Machiavelli, Niccolò

Tra i grandi scrittori italiani Machiavelli (Firenze 1469 - ivi 1527) è quello sulla cui giovinezza le informazioni sono più scarse.
è abbastanza recente anche la conoscenza dei Ricordi di suo padre Bernardo, dai quali si ricavano peraltro modeste notizie: che Niccolò andava a scuola, imparava il latino e l'abbaco, che probabilmente lesse in età molto fresca le Storie di Tito Livio in una copia di proprietà del padre. Anche gli scritti sicuramente anteriori al 1500, anno della morte di Bernardo, sono pochi e non di grande rilievo. Ci si spiega dunque che gli studiosi abbiano fissato a lungo la loro attenzione sulla lettera a Riccardo Becchi, ambasciatore fiorentino a Roma, per le notizie che Machiavelli vi dava del Savonarola e della sua condotta, senza nessuna simpatia da piagnone e senza l'odio degli arrabbiati e dei palleschi. Effettivamente quella lettera, del 9-III-1498, se non segna la data di nascita del Machiavelli scrittore politico, è già un saggio ragguardevole di lucidità e di spregiudicatezza nell'osservare quello che avveniva a Firenze.
Niccolò Machiavelli nacque il 3 maggio 1469 a Firenze da Bernardo, uomo di legge e appassionato di studi, ma preso sempre dall'amministrazione del suo modesto patrimonio, e da Bartolomea de'Nelli. Venne dopo due femmine, Primavera e Margherita, cinque anni prima dell'altro maschio, Totto, che seguì poi la carriera ecclesiastica. Quanto si fosse fatto apprezzare per la sua intelligenza dagli uomini di governo fiorentini non è attestato da documenti. Era stimato però; ed ebbe mano felice chi lo designò a segretario della seconda Cancelleria dopo la fine del Savonarola, e questi fu probabilmente Marcello Virgilio Adriani, letterato di buona fama, che reggeva la prima Cancelleria. La designazione avvenne il 28-V-1498; il 19 giugno Machiavelli si insediò nel suo ufficio, al quale spettava la direzione degli affari interni e della guerra, compiti non nettamente distinti da quelli della prima Cancelleria, addetta agli affari esterni. Negli anni del suo segretariato Machiavelli venne infatti impiegato in numerose legazioni e commissarie, non mai con il titolo di ambasciatore, ma come uomo di fiducia della Signoria. La più pesante faccenda per Firenze restava l'annosa guerra di Pisa, alla quale erano interessati Venezia e Milano, e lo stesso re di Francia. Per questioni inerenti alla guerra Machiavelli fu mandato prima presso Iacopo d'Appiano signore di Piombino, poi a Forlì presso Caterina Sforza Riario; l'anno seguente (1500) svolse una legazione in Francia, presso Luigi XII per la questione sempre difficile della guerra di Pisa. Nell'autunno 1501 sposò Marietta Corsini, che gli avrebbe dato quattro figli: Bernardo, Ludovico, Piero e Guido, e una figlia Bartolomea o Baccia, madre di quel Giuliano de'Ricci, che è l'autore degli apografi machiavelliani. Quando un anno dopo (10 settembre 1502) venne eletto gonfaloniere a vita Piero Soderini, suo amico ed estimatore, il segretario vide crescere di numero e d'importanza le missioni: fu nella Valdichiana ribellatasi a Firenze, due volte presso il duca Valentino. La prima di queste missioni diede occasione al Del modo di trattare i sudditi della Valdichiana ribellati, non dettato su commissione, ma scritto di libera iniziativa; su Cesare Borgia nel 1503 Machiavelli scrisse poi la Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini. Del 1504 sono la seconda legazione in Francia e la composizione del Decennale primo.
Non meno importante dell'attività diplomatica fu quella spesa per costituire milizie stanziali a Firenze, operazione che si era resa sempre più urgente in conseguenza dei pericoli corsi dalla Repubblica per disordini e disastri causati dai mercenari nella guerra di Pisa, per la pressione minacciosa del Valentino e per altri sinistri. L'idea non era nuova: già in epoca savonaroliana Domenico Cecchi l'aveva proposta nella sua Riforma sancta e pretiosa ; con rigore tecnico molto superiore era stata sostenuta da un uomo stimatissimo dal Machiavelli, Antonio Giacomini Tebalducci, che nell'agosto 1505 salvò Firenze dalla minacciosa avanzata di Bartolomeo d'Alviano, sconfiggendolo a San Vincenzo nel territorio di Campiglia. Convinto il Soderini della bontà del progetto, che pare venisse maturando in lui già dal 1503, Machiavelli si recò nel dicembre 1505 in Mugello per arruolare «che a lui paresse e piacesse», perché la nuova milizia non doveva essere formata da cittadini, ma da gente dal contado. Così nel dicembre 1506 si arrivò a costituire il magistrato dei Nove ufficiali della ordinanza e milizia, chiamati correntemente i Nove della milizia. Machiavelli ne fu il cancelliere. Erano in causa per il momento le sole fanterie; le norme per l'ordinamento della cavalleria sarebbero venute cinque anni dopo, e la relativa provvigione fu emanata alla vigilia del crollo della Repubblica, il 30 marzo 1512. Nel 1506 Machiavelli ebbe l'incarico anche di recarsi, prima dell'ambasciatore, che fu Francesco Pepi, in qualità di legato presso Giulio II, quando, a fine di agosto, il papa si era mosso per riprendere Perugia a Giampaolo Baglioni e Bologna a Giovanni Bentivoglio. L'anno seguente, 1507, pesanti nubi si addensarono nel cielo della politica europea: c'era stato l'accordo tra Francia e Spagna e incombeva la minaccia della discesa di Massimiliano d'Asburgo a capo di un esercito. Per esplorare le intenzioni dell'imperatore, a fine di giugno era stato mandato Francesco Vettori. L'imperatore, sempre a corto di denaro, batteva cassa, e, come al solito, a Firenze si tergiversava. A fine dicembre Machiavelli andò per dare nuove istruzioni al Vettori circa il tributo da concordare. Per dichiarazione dello stesso Vettori, Machiavelli gli fu di grande aiuto, e da allora ebbe inizio l'amicizia dei due. Dal temporeggiare Firenze, in quella circostanza, fu avvantaggiata; per i rovesci militari subiti Massimiliano fu infatti costretto a ridurre le sue pretese. Rientrato a Firenze, Machiavelli stese il Rapporto delle cose dell'Allemagna, che rielaborò nel 1512 nel Ritratto delle cose della Magna. Dopo quindici anni di resistenza Pisa stava per cedere, e il segretario si trovò per mesi impegnato in faccende sia militari sia diplomatiche: i suoi battaglioni diedero buona prova; l'atto di resa di Pisa venne sottoscritto il 4-VI-1509. Ma era avvenuto un fatto d'importanza ben più grave: imperatore, re di Francia, Giulio II, Ferdinando il Cattolico collegatisi a Cambrai (10-VI-1508) per arginare l'espansione di Venezia verso la terraferma, inflissero una dura sconfitta alla Serenissima ad Agnadello (14 giugno 1509). L'imperatore imbaldanzito pretendeva di nuovo il tributo dei fiorentini. Machiavelli fu mandato a Mantova e a Verona per pagargli la seconda rata di diecimila fiorini d'oro.
Dopo la battaglia di Agnadello, tra i collegati di Cambrai non durò a lungo l'accordo. Grave era la tensione tra il papa e Luigi XII. Firenze doveva farsi mediatrice tra i due contendenti, e a tal fine Machiavelli fu mandato di nuovo in Francia. Non si nascondeva i difetti dei francesi e del loro stesso sovrano, ma sostenne fermamente che, in caso di conflitto, la Repubblica doveva schierarsi dalla parte francese. Le lettere che indirizzò allora alla Signoria sono documento notevolissimo della sua avvedutezza: si oppose decisamente al tergiversare e prender tempo, e, per essere più convincente, oltre che alla situazione presente ebbe l'occhio rivolto alla lezione delle storie. Al termine della legazione, nell'ottobre 1509, di nuovo si impegnò a fondo nell'ordinamento delle milizie e nella costituzione della cavalleria e assolse nuovi incarichi diplomatici, tra i quali il più importante fu la missione, a Milano prima e in Francia poi, per dissuadere Luigi XII dal tenere un concilio a Pisa. Ma stavano accadendo fatti ai quali né le personali energie del segretario né l'intera Signoria di Firenze potevano porre un riparo: Giulio II, riconciliatosi con Venezia, nell'ottobre 1511 aveva proclamato la lega Santa con la repubblica di San Marco e il re di Spagna per cacciare i francesi dall'Italia. A Ravenna il 12-IV-1512 i francesi riportarono una vittoria sui collegati, il cui nerbo era costituito dagli spagnoli. Sul campo cadde il giovane comandante Gastone di Foix. La Francia aveva vinto una battaglia, ma perduto la guerra: le si misero contro anche il re d'Inghilterra e l'imperatore, e fu costretta a ritirare le sue truppe dalla pianura padana. Venuto a mancare l'appoggio del forte e tradizionale alleato, il destino della Repubblica fiorentina era segnato: contro Firenze non tardò a marciare l'esercito spagnolo comandato da Raimondo di Cordova: il 29-VIII-1512 fu presa e messa a sacco Prato, dove l'ordinanza del Machiavelli diede una prova infelice. Due giorni dopo Piero Soderini cedette il potere e lasciò Firenze, dove entrarono i Medici. Due deliberazioni del 7 e del 10 novembre destituivano da ogni ufficio il Machiavelli, che fu obbligato per un anno al confino in territorio del contado, condannato a versare una malleveria di mille fiorini d'oro, somma per lui enorme, venne inquisito per il denaro maneggiato negli anni del suo ufficio e sottoposto persino alla tortura, perché il suo nome stava scritto nell'elenco degli affiliati alla congiura antimedicea di Agostino Capponi e Pierpaolo Boscoli. Risultò innocente, e sperò di venire riabilitato quando, l'11-IV-1513, il cardinale Giovanni de'Medici fu eletto papa assumendo il nome di Leone X; infatti Giuliano, fratello del pontefice, al quale era toccata la reggenza di Firenze, educato dal Poliziano simpatizzava per i letterati. Ma le speranze furono deluse. Dovette lasciare la città per stabilirsi nel suo podere dell'Albergaccio a Sant'Andrea in Percussina, a due miglia da San Casciano. Vi stette otto mesi, fino al principio di febbraio del 1514: fu allora che mise mano ai Discorsi e al Principe e probabilmente riprese il Decennale secondo, già iniziato qualche anno prima, con l'intenzione di completare il racconto storico che aveva steso sino agli eventi del 1509, e a quelli si arrestò.

Le lettere d'ufficio scritte durante le legazioni basterebbero a fare conoscere un uomo di raro acume politico. Alcuni scritti composti non per dovere d'ufficio danno ancor meglio l'idea di un'intelligenza acuta e libera: sono specialmente quelli già menzionati sul modo di trattare i popoli della Valdichiana, su come il Valentino si sbarazzò dei suoi nemici, il Decennale primo. Qui si riconosce bene la capacità di giudicare la politica senza prevenzioni moralistiche e di estrarre dai fatti norme di valore assoluto. Nello scritterello sulla Valdichiana, che è dell'estate 1503, per di più, la politica di Roma antica veniva già assunta come esempio sempre attuale. Ma fu necessario l'ozio forzato dell'Albergaccio, post res perditas, per trasformare colui che si credeva nato per l'azione in un grande teorico della politica. Quale sia stata la vita di Machiavelli durante i mesi del confino risulta particolarmente dal carteggio con Francesco Vettori, che è del resto una delle sezioni eccellenti del libro delle lettere, tutto appassionante. Famosissima è la lettera del 10-XII-1513, nella quale Machiavelli annunziava all'amico di avere composto «uno opuscolo De principatibus», nel quale si era impegnato per quanto poteva «nelle cogitazioni di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e'si acquistono, come e'si mantengono, perché e'si perdono».
Che Machiavelli fosse ben legato alla cultura fiorentina è stato dimostrato in modo incontrovertibile; ma dire cultura fiorentina, per un intellettuale operante nei primi decenni del sec. XVI, può essere definizione ambigua o almeno troppo vaga. Dal platonismo che ebbe il suo più insigne maestro in Marsilio Ficino, e che costituisce una prerogativa notevolissima della Firenze di allora, Machiavelli non fu nemmeno sfiorato; come non ebbe niente in comune con i grecisti e grecizzanti pure fiorenti nella Firenze del primo Cinquecento. La cultura alla quale si legava era quella dei mercanti, dei banchieri, degli uomini d'affari, che, dal Trecento, assicuravano alla piccola Firenze la potenza del denaro, pur nell'infuriare di lotte di fazioni, nelle quali i colpi più bassi non venivano risparmiati: era la Firenze che aveva fatto della sua moneta sui mercati internazionali quello che sarebbero state ai nostri giorni le così dette monete forti. Quegli uomini d'affari scrivevano qualche volta con molto vigore i loro ricordi ad uso dei figli e degli eredi, ma non sapevano niente né di Platone né di letteratura greca; leggevano invece Boccaccio e magari Dante; amavano sopra tutto gli autori del filone realistico, comico, burlesco, tra i quali teneva la palma Luigi Pulci. Anche in questi gusti letterari Machiavelli fu solidale con quella cultura. D'altra parte nei protocolli delle consulte e pratiche della Repubblica fiorentina dal tempo di Savonarola al ritorno dei Medici si constata che molte delle idee del Machiavelli politico erano argomenti dibattuti nei consessi politici fiorentini: come quella di godere del «beneficio del tempo» nelle situazioni dubbie, la fiducia nella ragione e nella iniziativa degli uomini, limitata peraltro dal senso di qualche cosa che stava ben al di sopra della volontà umana e che veniva designato secondo i casi come Necessità , Fortuna, Dio. Persino alcune espressioni colorite, che colpiscono nella prosa machiavelliana, si trovano nei protocolli delle consulte e pratiche. Se molti fili legano Machiavelli alla cultura politica e ai gusti stessi della sua Firenze, è peraltro vero che tra i suoi precursori e lui esiste un salto molto forte. Machiavelli, p. es., era recisamente contrario al principio di godere il beneficio del tempo, del quale i reggitori fiorentini si erano fatti pressoché una norma; egli stava dalla parte dei risoluti contro i respettivi. La Fortuna, nonostante alcune oscillazioni teoriche che si ha da constatare nei luoghi in cui ne tratta, dove veniva da lui contrapposta dialetticamente alla Virtù, come la contrapponeva nel capitolo XXV del Principe, si faceva concetto molto più complesso e drammatico di quello che si riscontra nelle consulte e pratiche, dove venivano invocati la Fortuna o la Necessità o Dio.

Il pensiero politico del Machiavelli fu pensiero in continua evoluzione, con la forte coerenza che è propria tuttavia dei grandi ragionatori. Solo se lo si studia nelle sue fasi lo si capisce per quello che fu realmente. è vero che centro e vetta del pensiero machiavelliano sono contenuti nel Principe e nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Nel confino dell'Albergaccio Machiavelli cominciò a scrivere i Discorsi (la cui stesura e correzione si protrasse fin verso il 1519): li interruppe al capitolo XVIII del libro primo per scrivere di getto Il Principe. Più che ragioni esterne di convenienza, fu l'urgente e quasi prepotente richiamo alla situazione d'Italia al principio del secondo decennio del sec. XVI che portò a mettere mano al breve trattato e a scriverlo di seguito, tranne forse il capitolo finale, che però non venne aggiunto molto più tardi. La stessa storia romana, il grande modello che si era messo a riesaminare sistematicamente nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, gli insegnava che se nella fase matura la costituzione ideale di uno stato è quella repubblicana, fondata sulle leggi, gli stati vengono però fondati con la forza, e proprio dalla forza individuale di un principe: anche a Roma prima c'erano stati i re, la repubblica venne dopo. L'Italia dopo Agnadello, la lega Santa, la battaglia di Ravenna, se voleva salvarsi, doveva costituirsi in stato unitario, che potesse opporre una resistenza alle strapotenti monarchie occidentali, che l'avevano trasformata in un loro campo di battaglia. Quale dovesse essere il territorio di quello stato Machiavelli non l'ha mai dichiarato. Che ne escludesse la Sicilia e le altre isole è certo. Probabilmente egli pensava a uno stato che costituisse in unità la frantumatissima Italia centrale, dal Po al reame di Napoli. Quell'opera unificatrice poteva attuarla soltanto un principe, e un principe nuovo, o che tale risultasse per il compito del tutto nuovo che gli toccava assolvere. Ecco perché, pur distinguendo le varie forme di principato, il pensiero del Machiavelli va insistentemente al principato nuovo, e i modelli tra i principi moderni sono offerti essenzialmente dal Valentino, del quale lo scrittore aveva potuto osservare la politica spregiudicata, dalle decisioni rapide ed estremistiche, volpe ma anche leone, da Francesco Sforza che «per li debiti mezzi e con una gran virtù, di privato diventò duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne»; da Ferdinando il Cattolico, che da vero maestro della politica, «non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra è inimicissimo; e l'una e l'altra, quando e'l'avessi osservata, li arebbe più volte tolto o la riputazione o lo stato». Ferdinando il Cattolico poteva essere chiamato «quasi principe nuovo, perché d'uno re debole è diventato per fama e per gloria el primo re de'Cristiani; e, se considerrete le azioni sua, le troverete tutte grandissime e qualcuna estraordinaria. Lui nel periodo del suo regno assaltò la Granata, e quella impresa fu el fondamento dello stato suo. Prima, e'la fece ozioso e sanza sospetto di essere impedito: tenne occupati in quella li animi di quelli baroni di Castiglia, li quali, pensando a quella guerra, non pensavano ad innovare; e lui acquistava in quel mezzo reputazione et imperio sopra di loro, che non se ne accorgevano. Possé nutrire con danari della Chiesa e de'populi eserciti, e fare uno fondamento con quella guerra lunga alla milizia sua, la quale lo ha di poi onorato. Oltre a questo, per possere intraprendere maggiore imprese, servendosi sempre della religione, si volse a una pietosa crudeltà , cacciando e spogliando el suo regno de'Marrani, né può esser questo esempio più miserabile né più raro. Assaltò sotto questo medesimo mantello l'Affrica; fece l'impresa di Italia; ha ultimamente assaltato la Francia e così sempre ha fatte et ordite cose grandi le quali sempre hanno tenuti sospesi et ammirati li animi de'sudditi, et occupati nello evento di esse. E sono nate queste sua azioni in modo l'una dall'altra, che non ha dato mai, infra l'una e l'altra, spazio alli uomini di potere quietamente operarli contro». L'aggettivo «miserabile» accoppiato a «raro», a proposito della persecuzione dei marrani, è una spia delle reazioni morali del freddo osservatore della politica, e anche questo sta a provare che il ritratto di Ferdinando il Cattolico non ha subìto nessuna idealizzazione; mentre nell'illustrare la condotta del Valentino il Machiavelli, in certo senso, ha idealizzato il suo eroe, addebitando alla fortuna avversa la sua fine disonorevole, e attenuando la responsabilità degli errori che commise alla morte del padre. E questo risulta tanto più vero, se si confronta il modo nel quale è narrata la storia di Cesare Borgia nel capitolo VII del Principe con i giudizi di ben diverso tenore espressi in altri scritti.

Anche l'attenzione particolarmente rivolta alla storia contemporanea e recente conferisce al Principe quel carattere di libello di politica militante che gli è stato riconosciuto. Ma per dimostrare i suoi assunti Machiavelli non rifiutava gli esempi tratti dalle storie antiche e addirittura da una storia che si confonde con la leggenda, come dove nomina Mosè, Ciro, Romolo, Teseo. Questo non gli avviene di norma di fare nei Discorsi, i quali non hanno il folgorante vigore stilistico del Principe, ma sono opera più complessa. Che si fondino sui fatti narrati nella prima deca di Tito Livio e quindi essenzialmente sulla storia di Roma repubblicana, non significa che essi siano un trattato sulle repubbliche, e che quindi si dia tra i Discorsi e il Principe una contraddizione. Due, come abbiamo detto, erano, secondo Machiavelli, i momenti storici degli stati in ascesa: quello della fondazione e quello successivo, nel quale la costituzione è garantita dalle leggi. Anche argomenti discussi nel Principe tornano nei Discorsi, dalla funzione della religione al problema della forza militare quale garanzia d'indipendenza. Nell'insieme però il libro è un poderoso trattato sulla politica, i suoi mezzi, i suoi fini, condotto non come un pedestre commento a Livio, bensì come un'indagine che, mentre rifiuta la sistematicità artificiosa dei trattati di politica antichi e medievali, si svolge secondo una logica antidogmatica e induttiva. Non è vero, come asseriva Filippo Nerli, che Machiavelli scrisse i Discorsi «a istanza» di Cosimo Rucellai e dei suoi amici. Prima di tutto Machiavelli cominciò a scriverli quando era confinato a San Casciano, e poi fu lui che comunicò ai giovani amici che si adunavano nel giardino di casa Rucellai il frutto delle sue meditazioni, non furono loro che gli diedero l'imbeccata.

Quando tornò a Firenze e invano sperò di essere impiegato in qualche ufficio da Giuliano de'Medici e poi dal giovane Lorenzo, l'occupazione a lui più congeniale furono le conversazioni degli Orti Oricellari, anche se egli restava così allegro compagno da dilettarsi di frequentare ambienti di più basso livello: più di tutti la bottega di Donato Del Corno e la casa della Riccia alla quale rubava qualche bacio «alla sfuggiasca». Tempo per pensare e per scrivere ne ebbe. Gli incarichi nei quali sperava infatti non gli toccarono. Solo nel luglio del 1520, per conto di ricchi mercanti fiorentini, fu mandato a Lucca a salvare il salvabile dal fallimento di Michele Guinigi, e l'ordine ufficiale fu firmato dal cardinale Giulio de'Medici, il quale, dopo la morte di Lorenzo il Giovane (4-V-1519) reggeva come vicecancelliere e longa manus del papa Leone X le sorti dello stato. Perciò il decennio successivo alla fine del regime repubblicano e alla destituzione da segretario della seconda Cancelleria, è quello nel quale la sua attività di scrittore fu più intensa. Non solo scrisse i Discorsi e i dialoghi dell'Arte della guerra (composti fra il 1519 e il 1520), che pur avendo come ambiente gli Orti Oricellari e come interlocutori il famoso condottiero Fabrizio Colonna, Cosimo Rucellai, Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni contengono la dettagliata esposizione delle idee personali dell'autore circa l'organizzazione e l'impiego delle milizie, esposte qui sistematicamente e con abbondanza di dettagli tecnici, che non potevano trovare largo spazio non solo nei capitoli centrali del Principe, ma nemmeno essere svolte, con tanta minuzia nei Discorsi, nei quali i problemi militari vengono più volte affrontati. Post res perditas, in meno di un decennio Machiavelli scrisse anche il più e il meglio delle opere letterarie. Abbiamo suoi componimenti in versi addirittura anteriori al 1500, di fattura non eccellente dove svolge temi encomiastici e di circostanza, notevoli già dove dà sfogo alla vena veramente sua, satirica e realistica. Da porre fra il 1506 e il 1510 sono poi i quattro Capitoli : tre Dell'ingratitudine, Di fortuna, Dell'ambizione di ragguardevole ampiezza, e uno breve Dell'occasione che è libera traduzione da Ausonio. Di valore letterario modesto, i Capitoli hanno tuttavia un significato per idee che portano netto il marchio del geniale moralista, amaro osservatore degli uomini e lettore attento delle storie. La stessa Novella di Belfagor arcidiavolo, che non fu composta in anni giovanili, come è stato sostenuto con argomenti degni di rispetto, nacque probabilmente come svago nel tempo affaccendatissimo del segretariato; e nella sovrabbondante produzione novellistica del secolo quest'unica novella di messer Niccolò, che ebbe poi la mala sorte di passare per opera del Brevio e del Doni, s'impone per la sua originalità . Non la trama, derivata da un testo latino medievale attraverso la traduzione francese di Jean Le Fèvre, e nemmeno la satira antiuxoria, abbastanza sfruttata in secoli di novellistica, fanno il pregio del Belfagor ; ma quello che Machiavelli vi mise di veramente suo. Prima di tutto il conciliabolo dei demoni, dal quale viene la designazione di Belfagor a vivere tra gli uomini per verificare se davvero le mogli sono la causa di tutti i peccati: la descrizione è un'arguta caricatura dei consessi politici, con la loro eloquenza d'apparato e la loro logica non sempre perfetta. C'è poi un quadro tanto fedele quanto malizioso della ricca borghesia fiorentina, e alla fine il divertimento di fare del contadino Gianmatteo del Brica uno che ne sa più del diavolo, che è un bel rovesciamento della satira dei villani zotici, sporchi, ignoranti, per secoli sfruttata nella letteratura comica dal Medioevo al Rinascimento.
Che Machiavelli trovasse un po'di tempo per dare sfogo alla sua vena di letterato anche negli anni tutt'altro che pacifici e facili degli uffici pubblici sta a provare che quella della letteratura era in lui una passione nativa. Ma come fu necessario il confino di San Casciano perché mettesse mano ai Discorsi e al Principe, così l'inerzia alla quale si trovò costretto dopo il ritorno dei Medici fu propizia alla creazione dei capolavori letterari. Le date di composizione non sono tutte ben sicure. Certo Machiavelli prima attese alla traduzione dell'Andria, e non fu lavoro sprecato. Con la riduzione di Terenzio in un fiorentino spigliato si fece meglio la mano al linguaggio comico e al dialogo; la traduzione costituì insomma quell'esercizio letterario che, negli scrittori di genio, può essere una buona preparazione a trattare poi una materia propria. Rimase in tronco il poemetto in terzine L'Asino, tramandato a lungo nelle stampe col titolo inesatto di Asino d'oro. Forse proprio dove si interruppe, Machiavelli avrebbe cominciato a trattare una materia più interessante. Anche se maneggiare i versi non era precisamente affar suo, è però indicativo del suo gusto e del modo nel quale si mescolavano in lui interessi disparati avere dato il meglio di questa operetta dove racconta l'avventura con una bionda e invitante allieva di Circe e dove, su tutt'altro registro, affronta con intenti satirici, ma purtroppo sotto allegorie non facilmente decifrabili, la politica contemporanea. Nonostante proposte per nulla convincenti di togliergliene la paternità , è sicuramente suo il Discorso intorno alla nostra lingua. Alcune proposizioni estremistiche che vi sono sostenute sono inaccettabili. Basti per tutte l'affermazione categorica che unica lingua adatta alla commedia, per la sua naturalezza e la sua schiettezza, era la fiorentina. La smentita, per non dire d'altro, viene dall'opere del contemporaneo Ruzante, che fiorentino non era, né volle fiorentineggiare, anzi in difesa della snaturalité, ebbe molto a ridire sulla lingua moscheta e sulle smancerie toscane e toscaneggianti. Ma non solo brillante, anche acutissima è la difesa del fiorentino fra tutte le parlate italiane, fondandone il primato sull'eccellenza naturale, e innanzi tutto sulla finezza e finitezza del suo lessico e della pronuncia: tesi rispondente alle concezioni naturalistiche dell'autore, scientificamente giusta: il grande glottologo G. I. Ascoli l'avrebbe convalidata, dimostrando come in Firenze e in Toscana il latino fosse stato conservato nella sua migliore purezza. Machiavelli non disconosceva la funzione dei grandi trecentisti, che avevano assicurato il primato letterario del fiorentino. Sul vero carattere della fiorentintà è però essenziale il dialogo tra messer Niccolò e Dante, che si inserisce nel Discorso (e che ha portato a dargli il titolo arbitrario di «Discorso o Dialogo»): vi è dimostrata l'inconsistenza delle tesi contenute nel De vulgari eloquentia sul volgare illustre e curiale, come le aveva rimesse in circolazione il Trissino. Oltre il resto però questo dialogo è una bella scena di commedia, e per esso e per l'interesse preminente, se non esclusivo, per il linguaggio comico, il Discorso, originalissimo tra i molti e non vani scritti sulla questione della lingua, si pone come una premessa, o giustificazione che dir si voglia, di quell'opera geniale che è la Mandragola : venne scritto in autunno, come si legge nel testo, a ridosso della commedia che è del 1518. Risulta quindi che i capolavori letterari del Machiavelli sono anche saldamente legati tra loro. Posteriore al periodo abbastanza ristretto nel quale si collocano questi maggiori scritti letterari è soltanto la Clizia, la quale non ha certo l'originalità della Mandragola ; è tuttavia una commedia di buon livello. A ricercatori di fonti un poco ottusi è potuta sembrare soltanto un adattamento della Casina plautina; ma mentre la Casina, secondo l'ineccepibile definizione di C. Marchesi, è una «comicissima e licenziosa pochade dell'antichità », la commedia di Machiavelli, rappresentando la sbandata del vecchio Nicomaco, che s'incapriccia della giovinetta Clizia, ha ben poco di buffonesco, e non ha niente da spartire con le troppe commedie che mettevano in burla vecchi innamorati. La presenza di Sofronia moglie di Nicomaco, la sua comprensione priva d'indulgenza ma ricca di umanità per la mattana del marito, trova in non pochi momenti note, se non di malinconia, di pensosa tristezza; e questo in Plauto non c'è per nulla. Per stare però agli anni dell'Andria, dell'Asino, del Discorso intorno alla nostra lingua e della Mandragola, oltre la connessione esistente tra queste opere, è da considerare che l'esercizio letterario ebbe anche come conseguenza di dare un'impronta più letteraria alla prosa del trattatista. Lo stile di Machiavelli è troppo personale per non avere sempre una sua coerenza; ma certo l'Arte della guerra è in ogni senso l'opera sua letterariamente più sostenuta: letteraria non solo nella sua forma di dialogo che ha più rispondenza con i dialoghi ciceroniani che non con quello che poté effettivamente svolgersi negli Orti Oricellari; ma letteraria anche nella compostezza della sintassi e nel lessico stesso che non presenta la magnifica mescolanza di dialettale e di cancelleresco, di popolare e di latineggiante che è molto forte nel Principe, ma che si riscontra anche nei Discorsi.
Agli scritti letterari dettati dopo la destituzione dalla cancelleria sono però da accostare molte delle lettere familiari, nelle quali, come egli stesso osservava scrivendo a Francesco Vettori, dal trattare questioni serie e meditate, tutte «onestà e grandezza», passava allo scherzoso, al leggero, al licenzioso, ma sopra tutto raccontava i fatti e ritraeva le persone con l'estro vivacissimo di un grande autore di commedie. Vena e stile di grande artista Machiavelli li ebbe dunque senza dubbio. è però da respingere recisamente la tesi di coloro che pretendono di fare di lui un poeta. è questa una tesi clericale. Oggi sarebbe troppo sciocco condannare Machiavelli perché «mariolo», come sembrava al manzoniano don Ferrante, il quale ammetteva almeno che il «celebre segretario fiorentino» fosse anche «profondo». Farne un poeta è tentarne una castrazione. Machiavelli fu e resta grande come pensatore: è probabilmente il più grande teorico della politica di ogni tempo. Le sue doti di artista, che si riconoscono anche negli scritti teorici e storici, e più nel Principe, composto di getto in un momento di fervida ispirazione, sono della specie di quelle che possedettero pochi altri filosofi alla cui nascita assistette propizia la musa della poesia: Platone insegni per tutti.
Nelle lettere l'estro artistico si manifestò anche quando allo scrittore, avanti negli anni, mancarono corrispondenti quale era stato il Vettori e, dopo avere sperato in incombenze politiche gratificanti, ebbe incarichi non in tutto rispondenti alla sua attesa. Con delibera dell'8-XI-1520 fu assoldato per scrivere la storia di Firenze e, per il modo stesso nel quale gli fu assegnato quel lavoro, sperò che altri uffici gli fossero affidati. Aveva chiesto ai Medici che lo impiegassero magari «a voltolare un sasso»; ma la prima missione che gli fu data non era esaltante: dovette andare a Carpi al Capitolo generale dei frati minori per ottenere che i conventi minoriti del territorio fiorentino fossero separati dagli altri di Toscana, e per chiedere che fosse mandato a Firenze per la Quaresima il fiorentino Giovanni Gualberto detto il Rovaio. Nel viaggio per Carpi sostò a Modena, e s'incontrò con Francesco Guicciardini, che vi risiedeva come governatore, e da allora ebbe inizio l'amicizia tra i due grandi uomini. Nel'22, quando venne scoperta la congiura contro il cardinale Giulio de'Medici, capeggiata dagli amici degli Orti Oricellari Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni, Machiavelli ebbe a temere di venire accusato di essere almeno al corrente delle macchinazioni. Fu un dolore poi la morte del fratello Totto, e visse in apprensione per la moria che imperversava a Firenze: il 27-XI-1522 fece il suo secondo testamento. Le speranze si rinfocolarono quando l'anno dopo, morto Adriano VI successore di Leone X, dal conclave uscì eletto papa Giulio de'Medici (18-XI-1523), che prese il nome di Clemente VII.

Intanto, cessate del tutto le riunioni degli Orti Oricellari, trovò un diverso e riposante rifugio nell'orto di Iacopo Falconetti, detto dal mestiere col quale si era arricchito il Fornaciaio, fuori Porta San Frediano. Lì Machiavelli era richiamato, oltre che dai buoni banchetti, dalla presenza di una donna, la Bà rbera, che a lui cinquantaseienne riscaldò i sensi e la fantasia. In quell'ambiente, per compiacere al Fornaciaio, che voleva mettere in scena uno spettacolo, scrisse nel 1525 la Clizia, quasi come un diversivo dal penso delle Istorie fiorentine. Con la nomina a pontefice di Clemente VII vennero anche alcuni incarichi di un certo prestigio: fu mandato nel 1525 presso il Guicciardini, che risiedeva a Faenza come presidente delle Romagne, per proporgli di arruolare soldati del luogo, e se la proposta non ebbe seguito per il rifiuto dell'amico più disincantato osservatore della realtà , tra i due fu quella una nuova occasione d'incontro. Un'altra ci fu al ritorno da una missione a Venezia. Incarichi di maggiore soddisfazione gli vennero nel 1526: la nomina, in aprile, a provveditore e cancelliere del nuovo magistrato istituito a Firenze dai Procuratori alle mura; successivamente una missione importante in Lombardia, dove i collegati di Cognac guerreggiavano contro l'imperatore Carlo V. Fu allora che conobbe Giovanni de'Medici, che di lì a poco sarebbe morto nella valorosa resistenza opposta alle truppe imperiali. In frangenti drammatici, che dovevano concludersi con il sacco di Roma, ebbe incarichi che lo obbligarono a spostarsi in varie parti, e lo portarono più di una volta accanto al Guicciardini. Così il fiero repubblicano spendeva le sue ultime energie al servizio dei Medici.
Ma dal 1520 al 1525 il grande impegno fu la stesura delle Istorie fiorentine. Quanto è ovvio che sempre il Machiavelli fu attento alla lezione delle storie, nei Decennali, nel Principe, nei Discorsi, in scritti minori, altrettanto è vero che, se non fosse stato assoldato dagli ufficiali dello Studio per due anni con incarichi da stabilire a loro beneplacito ma con quello preciso di scrivere la storia di Firenze, di sua iniziativa quell'uomo di genio non si sarebbe dato a stendere l'opera di grave impegno. Peraltro che egli fosse pago dell'incarico, per il quale non percepiva un compenso ragguardevole, ma che gli faceva sperare altre mansioni, è provato, oltre che dalle lettere, dalla rinuncia ad accettare l'ufficio di segretario di Prospero Colonna, avanzato tramite l'ex gonfaloniere Piero Soderini con una lettera del 13-IV-1521. Lo stipendio sarebbe stato ben più consistente, ma messer Niccolò avrebbe dovuto lasciare Firenze e adattarsi a una vita di cortigiano, per la quale non si sentiva fatto.
Non è attendibile che per dimostrare doti di storico avesse scritto nel soggiorno a Lucca la Vita di Castruccio Castracani. Questo potevano dirglielo e anche crederlo Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni, destinatari dell'operetta. Machiavelli non aveva bisogno di farsi passare per storico e ottenere la fiducia degli ufficiali dello Studio e del cardinale scrivendo un romanzetto di quella specie. La Vita di Castruccio è da collocare nella serie degli scritti letterari composti post res perditas. Uno svago da non prendere in troppa considerazione, nemmeno per quello che riguarda lo stile. Da letterato di mestiere Machiavelli aveva scritto ben di meglio con l'Arte della guerra. Antecedente immediato delle Istorie fiorentine è se mai il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze del 1520, nel quale veniva già abbozzata quell'interpretazione della storia della sua città che avrebbe dato impronta originalissima ai primi libri delle Istorie, la cui preparazione era però più remota: sta nei Discorsi, nei quali venivano esaminati, senza prevenzioni moralistiche, le lotte delle classi a Roma, tenendo presenti i lunghi contrasti di sètte e fazioni che avevano accompagnato la storia di Firenze e che, a suo giudizio, le avevano dato un carattere tutto suo. Così egli rifiutava la tesi a lungo invalsa, da Dino Compagni a Dante, da Marchionne di Coppo Stefani a Leonardo Bruni, i quali agli scontri delle fazioni attribuivano la causa nefasta delle continue crisi di Firenze. Machiavelli aveva saputo distinguere tra l'ideale etico e religioso della pace, che aveva trovato un teorico autorevolissimo in Marsilio da Padova autore del Defensor pacis, e la realtà della politica, che si fonda sulla volontà di potenza. Questa idea, già esplicita nei Discorsi, venne ripensata e approfondita nelle Istorie. Il disegno primitivo dell'opera, come racconta l'autore stesso nel principio del Proemio, si trasformò proprio perché l'interesse venne a gravitare sui secoli antichi, che erano stati quelli delle lotte per la costituzione della repubblica. Pur servendosi di quello che avevano scritto il Bruni e il Bracciolini, era su quel lungo periodo che Machiavelli dissentiva dalla interpretazione e dal modo stesso della narrazione dei suoi predecessori. L'attenzione rivolta alle lotte tra i grandi e il popolo, con l'implicito confronto con le lotte tra patrizi e plebei in Roma, segnando però nettamente le differenze, portava a vedere sì i troppi aspetti negativi della storia di Firenze rispetto a quella di Roma, ma «per quanto è lecito le cose piccole alle grandi uguagliare» anche a riconoscere il punto di vantaggio della Firenze comunale sulla Roma repubblicana, che consistette in questo: le lotte interne di Roma «da una ugualità di cittadini in una disugguaglianza grandissima quella città condussono; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile egualità l'hanno ridutta». Se scrivere storia è fare opera di pensiero, non c'è dubbio che le Istorie fiorentine sono un'opera grande. I limiti del Machiavelli storico sono stati denunciati a sazietà , a cominciare dai lettori del Cinquecento. Machiavelli non ebbe la passione, che pure deve esserci nello storico di razza, della ricerca archivistica ed erudita, non registrò le date, non equilibrò le parti come avrebbe fatto uno scrittore più preoccupato della struttura generale dell'opera, non si guardò dall'alterare gli stessi dati in suo possesso, e non solo quando, per battere il chiodo della dannosità delle milizie mercenarie, di fatti d'arme in cui c'erano stati morti e feriti fece delle scaramucce incruente, ma anche in luoghi nei quali non si capisce bene perché si sia allontanato dalle sue fonti d'informazione. La composizione delle Istorie si protrasse però a lungo, non senza momenti d'insofferenza e di stanchezza. Clemente VII seppe tuttavia giudicare da intenditore quando dimostrò il suo gradimento ricevendo nel 1525 l'opera: sulla sua cassa personale fece all'autore un donativo di centoventi ducati d'oro, che furono tanta manna per messer Niccolò che non navigò mai in buone acque. E dimostrò larghezza di vedute, perché le Istorie fiorentine non erano una celebrazione di casa Medici; anzi ribadivano le idee repubblicane e le simpatie per il popolo, di cui Machiavelli non aveva fatto mistero negli scritti politici.
Con le Istorie fiorentine Machiavelli si prese il grande commiato dalla sua carriera di scrittore. Le vicende di anni molto difficili lo distolsero dallo scrivere altro. Quando a Firenze vi fu la breve restaurazione del regime repubblicano, si illuse di potere riavere il posto che aveva tenuto nella seconda Cancelleria. Gli fu preferito il mediocre Francesco Tarugi, che con i Medici si era compromesso più di lui essendo stato per due anni segretario dei cessati Otto di Pratica. Ma la fine era imminente: si riacutizzò la malattia gastro-intestinale della quale soffriva da anni, e la morte sopravvenne il 21-VI-1527.