Seneca

Seneca , Lucio Anneo o il Filosofo Filosofo e scrittore (Córdobaca. 5 a. C. - Roma65 d. C.). Nacque a Córdoba alcuni anni prima dell'era volgare (l'esatta data di nascita non ci è tramandata) da L. Anneo Seneca il Retore e da Elvia: fu il secondogenito dei loro tre figli (il primogenito era L. Anneo Novato e il cadetto Anneo Mela, che fu poi il padre di Lucano). Venne portato a Roma ancora infante e lì compì la sua istruzione frequentandovi la scuola del grammatico e del retore e ricevendovi una formazione retorica. Sentì assai presto il fascino della filosofia e seguì con passione gli insegnamenti di Attalo, di Sozione e di Papirio Fabiano. Questi suoi maestri (di cui purtroppo conosciamo assai poco) appartenevano l'uno (Attalo) allo stoicismo, gli altri due (Sozione e Papirio Fabiano) a quella scuola dei Sesti, che, unendo elementi neostoici e neopitagorici predicavano uno stretto rigorismo morale, la ricerca della perfezione e l'astensione dalla vita pratica, e particolarmente dalla politica. Sotto l'influsso di questi filosofi e di queste correnti di pensiero, Seneca formò quel concetto di filosofia cui fu fedele per tutta la vita: una filosofia intesa soprattutto come attività che investe la sfera etica e mira all'elevazione spirituale. A essa si dedicò con entusiasmo, accettando anche pratiche ascetiche (come quella, di origine pitagorica e propugnata dalla scuola sestiana, dell'astensione dai cibi carnei). Da questa adesione troppo scrupolosa ai precetti filosofici lo distolse il padre, che non amava la filosofia. Così, dopo un lungo soggiorno in Egitto, Seneca fece ritorno a Roma (31 d. C.) e cominciò a prender parte attiva alla vita pubblica. Intraprese la carriera politica raggiungendovi la questura (negli ultimi anni di Tiberio, secondo alcuni studiosi, nei primi tempi del principato di Caligola, secondo altri). Divenne tuttavia ben presto inviso all'imperatore, che nel 39 (a seguito di un discorso giudiziario di Seneca, dicono le fonti) volle condannarlo a morte, e lo risparmiò solo per l'intercessione di una donna a lui molto cara, nella speranza che una grave malattia l'avrebbe ben presto ucciso. Nel 41, sotto Claudio, Seneca fu implicato, per istigazione di Messalina, moglie del principe, nel processo di adulterio contro Giulia Livilla, sorella di Caligola, e condannato alla relegazione in Corsica. In quest'isola rimase, fra dichiarazioni di stoica fermezza e inutili tentativi di ottenere il ritorno, fino al 49, quando, morta Messalina, fu richiamato a Roma per intercessione di Agrippina minore, sorella di Caligola e seconda moglie di Claudio. Costei gli fece ottenere la pretura e gli affidò l'educazione del figlio avuto da un precedente matrimonio con Gn. Domizio Enobarbo: L. Domizio Enobarbo, il futuro Nerone. Così Seneca, grazie al favore di Agrippina, che da lui si attendeva aiuto e collaborazione, si trovò, appena tornato dalla relegazione, in una posizione di grande prestigio. La sua potenza aumentò ulteriormente allorché Nerone, che era stato adottato da Claudio nel 50 e ne aveva sposato la figlia Ottavia nel 53, assunse nel 54, alla morte del principe, il potere imperiale. Seneca, infatti, opponendosi alle mire di Agrippina, che desiderava esercitare attraverso il figlio uno stretto controllo sugli affari pubblici, tentò, insieme con il prefetto del pretorio Afranio Burro, di influenzare e dirigere la politica del diciassettenne imperatore. Egli proponeva al giovane monarca il modello, creato dallo stoicismo, del rex iustus e non si stancava di consigliargli clemenza, moderazione, mitezza, liberalità, affabilità. La serie di saggi provvedimenti volti a ridare un certo prestigio al senato e a ottenere il favore della plebe che caratterizzarono i primi anni del principato (Nerone) sembra dimostrare che il tentativo di Seneca ebbe successo, anche se egli dovette scendere a compromessi e giustificare azioni che non poteva approvare, come l'assassinio di Britannico, figlio di Claudio e di Messalina, ordinato da Nerone nel 55. In questo periodo il nostro filosofo ricoprì la carica di console suffetto, mentre partecipavano al governo illustri personalità della classe senatoriale, come Trasea Peto, stoico intransigente e noto per la sua fermezza morale, e suo genero Elvidio Prisco (che furono rispettivamente console suffetto e tribuno della plebe nel 56). Tuttavia la situazione a poco a poco cominciò a sfuggire di mano a Seneca e a Burro, giacché l'imperatore tendeva sempre più ad affermare la sua indipendenza, incitato in ciò dall'ambizione di Poppea Sabina, la donna di cui nel 58 era divenuto l'amante. La posizione del nostro autore divenne perciò sempre più difficile, finché il matricidio, che concluse il dissidio fra Nerone e Agrippina, lo pose di fronte a una difficile scelta (59 d. C.). Ancora una volta egli preferì accettare l'azione del principe e lo giustificò, scrivendo anzi a suo nome una lettera al senato, in cui sosteneva che Agrippina, a seguito di un fallito tentativo contro l'imperatore, si era uccisa. Questa versione ufficiale fu subito e facilmente accettata da tutti i senatori: solo lo stoico Trasea Peto, uscendo dal senato, dimostrò il suo dissenso. Ancora una volta Seneca si era schierato con Nerone e ne era stato complice e strumento; questo suo atteggiamento però non gli giovò molto, giacché negli anni successivi perse ogni influenza. Nel 62 morì Afranio Burro e gli furono sostituiti nella carica di prefetto del pretorio Fenio Rufo e Ofonio Tigellino, uomo perfido e infame. Seneca si trovò quindi isolato, privo dei suoi antichi collaboratori e fatto segno di aspre critiche dai nuovi consiglieri imperiali. Decise perciò di ritirarsi a vita privata, chiese a Nerone il congedo e si isolò dedicandosi allo studio della filosofia. Nonostante questo suo stretto ritiro, Seneca, verso la fine del 62, fu accusato di cospirare contro il principe, ma poté dimostrare la propria innocenza e salvarsi. Questo invece non gli riuscì tre anni dopo, allorché, scoperta la congiura di Pisone, fu denunciato e, ricevutone l'ordine da Nerone, si uccise.