Vega, Lope de

Drammaturgo spagnolo (Madrid 1562 - ivi 1635).Trascorse una vita turbinosa, percorsa da passioni accese e da una febbrile attività letteraria. Un’avventura galante di gioventù fu la causa di una condanna all’esilio dal regno di Castiglia che egli non rispettò: rientrò infatti a Madrid dove sposò Isabel de Urbina, con cui visse a Valencia fino alla sua morte nel 1594. Nel 1598, di nuovo a Madrid, si risposò con Juana de Guardo, ma continuò una relazione extraconiugale con Micaela de LujÁn, seguita poi da altre donne. Mancata la moglie e in preda a una forte crisi spirituale, nel 1613 prese gli ordini sacerdotali, ma un anno dopo si innamorò di una donna sposata, Marta de Nevares, con cui convisse e che, divenuta cieca e pazza, gli amareggiò gli ultimi anni di vita. Fu oggetto di un'ammirazione popolare smisurata. Il suo ingegno fu di una fertilità stupefacente: sebbene il suo nome sia legato soprattutto alla storia del teatro, coltivò con fortuna tutti i generi letterari.

La sua vasta produzione in versi, dall’emulazione dell'Ariosto (La hermosura de Angélica, La bellezza di Angelica, 1602) o del Tasso (La Jerusalén conquistada, 1609), ai poemi religiosi (El Isidro, 1599), burleschi (La Gatomaquia, La Gattomachia, 1634), pastorali, alle liriche, religiose o profane (Rimas, Rime, 1604), che rappresentano, insieme col teatro, la parte più viva della sua opera, è caratterizzata da un forte soggettivismo per cui l'autore si riferisce di continuo ai casi della sua vita, gioisce e piange sui suoi amori, si confessa e mostra un sincero pentimento delle sue colpe. Esordì nella prosa con un romanzo pastorale, La Arcadia (1598), e ancora pastorale, ma in chiave religiosa, è Los pastores de Belén (I pastori di Betlemme, 1612). Al romanzo bizantino s’ispira invece El peregrino en su patria (Il pellegrino nella sua patria, 1604 e 1618), mentre l'influsso italiano è ravvisabile nelle quattro novelle inserite ne La Filomena (1621) e La Circe (1624). Una singolare opera in prosa è infine La Dorotea (1632), che ha struttura dialogica ma andamento narrativo e che racconta, sotto finti nomi, la storia del suo amore giovanile per Elena Osorio.

La fama di Vega, che i contemporanei esaltarono come «la Fenice degli ingegni», è affidata alla sua opera di drammaturgo. Più di quattrocento sono le «commedie» (con questo nome si definiva all'epoca qualsiasi composizione teatrale in tre atti) di Lope pervenuteci. Quando Lope si affaccia alla scena spagnola, questa sta vivendo una stagione primitiva e sperimentale. Lope non si curò troppo della sceneggiatura, ma in compenso elaborò a getto continuo testi paradigmatici coi quali creò scuola e stabilì la formula del teatro barocco. Nell'Arte nuevo de hacer comedias en este tiempo («Nuova arte di far commedie», 1609), Lope descrisse ironicamente la sua concezione teatrale, basata sull'esigenza di accontentare il pubblico. Per essa abbandona le unità aristoteliche e la legge della separazione degli stili, costruisce l’argomento delle sue opere sul conflitto tra amore e onore e soprattutto accumula fitte sequenze di peripezie. Porta così sulla scena una vicenda rapida e travolgente, con personaggi privi di spessore perché tutti al servizio dell'azione. Questa commedia era in grado di essere apprezzata dagli spettatori di tutti i livelli sociali e culturali: se il pubblico più raffinato gustava le sottili arguzie intessute di platonismo del galÁn (l'attor giovane, l'amoroso) e della dama, il popolino partecipava alle battute del gracioso (il servo) che opponevano ai languori sentimentali dei padroni una visione realistica dell'esistenza. Peraltro Lope immetteva nelle sue opere tanto il ricco patrimonio di leggende popolari quanto elementi desunti dalla storia, dalla letteratura, dalle scienze, dalla teologia, grazie ai quali convertiva il suo teatro in un vasto mezzo di diffusione culturale. Le costanti allusioni alla realtà spagnola contemporanea, con le sue prospettive esistenziali, faceva della rappresentazione una celebrazione dei valori comuni a tutto il suo pubblico. Questa forte coesione del gigantesco corpus della drammaturgia lopesca giustifica la denominazione di «teatro nazionale», pur nell'eccezionale varietà dei temi: vi si trovano autos sacramentales e commedie religiose; mitologiche o sulla storia greca e romana; altre si ispirano a vari generi letterari: commedie picaresche, pastorali, cavalleresche, novellesche, come la perfetta tragedia El castigo sin venganza (La punizione senza vendetta). Molte sono le commedie dette semplicemente de enredo, d'intreccio, che narrano una vicenda amorosa, la quale, dopo numerosi contrasti, equivoci, agnizioni, si conclude nelle nozze del galÁn e della dama (El perro del hortelano, Il cane dell'ortolano). Quelle più riuscite sono le opere ispirate alla storia della Spagna, specialmente quelle in cui Lope mette in scena un re giustiziere che protegge il popolo contro i soprusi dei nobili. Spiccano in questo gruppo El caballero de Olmedo (Il cavaliere di Olmedo) e le «popolari» PeribÁñez y el comendador de Ocaña (PeribÁñez e il commendatore di Ocaña) e Fuente Ovejuna.