Joyce, James

Scrittore irlandese (Dublino 1882 - Zurigo 1941). Considerato unanimemente uno dei massimi prosatori di lingua inglese del Novecento e anzi l'iniziatore di un nuovo tipo di tecnica narrativa, Joyce nacque in un periodo particolarmente complesso della storia del suo paese, frastornato da un lato dalle lotte per l'indipendenza politica e, dall'altro, ricco di uomini destinati ad assumere un ruolo di primissimo piano nelle vicende culturali e letterarie inglesi. Joyce ricevette un'educazione rigidamente cattolica che lasciò una traccia indelebile nella sua vita e nelle sue opere. Un altro fattore importante nella sua formazione culturale e nelle sue esperienze dirette è la familiarità con la cultura europea, acquisita non soltanto attraverso letture ma anche grazie ai numerosi e prolungati soggiorni all'estero, soprattutto in Italia e in Francia. La «fuga» di Joyce dall'Irlanda fu per molti aspetti un gesto di ribellione tipicamente irlandese nei confronti degli inglesi occupanti e della chiesa romana. Del resto il suo alter ego Stephen Dedalus, protagonista del romanzo autobiografico Portrait of the Artist as a Young Man (Ritratto dell'artista da giovane; tr. it. di Cesare Pavese con il titolo Dedalus, Milano 1984 11), nello scrivere il proprio indirizzo su un risvolto del libro di geografia, aggiungeva, alla parola «Irlanda», «Europa. Il Mondo. L'Universo», sottolineando in tal modo l'indipendenza del suo paese dalla Gran Bretagna. La «cara sporca Dublino» costituisce tuttavia lo sfondo del primo volume di Joyce : una serie di racconti intitolata Dubliners (Gente di Dublino, Torino 1974; Milano 1986 7), dove, soprattutto in I morti, Pensione di famiglia e Il giorno dell'Edera, l'autore mostrava già in notevole misura il proprio valore.
Nel 1902 Joyce abbandonò comunque l'Irlanda e si trasferì a Parigi. In Francia rinunciò al progetto di studiare medicina, dedicandosi esclusivamente alla letteratura. Poté così completare gli studi, iniziati in precedenza allo University College di Dublino, centro di una brillante tradizione di cultura cattolica. Il Portrait si ricollega proprio a tali anni, fino alla partenza da Dublino, e, nella sua tendenza all'introspezione e all'egocentrismo e nell'uso di una tecnica «discorsiva», palesa già in maniera sintomatica alcune tendenze del Joyce narratore. Il primo volume pubblicato da Joyce fu tuttavia una raccolta di versi, intitolata Chamber Music (1907; Musica da camera, Venezia 1943), che Pound apprezzò a tal punto da voler in seguito introdurre una di tali poesie, I Hear an Army (Sento un esercito) nella sua antologia Des Imagistes (1914). Cominciava, per lo scrittore, la lotta accanita alla ricerca di un editore disposto a pubblicare le sue opere, di un tipografo disposto a stamparle, o addirittura di un paese disposto a lasciarle circolare: per anni i libri di quello che era ormai riconosciuto come un autore fondamentale per la letteratura inglese furono vietati o sequestrati o distrutti proprio nei paesi di lingua inglese. Joyce trascorse il suo primo decennio di esilio volontario a Trieste, ove condusse una vita abbastanza stentata come professore d'inglese alla Berlitz School, lavorando però alacremente alle proprie opere. A Trieste annoverò tra i suoi amici più intimi Italo Svevo, contribuendo non poco a divulgare all'estero la fama dello scrittore italiano. In quegli stessi anni entrò anche in contatto con Ezra Pound, che sarebbe ben presto diventato un suo fervido ammiratore e che si sarebbe battuto in tutti i modi per imporre Joyce al pubblico europeo e americano. L'amicizia tra i due letterati si protrasse per molti anni e si raffreddò soltanto all'epoca della stesura di Finnegans Wake (La veglia di Finnegans), ritenuto da Pound un lavoro del tutto incomprensibile e al di fuori della storia. Durante il soggiorno triestino, Joyce scrisse il dramma Exiles (1918; Esuli, Milano 1974), e i primi capitoli dell'Ulysses, che Pound riuscì a far pubblicare a puntate su riviste inglesi e americane.
Nel 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, lo scrittore si trasferì a Zurigo, dove lavorò a lungo alla composizione dell'Ulysses ; e dopo la guerra si trasferì a Parigi, dove il romanzo fu pubblicato, grazie all'aiuto di amici ed estimatori (in primo luogo Sylvia Beach), nel 1922 (Ulisse, Milano 1984 6). Fu un grande avvenimento letterario ma anche un'occasione non trascurabile perché da molte parti si gridasse allo scandalo, sia da un punto di vista morale sia da un punto di vista letterario. Joyce senza dubbio (e il Portrait ne è una conferma) era partito da un'esperienza naturalista, nella quale a poco a poco si erano venuti innestando elementi simbolisti destinati a imporsi gradualmente fino alla conquista di un realismo interiore. Per questo motivo Ulysses occupa una posizione focale nello sviluppo della cultura europea del Novecento. La struttura del romanzo si ricollega in parte alla grande tradizione del romanzo inglese del Settecento; mentre la tecnica narrativa, che giunge a uno degli strumenti chiave della prosa del Novecento, il «monologo interiore» o stream of consciousness (flusso di coscienza), porta alle estreme conseguenze alcuni esperimenti tardo-ottocenteschi soprattutto francesi, in primo luogo quello (cui Joyce per primo rese giustizia) di Les lauriers sont coupés (1888) di E. Dujardin. L'importanza di Ulysses sta soprattutto nell'aver fatto uso di elementi tanto disparati per giungere a una rappresentazione profondamente universale e acutissima dell'uomo contemporaneo e della sua crisi, affidandosi a una ricerca narrativa, a un ricorso al comico e a un'indagine interiore che, pur rasentando a volte il virtuosismo, non cadono mai nella gratuità . Il parallelismo tra le vicende apparentemente banali del protagonista e alcuni episodi dell'Odissea omerica (parallelismo che spiega il titolo del romanzo) mostra l'ambizioso tentativo di esprimere l'universale attraverso il particolare di una vita borghese vista in alcuni dei suoi aspetti più scontati, offrendo una versione moderna di personaggi archetipi. Risulta chiara nel romanzo l'ansia di cogliere il respiro stesso della cultura occidentale e della sua rappresentazione dell'uomo nel suo fluire ininterrotto, senza fratture, quasi in un riepilogo finale, talvolta apocalittico: ansia che è comune, nello stesso periodo, a un T. S. Eliot o un Ezra Pound, un Proust o un Apollinaire, e che viene perseguita valendosi di miti o di saghe tradizionali. In questo quadro il linguaggio assume una funzione nuova e assai rischiosa, ma Joyce nell'Ulysses sfoggia in tal senso una maestria eccezionale. Il suo è un linguaggio nuovo, nutrito di esperimenti che rasentano il gioco pur riuscendo sempre a evitarlo; un linguaggio che supera ormai la fase naturalistica, anche se la rappresentazione e la ricostruzione ambientale (p. es. Dublino) appaiono quasi sempre di una straordinaria efficacia.
Dopo la pubblicazione dell'Ulysses, Joyce poté godere di una discreta situazione economica. La sua fama si andava consolidando e lo scrittore lavorava intensamente al libro che, nelle sue intenzioni, doveva essere il coronamento della sua carriera. Questo libro, certo il più sconcertante di Joyce, apparve in veste definitiva soltanto nel 1939, con il titolo di Finnegans Wake (Milano 1982 2). Del romanzo (che in precedenza avrebbe dovuto intitolarsi Work in Progress, Opera in corso) era già stato pubblicato l'episodio più noto, Anna Livia Plurabelle. In Finnegans Wake, Joyce compì uno sforzo estremo verso una rappresentazione decisamente simbolica, nella quale il linguaggio doveva assumere una parte essenziale. è stato osservato che se nel Portrait il protagonista è l'autore e nell'Ulysses l'uomo comune, in Finnegans Wake protagonista è l'umanità stessa. In tale opera (che si svolge nello spazio di una notte, così come Ulysses si dipanava nell'arco di una giornata), Joyce intese cioè passare dalla reminiscenza personale all'esperienza collettiva. La struttura speculativa di Finnegans Wake scaturisce da un riepilogo delle esperienze filosofiche, non certo molto rigorose, dell'autore: vi assume una posizione dominante Giambattista Vico, la cui teoria dei corsi e ricorsi Joyce cercò di adattare alla propria opera, nel tentativo di fermare i cicli della vita dell'umanità . Gli elementi più disparati entrano in gioco, nello sforzo di pervenire a un linguaggio che, attraverso esperimenti caratteristici dell'autore ma anche mediante un uso sapiente di espressioni popolari, aspira alla condizione di «musica di idee», una ricca orchestrazione che mostra il rifiuto definitivo dei metodi e del gusto della narrativa vittoriana per risalire invece fino alla retorica elisabettiana. Va da sé che un simile disegno comporta rischi e cadute che non sempre Joyce riuscì a evitare; e, soprattutto, conduce fatalmente a un mondo circoscritto e iniziatico, acuendo al massimo il dissidio tra linguaggio comune e linguaggio letterario. Finnegans Wake infatti, nonostante i numerosi sussidi critici di cui oggi è possibile valersi, resta un'opera inaccessibile ai più e ardua per chiunque, pur rimanendo nonostante l'involuzione e la sua frequente gratuità uno dei libri chiave della cultura del nostro secolo.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale costrinse Joyce a ritirarsi nuovamente in Svizzera: amareggiato e rattristato da disgrazie familiari e infortuni personali (aveva dovuto farsi operare agli occhi parecchie volte), si spense a Zurigo nel 1941. In vita, Joyce pubblicò anche un secondo volume di versi, Poems Penyeach (1927; Poesie da un soldo, Milano 1949). Nel 1944 fu pubblicata postuma, con il titolo Stephen Hero (Le gesta di Stephen, ivi 1980), una prima, frammentaria versione del Portrait. Pure postuma apparve la sua ricchissima corrispondenza raccolta da Stuart Gilbert (Selected Letters of Joyce Joyce, 1957). In seguito sono stati pubblicati altri due volumi di Letters a cura di R. Ellmann (1967; ivi 1974), nonché Giacomo Joyce (1967; ivi 1968; Parma 1983), un volumetto a metà strada tra il racconto e il «taccuino sentimentale» riferentesi agli anni triestini dello scrittore. Le lettere di Joyce costituiscono un documento prezioso e in un certo senso anche sconcertante, giacché contengono giudizi e prese di posizione in campo letterario (p. es., su Proust) che rivelano singolari distorsioni critiche.