Sofocle

Insieme con Eschilo ed Euripide forma la triade dei grandi tragici della letteratura greca antica. Vissuto tra il 497 e il 406 a. C., nella sua lunga esistenza fu partecipe o spettatore di varie ed importantissime vicende storiche: la vittoria greca sui persiani, l'affermazione della potenza ateniese nell'età di Pericle, la guerra del Peloponneso e il conseguente declino della prosperità di Atene. Conobbe le personalità più notevoli del suo tempo e la trasformazione culturale che interessò la civiltà greca nel sec. V a. C., con il passaggio dalle certezze di una tradizione consolidata e confermata dalla vittoria sull'Oriente alle posizioni critiche del relativismo sofistico; Sofocle, peraltro, nelle sue tragedie esaltò sempre i valori tradizionali che avevano fatto grande Atene (amore di patria, fede negli dei, magnanimità, sopportazione eroica del dolore, fortezza di sentimenti e di senso morale) e ciò contribuì non poco alla stima e al successo enorme di cui godette presso i concittadini.
Nato nel demo di Colono, Sofocle discendeva dalla tribù Egeide ed era figlio di Sofillo, un fabbricante di armi che possedeva un'officina e parecchi schiavi alle sue dipendenze; non era nobile, ma grazie all'agiatezza della famiglia ebbe un'ottima istruzione e studiò musica con il celebre maestro Lampro. Per la sua prestanza fisica e per l'abilità nel danzare e suonare la cetra, a diciassette anni Sofocle fu scelto a guidare il coro di efebi nella festa solenne celebrativa della vittoria di Salamina (480 a. C.). La sua attività di tragediografo, iniziata verso il 470, ottenne il primo riconoscimento nel 468, allorché una giuria straordinaria composta dai dieci strateghi, fra cui Cimone, gli assegnò il primo posto in un concorso drammatico: Sofocle superò il grande avversario Eschilo con una tetralogia di cui faceva parte il Trittolemo, oggi perduto. A questa seguirono molte altre vittorie: nella sua fortunatissima carriera Sofocle primeggiò diciotto volte nei concorsi delle Dionisie e sei volte in quelli delle Lenee, e quando non vinse si classificò sempre al secondo posto. Dunque, il pubblico ateniese lo apprezzò più di Eschilo, con tredici vittorie, ed Euripide, con cinque.
Sofocle ricoprì anche cariche pubbliche: nel 443 fu ellenotamio, cioè tesoriere della lega di Delo; nel 441-440 fu stratego insieme con Pericle e partecipò alla guerra contro Samo: in tale occasione ebbe l'incarico, più diplomatico che militare, di cercare rinforzi a Chio e a Lesbo. A Chio conobbe il poeta Ione, il quale attesta che Sofocle «in politica non valeva molto né era particolarmente attivo: se ne occupava come un qualunque buon ateniese». Nel 428-427, durante la guerra del Peloponneso, fu di nuovo stratego insieme con Nicia; infine, nel 413 fece parte dei dieci probùli che prepararono la strada al governo oligarchico dei Quattrocento: sembra, però, che più tardi disapprovasse i provvedimenti antidemocratici di quel governo. Per quanto riguarda la vita privata del poeta, abbiamo una serie di notizie aneddotiche non sempre attendibili. Dalla moglie Nicostrate ebbe il figlio Iofonte, anche lui tragediografo ma assai mediocre; dall'etera Teoride ebbe un figlio illegittimo, Aristone, il quale generò Sofocle il Giovane, tragediografo di un certo talento. Iofonte, geloso dell'affetto che il vecchio Sofocle aveva per il nipote omonimo e preoccupato per il patrimonio familiare, citò in tribunale il padre, chiedendone l'interdizione per demenza senile. Ma Sofocle avrebbe letto davanti ai membri della fratria passi della sua ultima opera, l'Edipo a Colono, dimostrando con ciò il pieno possesso delle sue facoltà mentali. Se l'aneddoto è vero, sarebbe una delle pochissime volte che Sofocle recitò, seppure per necessità e fuori dalla scena; infatti fu il primo poeta tragico a non recitare più come attore: pare lo abbia fatto solo due volte in gioventù, sostenendo la parte di Tamiri perché occorreva un bravo citarista e quella di Nausicaa perché occorreva un buon giocatore di palla. Sulla sua morte si inventarono sciocche dicerie, come quella che sarebbe stato soffocato da un chicco d'uva; lo stesso avvenne anche per Eschilo ed Euripide. Risulta invece accertato da fonti epigrafiche che dopo la morte Sofocle fu venerato come un eroe con il nome di Dexione («accoglitore»), attribuitogli per aver accolto nella sua casa la statua del dio Asclepio durante il trasporto da Epidauro ad Atene, avvenuto nel 420. Agli dei Asclepio e Dexione fu dedicato un santuario presso l'Areopago. Gli ateniesi, dunque, consideravano Sofocle non solo sommo poeta, ma anche uomo religiosissimo, meritevole di culto e sacrifici annuali in suo onore. Abbiamo notizia che fondò un tiaso dedicato alle Muse e fu sacerdote di Alone, divinità poco nota e collegata, come Asclepio, con l'arte della medicina. La memoria di Sofocle rimase sempre viva ad Atene, e nel sec. IV a. C. per iniziativa dell'oratore Licurgo gli fu innalzata nel teatro una statua, di cui forse è copia la statua di marmo conservata oggi nel Museo Lateranense di Roma.