passione spenta; ma di altre, come della moglie e soprattutto di E. Duse, il ricordo rimase alto e incontaminato. Affabilissimo con gli estranei, fu nelle amicizie caloroso e mutevole. Non gli fece difetto il senso politico, ma troppo amò il disegno grandioso e imaginoso e l'azione impetuosa e clamorosa, mentre gli mancò la costanza di perseguire lunghi e difficili disegni. Provveduto forse in dose non comune di coraggio fisico, amò certo con senso di acuta voluttà il rischio, fino a sembrare più un dilettante del pericolo che un responsabile campione d'eroismo. Propenso a magnificare se stesso e la propria opera, sensibile alla lode, fu a sua volta largo dispensatore di elogi e celebratore del valore altrui; tagliente nel biasimo e nell'invettiva, trascurò per solito imperturbabilmente le accuse e gli oltraggi e fu sempre pronto a perdonare generosamente i torti ricevuti. Angustiato la maggior parte della sua vita da necessità di danaro, ebbe sempre tratto e costume principesco e prodigale generosità , glorioso più che dei meriti riconosciutigli, dei vaticini annunziatigli. Poche amarono con pari intensità gli aspetti sensibili delle cose, ma non disdegnò alcune volte di chinarsi pensoso sul mistero del mondo; sentì pure il fascino della rivelazione di un sopramondo e quello della parola del Cristo, ma la prima vegheggiò nei fantasmi poetici di arcane magie e di cupi sortilegi, alla seconda oppose il suo orgoglio incoercibile, la ferma persuasione dell'umana assolutezza («tutte le fedi attestano l'uomo eterno») e l'aspirazione imperturbata a un nulla di silenzio e di tenebre, in cui l'essere si perda, «polvere, non ombra».