Manzoni, Alessandro

La vita di Alessandro Manzoni, povera di vistosi personali avvenimenti esterni, si rivela da un lato raccolta in una storia interiore di studio, di lavoro poetico e letterario, segnata da profonda religiosità , ma contemporaneamente, data la statura e la notorietà dell'uomo, diventa anche testimonianza della storia esterna, attraverso i comportamenti e le prese di posizione nei confronti degli avvenimenti politici a cui assistette o partecipò, sia pure in forme e modi indiretti.
Il 1810 è data che acquista particolare rilievo nella sua biografia, perché è l'anno della cosiddetta «conversione», del ritorno alla Fede: un avvenimento del tutto interiore che traccia però un solco profondo nell'esperienza umana ed artistica del Manzoni e che è quindi legittimo assumere come un'ideale linea di separazione e di incidenza della sua lunga vicenda terrena.
Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7-III-1785, nel palazzo avito che i Manzoni possedevano in via S. Damiano 20, da Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria. La famiglia paterna, di piccola nobiltà originaria della Valsassina, alternava la residenza in Milano con quella di campagna nel territorio di Lecco, luoghi destinati a diventare la scena e l'ambiente de I Promessi sposi ; per parte di madre Alessandro era invece imparentato con la nobile famiglia dei Beccaria, e nonno paterno fu Cesare Beccaria, l'autore del celebre trattato Dei delitti e delle pene e uno dei maggiori e più noti illuministi italiani del secolo. Matrimonio infelice quello tra la giovane, colta e spregiudicata Giulia Beccaria e Pietro Manzoni, più anziano di ventisei anni, di carattere chiuso e schivo, diffidente di ogni novità ; dopo dieci anni, e precisamente nel 1792, avvenne la separazione legale e Giulia andò a convivere con il conte Carlo Imbonati, stabilitosi a Parigi. Va detto che fin dall'inizio sorsero voci contraddittorie sulla legittimità della nascita di Alessandro: le dicerie più diffuse lo facevano figlio di Giovanni Verri, cavaliere di Malta e fratello del conte Pietro, che aveva caldeggiato e favorito le nozze Manzoni -Beccaria; ancora a metà del secolo il Tommaseo dava per certa tale paternità . Il Manzoni stesso sembra alludere a tali dicerie nel carme In morte di Carlo Imbonati altro supposto «padre» clandestino quando si scaglia contro i «vili, che oziosi sempre / fuor che in mal far, contra il mio nome armaro / l'operosa calunnia». E calunnia egli mostrò sempre di considerare anche in molti suoi successivi atteggiamenti, ogni dubbio sulla sua nascita.
Dal 1791 al 1796 il piccolo Alessandro rimase nel collegio di Merate per poi passare, fino al 1798, in quello di S. Antonio a Lugano, tenuto anch'esso dai padri somaschi e infine nel collegio Longone (o dei Nobili) dei barnabiti, dove rimase fino al 1801, ricevendone una buona educazione umanistica, anche se in seguito userà parole dure contro quei metodi educativi.
Nel 1801, sull'eco sconvolgente ed eccitante della rivoluzione francese e delle vittorie napoleoniche, scrive il poemetto Del trionfo della Libertà , chiaro segno di una sua entusiastica adesione alle nuove idee di giustizia, di libertà , di eguaglianza, alimentata dai rapporti con alcuni degli spiriti più vivi e pensosi di quegli anni, come il Cuoco e il Lomonaco, esuli napoletani, e con poeti e artisti, quali il Foscolo e il Monti soprattutto, da lui considerato il maggior poeta del tempo, e del quale con probabilità frequentò le lezioni tenute all'università di Pavia, oltre a quelle dei filosofi e storici Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, autorevoli rappresentanti del giansenismo lombardo, uomini di fermi principi, maestri di moralità .
Al 1802 risalgono l'ode Qual su le cinzie cime e il sonetto Alla sua donna, che rifletterebbero una prima esperienza amorosa forse per la sorella dell'amico Ermes Visconti, Luigina, «angelica creatura», sulla quale Giulia Beccaria qualche anno dopo farà invano progetti per il matrimonio del figlio.
Nell'estate del 1803 componeva e inviava al Monti un idillio in versi sciolti Adda, come invito a essere ospite nella villa paterna al Caleotto (presso Lecco). Dall'ottobre di quell'anno fino all'agosto dell'anno successivo fu a Venezia, dove compose gran parte dei quattro Sermoni in versi sciolti.

Nel luglio del 1805 il Manzoni, alcuni mesi dopo aver ricevuto un affettuoso invito dall'Imbonati, raggiungeva a Parigi la madre; nel frattempo, Carlo Imbonati era morto, lasciando Giulia Beccaria erede di tutti i suoi beni e, in particolare, della villa di Brusuglio, che da allora fu a lungo dimora di campagna della famiglia Manzoni. Tra Alessandro e la madre si stabilì subito un rapporto di affettuosa fiduciosa indipendenza, che continuerà a lungo in un'armonia non interrotta dal matrimonio e dalla vita familiare, di cui Giulia fu sempre centro indiscusso. Alla fine del 1805, in quest'atmosfera di reciproca tenerezza, nacque il carme In morte di Carlo Imbonati, testimonianza di una già chiara e precisa consapevolezza dell'esigenza di moralità e verità che deve presiedere all'attività letteraria e alla creazione poetica. A fornire gli elementi ideali e razionali per la formazione di questa coscienza contribuirono gli influssi della società parigina, che il ventenne Alessandro frequentava con la madre, specialmente di quella che si riuniva attorno a Claude Fauriel il quale, vivendo ad Auteuil con la vedova del filosofo Condorcet, si dedicava a studi di filosofia, di storia, di lingua e letteratura, affermando la necessità di introdurre nella cultura settecentesca, razionalista ed illuminista, quel rinnovamento spirituale di cui sembrava farsi promotrice Mme de Staël e che sul piano politico oscillava tra un fiancheggiamento critico del regime napoleonico e una silenziosa e a tratti anche aperta opposizione.
Il Fauriel che, tra l'altro, fece oggetto dei suoi studi Dante, la storia e la poesia medievale e la poesia popolare (sintomi di un incipiente gusto romantico), esercitò notevolissima influenza sulla formazione culturale e artistica del Manzoni, che lo considerò a lungo come il suo punto di riferimento critico e che a lui fu sempre molto affezionato, come testimonia il copioso carteggio durato fino al 1830. Agli incontri di Auteuil e a quelli tenuti dalla Condorcet alla «Maisonette» di Meulan e a Parigi partecipavano i filosofi sensisti Jean-Georges Cabanis e Destutt de Tracy (sulla cui figlia si fecero progetti matrimoniali per il giovane Manzoni), il volterriano Volney, il giacobino Garat e altri rappresentanti dell'alta cultura parigina, che si mostravano lieti di accogliere in mezzo a loro il nipote di Cesare Beccaria. Il Manzoni entrava così direttamente in contatto con le dottrine degli enciclopedisti, con i principi del sensismo e del razionalismo, pervasi però dalle richieste di una più intensa spiritualità ; così acquistava calore e problematica quell'esercizio di sottile raziocinio e di scaltrita coscienza critica, che aveva il suo modello nella lucida arguzia di Voltaire, di cui il Manzoni possedeva l'Opera omnia (i 70 monumentali tomi dell'edizione di Kehl, da lui quasi interamente bruciati dopo la conversione).
I Manzoni rimasero a Parigi fino al giugno 1810, sia pure con qualche parentesi, come dal febbraio al marzo del 1807, in cui si recarono a Genova, dove raggiunse tardivamente Alessandro la notizia della malattia e della morte del padre, che lo aveva lasciato erede universale; e ancora nel settembre dello stesso anno, quando si allontanarono da Parigi per nove mesi, occupati dai preparativi per il matrimonio con la giovanissima Enrichetta Blondel, figlia di uno svizzero di religione calvinista, che aveva iniziato un'attività industriale in Lombardia e aveva acquistato a Milano il palazzo degli Imbonati. Il matrimonio fu celebrato il 6-II-1808, a Milano, con rito protestante; tale scelta, non determinata da intenzioni polemiche nei confronti della religione cattolica, ma dalle difficoltà procedurali che l'autorità ecclesiastica imponeva per i matrimoni misti, testimonia, comunque, una sostanziale indifferenza da parte del Manzoni per ogni religione positiva.

Ma proprio l'unione con la Blondel sarà una delle situazioni determinanti per la conversione ormai prossima. Enrichetta si rivelò infatti non soltanto affettuosa delicatissima consorte, dolce e serena compagna, ma, religiosissima com'era, portò anche nella nuova famiglia l'esigenza di una più concreta religiosità . Non potrà mai essere chiarito il segreto processo per cui il Manzoni da un vago teismo, sostenuto da un risentito moralismo cristiano-evangelico, sia giunto all'accettazione meditata e saldissima del dogma cattolico, né il ruolo reciproco giocato dai due coniugi in questo processo. Certo è che la conversione coraggiosa e ferma di Enrichetta al cattolicesimo (che portò ad una dolorosa lunga rottura con la famiglia di origine) ebbe una funzione determinante. In precedenza, il Manzoni aveva voluto che Giulia, la primogenita nata nel 1808, ricevesse il battesimo cattolico ed egli stesso si sottomise alla supplica perché gli fosse concesso contrarre il matrimonio nel rito cattolico, il che avvenne il 15-II-1810, tre mesi prima della solenne abiura di Enrichetta. A determinare questi decisivi orientamenti nella famiglia Manzoni fu un sacerdote colto e rigoroso, pieno di zelo apostolico, l'abate genovese Eustachio Degola, di tendenze giansenistiche, come anche monsignor Luigi Tosi (poi vescovo di Pavia), che assunse la cura spirituale dei Manzoni al loro ritorno a Milano. La questione non risolta (e non risolvibile) del supposto giansenismo manzoniano è però superata dalla sua completa e riaffermata adesione non solo al dogma cattolico, ma anche al magistero ordinario della chiesa.
Intorno al fatto esterno e al momento della conversione poco è dato sapere. Pare comunque assodato che il 2 aprile del 1810, durante le manifestazioni in occasione del matrimonio di Napoleone e di Maria Luisa, i coniugi si siano smarriti e Manzoni si sia rifugiato nella vicina chiesa di S. Rocco e qui abbia avuto un richiamo sovrannaturale, seguito poi dal ritrovamento della moglie. Avvenimento che, in ogni caso, va inteso come l'estremo risolutivo intervento della Grazia (e tale lo considerava il Manzoni nei suoi discretissimi ricordi affidati a voce), che confermava un ritorno alla fede avvenuto per gradi, tra dubbi e incertezze e alimentato a lungo dalle letture (specie di teologi e filosofi giansenisti quali l'Arnaud, il Nicole, Pascal, ecc.) e dalla meditazione, fino alla constatazione delle insufficienze di tutti i sistemi filosofici, della necessità di una fede e della superiorità della religione cattolica rispetto a tutte le altre. Il suo fu quindi un cattolicesimo severo, ma privo di rigidezze e intolleranze, con un senso vivo delle concrete situazioni umane, politiche e storiche. Va aggiunto che l'episodio dello smarrimento tra la folla fu un fatto profondamente traumatico per la psiche di Manzoni, avendo determinato l'aggravamento di una sindrome nevrotica latente, che si manifesterà come agorafobia, nevrosi d'ansia, ecc. (il Manzoni stesso ricorderà a questo proposito il nuovo grave trauma subito qualche anno dopo, quando venne casualmente a conoscere d'improvviso la disfatta definitiva di Napoleone a Waterloo).
Nel 1810 i Manzoni lasciavano definitivamente la Francia. Nell'ultimo anno di permanenza il poeta aveva composto il poemetto Urania e il carme A Parteneide, indirizzato al poeta danese Baggesen, autore di un poema omonimo. Aveva inoltre in progetto due poemi, uno sulla fondazione di Venezia e l'altro sul vaccino.

Con il ritorno a Milano ha inizio la seconda fase della vita del poeta, una lunga operosa giornata che, dopo oltre un decennio di fervore creativo (dagli Inni sacri del 1812-15, alle due tragedie Il conte di Carmagnola e Adelchi, alle odi Il 5 maggio e Marzo 1821 e a La Pentecoste tra il 1819 e il 1821, fino alla pubblicazione de I Promessi sposi nel 1827, cui sono da aggiungere almeno le Osservazioni sulla morale cattolica e le lettere-saggio di poetica allo Chauvet e a Cesare d'Azeglio), vede il Manzoni impegnato in lavori di erudizione, di storia, di linguistica e intorno a problemi religiosi, filosofici ed estetici. Una vita trascorsa in pacata fiduciosa serenità di spirito, anche se spesso travagliata da sventure familiari e insidiata dalla nevrastenia da cui non guarì praticamente mai, e che lo costrinse a vita ritirata, senza per questo offuscare le sue lucide facoltà ragionative, o intorbidire l'ispirazione poetica. Visse quasi sempre a Milano, nella casa posta all'angolo tra via Morone e piazza Belgioioso (acquistata nel 1814), alternando la dimora in città con quelle nelle ville del Caleotto e di Brusuglio, dove amava dedicarsi anche a piccole attività agricole, sollievo delle sue sofferenze nervose. Dal settembre 1819 al luglio 1820 fu a Parigi ospite del Fauriel e della Condorcet con la famiglia (gli erano già nati cinque figli), e qui riprese i contatti con quell'ambiente culturale, iniziando particolari rapporti di amicizia e di stima con il Guizot, il Thierry, il Cousin.
Tornato a Milano, non si mosse più dall'Italia e raramente anche dalla sua città , mentre intorno a lui, personalmente alieno dall'appartenere a qualsiasi corrente letteraria o politica, si stringevano ammiratori e amici, quali Giovanni Torti, Giovanni Rossari, Ermes Visconti, Federico Confalonieri, il Berchet e specialmente Tommaso Grossi (che visse lunghi anni nella sua casa), entusiasti tutti delle nuove idee romantiche. Rapporti intensi tenne anche con Giuseppe Giusti e Niccolò Tommaseo, tramite il quale conobbe Antonio Rosmini, che tanto doveva influire sul pensiero manzoniano. Terminati I Promessi sposi, soggiornò per qualche tempo a Firenze, dove entrò in contatto e strinse amicizia con il gruppo di intellettuali che faceva capo al Gabinetto scientifico-letterario di Gian Pietro Vieusseux (tra gli altri, Pietro Colletta, Gino Capponi, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Giambattista Niccolini, Gaetano Cioni) e si giovò dei consigli di alcuni di loro per la revisione linguistica e lessicale del suo romanzo, di cui curò una nuova stampa con illustrazioni nel 1840-42. Nel 1833 fu colpito dalla morte della moglie, da lui accettata con religiosa ma straziata rassegnazione. L'esistenza del Manzoni è tutta segnata da un tragico destino di morte, che, oltre a sottrargli il sempre vigile affetto della madre nel 1841, aveva già troncato e troncherà la giovinezza di cinque delle sei figlie (e solo due dei nove figli gli sopravviveranno): dolorosa catena di lutti, sopportati in un costante rattenuto dolore, che pare a tratti persino freddezza, nella schiva riservatezza delle manifestazioni. Nel 1861 moriva anche la seconda moglie, Teresa Borri, vedova del conte Stefano Stampa, che gli era stata, nonostante qualche screzio, compagna affettuosa e devota. Ma né lo strazio di tante sventure, né i dispiaceri che ebbe a procurargli il figlio Filippo, né disavventure economiche (quali l'esito disastroso dell'edizione del romanzo del 1840-42 e l'incendio della villa di Brusuglio) distolsero mai il Manzoni dalla sua operosa attività di studioso e di scrittore, così come la fama sempre crescente e i riconoscimenti ufficiali non mutarono per nulla la convinta modestia della sua vita e dei suoi comportamenti.
Anche nell'attività pubblica, il Manzoni non partecipò mai direttamente ad alcuna iniziativa di ordine politico, pur non mancando con la parola o con i fatti di esprimere con chiarezza le proprie convinzioni. Nel 1830 redasse la commossa supplica di Teresa Confalonieri all'imperatore d'Austria in favore del marito rinchiuso nello Spielberg; nel 1833, accettando la nomina a membro dell'Accademia delle scienze di Torino, scriveva al presidente Prospero Balbo:«... un tanto onore sarebbe caramente pagato, se io non lo potessi ottenere... che col titolo di accademico straniero»; durante le Cinque giornate del 1848 firmò la petizione dei milanesi a Carlo Alberto perché intervenisse in Lombardia, e spinse i figli a battersi sulle barricate. Nominato senatore nei primi mesi del 1860 da Vittorio Emanuele II, partecipò a Torino alla storica seduta di proclamazione del regno d'Italia. Nel 1872 accettava, proclamandosene fiero, la cittadinanza onoraria offertagli dal consiglio comunale di Roma, atto di meditato coraggio, se si pensa al disagio dei cattolici e all'atteggiamento di decisa condanna del «sopruso» da parte del pontefice (e la stampa cattolica ebbe parole durissime in quell'occasione).
«Occhi, orecchi, gambe e ohimé!... pensiero. / Non ho più uno che mi dica il vero», aveva scritto argutamente dietro a una sua fotografia inviata alla figlia Vittoria nel gennaio del 1873 e davvero era alla fine dei suoi giorni. Nei primi di marzo, uscendo dalla chiesa di S. Fedele, scivolava battendo la testa contro uno scalino: il 22 maggio spirava, mentre la notizia della morte del figlio Piero veniva ad angustiare le ultime tormentose giornate di agonia.