Milton, John

Poeta inglese (Londra 9-XII-1608 - ivi 8-XI-1674). La sua vita si può dividere in tre periodi, e non solo per comodità di esposizione ma perché essi coincidono effettivamente con diverse fasi del suo sviluppo intellettuale e della sua storia spirituale. Il primo (1608-39), un periodo di studio e di formazione, è contrassegnato da aspirazioni di carattere poetico e letterario, che trovarono realizzazione soprattutto nelle poesie inglesi della prima maturità . Il secondo (1640-59) è il periodo della sua partecipazione alle lotte politiche e religiose del tempo, durante il quale compone le sue grandi opere in prosa. Il terzo e ultimo (1660-74), quello del ritiro dalla vita pubblica e del ritorno all’attività letteraria, in cui scrive il suo capolavoro, Paradise Lost (Il paradiso perduto), e, oltre a questo Paradise Regained (Il paradiso riconquistato) e la tragedia Samson Agonistes (Sansone Agonista).
Fin da bambino Milton fu avviato dal padre agli studi letterari e all’età di dieci anni era già un piccolo prodigio di dottrina. Frequentò prima (dal 1620) la scuola londinese di Saint Paul e quindi (1625-32), il Christ’s College dell’università di Cambridge, dove conseguì nel 1629 il titolo di Bachelor of Arts e tre anni più tardi quello di Master of Arts. Dopo un periodo di ritiro nella casa paterna di Horton, onde continuare e approfondire in solitudine i suoi studi, Milton completò la propria educazione con un lungo viaggio sul continente (1638-39), secondo l’uso rinascimentale. Fu per qualche tempo in Francia, a Parigi, e quindi assai più a lungo in Italia, a Firenze, Roma e Napoli, dove ottenne grande successo nei circoli intellettuali.
I frutti migliori dell’attività letteraria di Milton durante questo primo periodo della sua vita sono costituiti dalle poesie italiane, latine e inglesi che egli raccolse e pubblicò in volume nel 1645. Le poesie italiane - cinque sonetti e una canzone - mostrano un’ottima conoscenza della nostra lingua e una profonda assimiliazione della poesia di Petrarca e dei petrarchisti. Più numerose e più ricche di genuini accenti poetici sono le poesie latine, che rivelano alcuni tratti caratteristici della personalità del giovane Milton : la sensibilità alla grazia femminile, l’amore della natura e il platonico amore di ogni forma bella, l’amor filiale, il culto dell’amicizia, ecc. Particolarmente famoso fra di esse è l’ Epitaphium Damonis (1639), composto per la morte dell’amico Carlo Diodati, conosciuto a Saint Paul. Ma la parte di gran lunga migliore del volume del 1645 è costituita, com’è naturale, dalle poesie che il poeta scrisse nella sua propria lingua. Forse nessun altro poeta inglese arrivò presto quanto Milton a un grado davvero eccezionale di maturità artistica. La sua prima importante poesia, la grande ode On the Morning of Christ’s Nativity (Ode alla Natività ), che egli compose a ventun anni, è stata a ragione giudicata una delle più perfette poesie in lingua inglese. E Lycidas (1637), la bellissima elegia pastorale in memoria dell’amico di università Edward King, è uno dei vertici più alti mai toccati in quel genere poetico. Altre composizioni non meno famose della prima raccolta miltoniana sono i due poemetti, dal titolo italiano L’allegro e Il Pensieroso (1632), in cui vengono messi a contrasto i piaceri dell’allegria e della malinconia, e il dramma pastorale Comus (1634), un’appassionata esaltazione della castità e, più in generale, della virtù.

Dopo così splendidi inizi, la musa miltoniana doveva tuttavia ridursi, per circa un ventennio, a un quasi completo silenzio. Tornato in Inghilterra dal viaggio sul continente, Milton cominciò ben presto a prendere parte attiva alle lotte religiose e politiche che agitavano il suo paese, le quali dovevano portare all’esecuzione del re Carlo I, avvenuta il 30-I-1649, e all’instaurazione del Commonwealth puritano. Dopo il trionfo della causa puritana, Milton tenne anche, fino alla Restaurazione, il posto di Latin Secretary to the Council of State, ma il suo maggior contributo alla lotta egli lo diede con una lunga serie di opere in prosa, che sono del massimo interesse sia per lo studio del periodo storico di cui trattano sia per quello del pensiero e della personalità del loro autore.
Fra queste, la più famosa e la più caratteristicamente miltoniana è senza dubbio l’ Areopagitica (1644), una classica difesa della libertà di stampa che prende il titolo dall’Areopago greco. A coloro che vorrebbero negare la libertà di stampa col pretesto di tener lontano il male impedendone la conoscenza, Milton obietta che così facendo si distrugge la possibilità stessa del bene, o della virtù, che consiste appunto nella lotta contro il male e nel suo superamento. Perché «ciò che ci purifica è la prova, e la prova si ha attraverso ciò che è opposto. Quella virtù perciò che è del tutto inesperta della visione del male, che non rigetta il vizio dopo aver conosciuto il massimo di ciò che esso promette ai suoi seguaci, non è che una virtù vuota, non una virtù pura». In quest’affermazione che la virtù si realizza solo nella vittoria contro il male e le sue tentazioni, Milton esprime pienamente la sua concezione dialettica della vita spirituale, come lotta, come conquista inesauribile. Ed è qui forse che si manifesta il tratto più caratteristico della sua personalità .
Allo stesso anno dell’ Areopagitica appartiene il trattato Of Education (Sull’educazione). L’ideale educativo di Milton è, sostanzialmente, quello rinascimentale, che mirava a creare il gentleman versato nelle lettere e nelle arti quanto esperto nell’uso delle armi, con in più il nuovo interesse per i problemi religiosi e la destinazione ultraterrena dell’uomo portato dalla Riforma protestante. è un ideale in cui si riflette la natura stessa della cultura di Milton, che è appunto insieme un uomo del Rinascimento, imbevuto di conoscenze classiche, e un uomo della Riforma, che sente con rinnovata passione il momento religioso della vita spirituale.
Fra il 1643 e il 1645, forse in seguito al suo infelice matrimonio con Mary Powell (1642), Milton scrisse quattro saggi in difesa del divorzio: The Doctrine and Discipline of Divorce (Dottrina e disciplina del divorzio), The judgement of Martin Bucer Concerning Divorce (Il giudizio di Martino Bucer sul divorzio), Tetrachordon e Colasterion. La tesi fondamentale in essi sostenuta è che il vincolo matrimoniale, come può essere sciolto a causa di impedimenti materiali o fisici, a maggior ragione dovrebbe potersi sciogliere per motivi spirituali, come l’incompatibilità di carattere e di sentimenti fra i coniugi. Infatti, «dove non ci può essere l’amore, del matrimonio non resta che la vuota apparenza di un legame esterno, spiacevole e sgradito a Dio come ogni altra forma di ipocrisia», e marito e moglie, «anziché essere un corpo solo, saranno piuttosto come due carcasse forzatamente incatenate insieme; o, come pure può accadere, un’anima viva legata a un cadavere».
L’arresto e l’esecuzione di Carlo I diedero occasione ad alcuni fra gli scritti più polemici di Milton : Of the Tenure of Kings and Magistrates (Sui tenimenti dei re e dei magistrati, 1649), in cui egli rivendica ai sudditi non solo il diritto di deporre un re che sia divenuto dispotico, ma anche quello di giudicarlo e di mandarlo a morte; Eikonoclastes (1649), un’aspra requisitoria contro il re giustiziato; e la prima e la seconda Pro Populo Anglicano Defensio (1651 e 1654), nelle quali giustifica ancora l’atto del regicidio e ne dimostra la legittimità richiamandosi alla legge inglese, alle necessità del bene pubblico, all’autorità di scrittori antichi e moderni, e ai precedenti di altri popoli. Forse agli anni 1655-60 appartiene l’ultima importante opera in prosa di Milton, De Doctrina Christiana (venuta alla luce e pubblicata solo nel 1825), con la quale egli si propose di offrire un compendio delle dottrine cristiane senza riconoscere altra autorità al di fuori delle Sacre Scritture. L’opera è interessante perché rivela le molte deviazioni eterodosse di Milton in materia di teologia - egli sostiene, p. es., che il Figlio non è coeterno e consustanziale col Padre, e che lo Spirito Santo è inferiore ad entrambi; che Dio non ha creato il mondo dal nulla ma da una materia originaria dell’universo, ecc. - , ed è inoltre molto importante per lo studio della sua poesia, tanto che si è potuto affermare che essa costituisce il miglior commento al Paradiso perduto.

Mentre il secondo periodo è caratterizzato dalla composizione delle opere in prosa, il terzo periodo della vita di Milton è caratterizzato dalla creazione della sua maggiore poesia. Ritiratosi a vita privata dopo aver assistito, con il ritorno degli Stuardi sul trono inglese, al fallimento dei suoi ideali di riforma politica e religiosa, egli trascorse gli ultimi anni della sua esistenza quasi in solitudine, dedicandosi interamente allo studio e all’attività poetica. Già nel 1651 era diventato quasi completamente cieco, e nel 1658 aveva perso anche la seconda moglie (contrasse un terzo matrimonio nel febbraio del 1663). Fu in tale isolamento che egli compose il suo capolavoro, il poema in blank verse (decasillabo non rimato) intitolato Paradiso perduto. Completato forse nel 1663 o nel 1665, esso apparve in una prima edizione in dieci libri nel 1667, e quindi in edizione definitiva, in dodici libri, nel 1674, l’anno stesso della morte del poeta. Il Paradiso perduto riprende liberamente la narrazione della caduta dal paradiso terrestre contenuta nella Genesi. Esso è costituito in sostanza di due drammi su un unico grande tema, il tema della ribellione contro Dio. Questo si articola prima nel dramma divino della caduta degli angeli e quindi in quello umano della caduta di Adamo ed Eva. L’intero significato del dramma divino può dirsi riassunto in Satana, di cui Milton ha fatto una delle più splendide figure di ribelle che le storie letterarie ricordino. Perciò si è spesso visto in lui il vero eroe del poema, ed è famosa l’affermazione di Blake che Milton fosse «del partito del Diavolo senza saperlo». Satana infatti affascina con la sua grandiosità , col suo splendore, con la fiera nobiltà del suo linguaggio quasi fosse un altro Prometeo. Eppure, ove si guardi bene, staccandosi dalle impressioni più immediate della lettura, si vedrà che avvicinarlo a Prometeo è un errore. Satana non è Prometeo, è, semmai, Capaneo. Ciò che gli manca per essere Prometeo è un contenuto morale che giustifichi la sua ribellione contro Dio. Egli non è né portatore di fuoco né portatore di libertà ; il solo motivo e il solo fine delle sue azioni è l’affermazione del suo proprio io. è un «senso di merito offeso» che lo spinge alla ribellione, e lo sconfinato orgoglio dell’io che gli fa credere che sia «meglio regnare nell’inferno che servire in paradiso». Egli è un gigante, ma un gigante senz’anima, cioè senza un contenuto morale, senza finalità , senza ideali. Perciò egli è Capaneo, non Prometeo. è grande proprio come Dante può dire di Capaneo che è «grande». è cioè grande nella sua apparenza esteriore, nella sicurezza della sua forza, nell’inflessibilità di fronte alla sofferenza, nel disprezzo della pena che gli è inflitta. Ma tutto ciò è privo di finalità al di fuori della vuota e vana affermazione dello sterminato orgoglio dell’io. Adamo ed Eva, i due protagonisti del dramma umano, restano due figure che prendono minor risalto di quella di Satana, ma non per questo sono meno vivi. Eva nel vittorioso splendore della sua bellezza e quindi nella vanità e nella debolezza della sua femminilità , che la porta alla trasgressione; Adamo nella sua saggezza, prima, poi nell’accecamento della sua passione per Eva; entrambi nella castità del loro amore, nell’umana fragilità per cui cadono, nel pentimento per cui si redimono. Forse pesa ancora sul Paradiso perduto un pregiudizio che è pesato a lungo anche sulla Commedia dantesca, che cioè la poesia del suo inferno sia tanto più grande di quella del suo paradiso. Ed è un pregiudizio legato all’altro, che Milton abbia messo una parte tanto maggiore di sé nel suo Satana che in Adamo ed Eva. Ma in verità egli ha portato le sue passioni e le sue esperienze terrene tanto nel suo inferno quanto nel suo paradiso. Milton non è solo nell’orgoglio di Satana. Attraverso Adamo ed Eva, nel loro amore e nel loro dramma, egli ha espresso una parte tanto più importante della propria personalità e del proprio mondo intellettuale di quanto non fosse la semplice affermazione del suo orgoglio. Perciò il suo paradiso è altrettanto reale del suo inferno, e altrettanto animato dalle sue passioni e dalle sue convinzioni. è vano infine voler paragonare la poesia dell’uno alla poesia dell’altro per affermare ipotetiche superiorità . Ciascuna ha le sue leggi, la poesia delle tenebre come la poesia della luce. E se la prima è insuperabile nella sua violenta drammaticità , nel possente afflato di orgoglio e di odio che la anima, la seconda lo è nella tenerezza dei suoi affetti, nella sua casta contemplazione della bellezza, nell’umanità della coscienza che si risveglia da un sogno di innocenza alla dura realtà del peccato e della colpa.
Stilisticamente la poesia del Paradiso perduto è caratterizzata da un netto predominio della fantasia musicale su quella visiva. La voce d’organo di Milton, come l’ha definita felicemente Tennyson, trascina irresistibilmente nell’onda della sua vasta, sinfonica, architettonica sonorità , mentre le immagini tendono a restare grandiose e vaghe, a non offrirsi distintamente all’occhio. I dettagli, i particolari, sono spesso sacrificati all’impressione generale del quadro. Si confronti, p. es., l’inferno miltoniano con quello dantesco. Quanto questo appare esattamente definito, l’altro risulta invece indefinito: un’enorme voragine aperta nel caos, un abisso, un precipizio avvolto nelle tenebre. Ciò non significa tuttavia che l’impressione che se ne riceve non sia ugualmente profonda. La poesia di Milton raggiunge anzi la massima intensità proprio quando si eleva a questa gradiosità che rifugge dal particolare, dando un senso di spazi illimitati e di abissali profondità , in un contrasto di luce e tenebre.
Nel 1671 apparvero insieme in un unico volume le ultime due opere poetiche di Milton : Il Paradiso riconquistato e Sansone Agonista. Il primo è una breve epica in quattro libri che narra, seguendo sostanzialmente il racconto del Vangelo di Luca, la vittoria di Cristo sulle tentazioni alle quali è sottoposto nel deserto da parte di Satana. Benché non manchi di bellissimi squarci di poesia, specie nel Libro IV, l’opera resta tuttavia molto inferiore al capolavoro precedente. Maggior valore artistico è da attribuirsi a Sansone Agonista, una tragedia modellata secondo le forme della tragedia classica greca, in cui è ripreso il noto episodio biblico di Sansone e i filistei.
Considerato fino a tutto l’Ottocento uno dei massimi poeti inglesi, secondo forse solo a Shakespeare, nel nostro secolo Milton è stato spesso preso a bersaglio da parte della critica militante. T. S. Eliot, p. es., lo ha accusato di scrivere l’inglese «come una lingua morta» e F. R. Leavis di farne un uso «incantatorio e remoto dalla lingua parlata». Ma non si tratta alla resa dei conti di giudizi molto originali. Già i grandi critici settecenteschi, come Addison e Samuel Johnson, avevano sottolineato il carattere altamente «artificiale» del linguaggio miltoniano. E nell’Ottocento Keats, in una lettera famosa, definiva il Paradiso perduto «una corruzione della nostra lingua». In sostanza, un esempio da non imitare e forse inimitabile, «un caso unico, una curiosità ». E tuttavia «una grande e bella curiosità : il più notevole prodotto del mondo, un dialetto nordico adattato alle inversioni e intoniazioni del greco e del latino».