Flaubert, Gustave

Scrittore francese (Rouen 1821 - Croisset 1880). Nacque a Rouen in un appartamento dell'ospedale della città di cui suo padre Achille, celebre chirurgo, era direttore (un fratello maggiore, dello stesso nome del padre, ne seguì la carriera). Sua diletta compagna di giochi fu la sorella Caroline, di tre anni minore, cui si unirono i fratelli Laure e Alfred Le Poittevin. Una piccola brigata di cui il precocissimo Gustave divenne il capo, mettendo in scena a poco più di 10 anni farse di sua composizione. Più che nella scuola, dove risultò a lungo distratto e mediocre, salvo per la storia, si formò da solo con grandi e appassionate letture, prima dei romantici francesi e dei «romanzi neri» inglesi (tra cui il Melmoth) di Maturin, e quindi dei grandi scrittori d'ogni letteratura, abbacinato fino da allora da Cervantes, Shakespeare, Rabelais e dal Goethe del Faust, cui aggiungerà più tardi il culto di Omero. Le opere giovanili, fra cui interessanti Les mémoires d’un fou (Le memorie d'un pazzo), composte a 15 anni, mostrano un enfatico ed esagerato pessimismo, in cui però si coglie già quel sostanziale disgusto della vita reale che sarà una nota dominante in Flaubert, insieme alla tendenza allo scherno e alla satira nei riguardi dei costumi e della mentalità «borghesi». Appassionato nuotatore, godé lunghe vacanze estive a Trouville, dove sui 17 anni incontrò la prima volta quella élise Foucault, moglie dell'editore di musica e affarista Schlésinger che, ritrovata a Parigi nel 1842, sarà il grande amore ideale di tutta la sua vita. Finito il liceo, si iscrisse alla facoltà di legge di Parigi, che però frequentò pochissimo. Ma tra il 1842 e il 1843 si manifestò in lui una malattia nervosa, con attacchi simili a quelli dell'epilessia che, se pure a intervalli sempre più lunghi, doveva durargli tutta la vita. Il padre, allarmato, gli permise di abbandonare gli insopportabili studi di diritto, gli consigliò lunghi viaggi e una speciale dieta rinvigorente che farà di Flaubert, con il tempo e con l'aiuto di un fisico grande e massiccio, un robusto mangiatore e bevitore e un ostinatissimo fumatore. Fu dapprima mandato in Corsica, e quel paese semiselvaggio, violentemente colorito e contrastato, fu già una mezza rivelazione per lui, tormentato pur sempre dall'esotismo. Si fece intanto due amici: dapprima l'elegante e brillante Maxime Du Camp, destinato a facili successi letterari e a una prestigiosa carriera che lo porterà all'Accademia di Francia: un legame duraturo anche attraverso momenti burrascosi, quando Flaubert rimprovererà a Maxime le sue ambizioni mondane a spese dell'arte vera, e Du Camp di rimando gli rinfaccerà la sua volontaria orsaggine. Uomo di gusto fine, tutto sommato, e tenace amico, Du Camp non sembra però avere mai inteso la vera grandezza di Flaubert, di cui scrisse dopo la morte: «Aveva più talento che genio». Poco dopo Flaubert si legò con Louis Bouilhet, un coetaneo anch'egli di Rouen, poeta parnassiano di scarsa vena ma di raffinato stile, che Flaubert incoraggerà e sosterrà sempre, giovandosi a sua volta del sicuro affetto e dei severi consigli di lui. Nel 1845, maritandosi la sorella, i genitori e Gustave stesso accompagnarono gli sposi nel viaggio di nozze in Italia: viaggio che non interessò molto Flaubert, ma gli lasciò il ricordo di uno strano quadro di Brueghel visto a Genova, raffigurante le tentazioni di S. Antonio. L'anno seguente (1846) gli vennero a mancare nel giro di due mesi il padre e la sorella stessa, che morì di parto; Gustave e sua madre si stabilirono da allora nella comoda villa di Croisset, a pochi chilometri da Rouen, in riva alla Senna, votandosi all'educazione della diletta nipotina, chiamata anch'essa Caroline. Ed è da ricordare che la cospicua eredità paterna permetterà a Flaubert di vivere largamente, al riparo da ogni preoccupazione economica. Quell'anno stesso, frequentando a Parigi lo studio dello scultore Pradier, dove ebbe a conoscere anche il grande Hugo, Théophile Gautier, e probabilmente Baudelaire, strinse una relazione con Louise Colet, feconda poetessa e scrittrice dai molti amori e dai molti protettori, che era allora nel pieno della sua maestosa bellezza (aveva una dozzina d'anni più di lui): un parossismo passionale che sembrò presto spento, ma che si riaccese e trascinò per anni, dando a Flaubert, tra l'altro, l'occasione di scrivere una quantità di lettere in cui le battute più familiarmente crude si alternano a tratti di tenerezza e a insistenti consigli e precetti sull'arte dello scrivere e sulla poesia. Il 1 o-V-1847 Flaubert partì a piedi con Maxime Du Camp, sacco in spalla, per un viaggio di tre mesi attraverso la Turenna, la Bretagna e la Normandia, di cui i due amici stesero la relazione, un capitolo ciascuno, sotto il titolo di Par les champs et par les grèves (Per campi e spiagge; furono pubblicati postumi solo i capitoli di Flaubert, assai belli). Intanto egli aveva continuato a scrivere. Compose a 21 anni il racconto Novembre, la cui prosa delicatamente sottile entusiasmò Du Camp. Quindi, ispirato dalla sua passione per élise Schlésinger, mise mano a L’éducation sentimentale, cioè a quella prima redazione del suo gran libro di 20 anni dopo, che è nota oggi come «la prima éducation»: abbastanza simile sul principio e nell'impianto e nel tono al capolavoro che egli poi ne trasse, ma priva dell'ambientazione storica e con un largo sviluppo facilmente romanzesco, che porta il protagonista nel Nordamerica e che sarà poi rinnegato. Ma già , sotto l'impulso di sempre più meditate letture e l'influenza della grande prosa orchestrata del vecchio Chateaubriand (in definitiva il suo maggior maestro di stile) nonché della più recente poesia di Hugo, e anche attratto dalla teoria de «l'Art pour l'Art» bandita in quegli anni da Théophile Gautier con le sue esigenze d'una raffigurazione poetica obiettiva, plasticamente perfetta, il gusto di Flaubert si va precisando, e crescono le sue ambizioni.
Senza rinunciare al suo romanticismo di fondo, ma cercando di epurarlo e dominarlo, e rinnegando l'autobiografismo delle opere giovanili, Flaubert fin dal 1846, subito dopo la morte del padre, nella solitudine di Croisset assunse un tema che già gli si era imposto dall'adolescenza. La tentation de Saint-Antoine : un «mistero medievale» interpretato alla luce della filosofia moderna (grosso modo l'idealismo germanico), le cui origini possono essere additate oltre che nel quadro di Brueghel in uno spettacolo di marionette della fiera di Saint-Romain che gli restò sempre caro, e nella precoce lettura del Faust di Goethe, cui venne ad aggiungersi all'ultima ora l'entusiasmo per il Caino del prediletto Byron. Ne risultò una specie di possente e informe poema drammatico in prosa, dove le più sfrenate fantasie e le vaste meditazioni dell'autore sul destino dell'umanità dovevano obiettivarsi in una rappresentazione di sbalorditiva evidenza, in quella vertiginosa serie di visioni o quadri ora narrati e ora dialogati, storici, mitologici, favolosi, e quasi sempre filologicamente documentari, che sfilano davanti agli occhi atterriti del santo, durante la lunghissima notte della sua tentazione. Tentazione che, occorre appena dirlo, è soprattutto spirituale: lo scetticismo. Onde quella sfilata si concluderà con un corteo di tutte le antiche religioni morte, chiuso dai simboli del cristianesimo, religione dunque anch'essa destinata a morire come le altre... La stesura della Tentation fu, caso unico per Flaubert, assai rapida: dal 4-III-1848 al 12-IX-1849. Nel frattempo Flaubert seguì con una curiosità scrupolosa e apparentemente impassibile la rivoluzione del febbraio 1848 (quando lui e Du Camp a Parigi rischiarono più volte la vita sotto l'impulso di rendersi conto personalmente di quanto accadeva), nonché le prime sollevazioni degli operai affamati e delusi (tra cui una soffocata nel sangue proprio a Rouen), e la feroce repressione del giugno, e poi il colpo di stato del 2-XII-1851. Esperienze che sembrano non influire per il momento sull'autore della Tentation, ma che rinforzarono il suo pessimismo, e saranno direttamente messe a frutto nell'éducation sentimentale. Finita la Tentation, Flaubert convocò i suoi due amici Bouilhet e Du Camp, per la lettura dell'opera. Quattro gran giornate di gueuloir (termine non perfettamente traducibile, di cui egli si serviva per significare il suo modo di declamare ad alta voce e addirittura «urlare» le sue pagine, per controllarne il ritmo, la musica), alla fine delle quali i due amici gli dissero che il suo lavoro era da buttare.

Stando ai Souvenirs littéraires di Du Camp, non troppo precisi anche perché scritti molti anni dopo, Bouilhet consigliò subito all'amico di castigare il suo incomposto e debordante lirismo prendendo un argomento dei più comuni, «un aneddoto borghese alla Balzac», un fatto di cronaca. E forse fin d'allora Du Camp gli ricordò la storia di un povero ufficiale sanitario (Delamare, ma egli ne storpia costantemente il nome) che era stato allievo di Flaubert padre e, rimasto vedovo d'una donna assai più anziana di lui, si era sposato con una giovinetta che lo aveva tradito, aveva fatto debiti ed era morta forse suicida nel marzo del 1848. Il fatto è che Flaubert e Du Camp nei mesi seguenti allusero più volte per lettera a questo tema, e Flaubert stesso nelle sue note di viaggio dirà di aver trovato il nome di «Bovary» al Cairo. Giacché qui si situa il lungo viaggio che egli fece con l'amico Du Camp, seguendo l'itinerario: Egitto, Palestina, Siria, Asia Minore, Costantinopoli, Grecia, Italia meridionale, Napoli e Roma; quasi sempre a cavallo, tranne un lunga navigazione sul Nilo. A Roma Flaubert fu raggiunto dalla madre, visitò con lei Firenze e Venezia, attraversò le Alpi e discese il Reno fino a Colonia. Partito da Parigi il 29-X-1849, tornava a Croisset nel giugno 1851; e nel settembre si metteva a scrivere Madame Bovary, ossia la triste storia di una donna che, inappagata dalla meschina esistenza che le offre il marito, e al tempo stesso più volte delusa nella sua ricerca di alternative, si sottrae infine con la morte a una vita che si rivela via via sempre più insopportabile. La composizione dell'opera durò 5 anni di intenso, faticosissimo lavoro, quasi sempre notturno, nel pavillon della villa di Croisset, interrotto solo da nuotate nella Senna e da periodici brevi viaggi a Parigi per trovarsi con gli amici: Gautier soprattutto, e quindi Sainte-Beuve, che egli incontrava con Baudelaire e qualche artista nei ricevimenti settimanali della «Présidente», una bellissima donna di liberi costumi mantenuta d'un ricco banchiere. Verranno più tardi le riunioni in casa della principessa Matilde Bonaparte, la cugina di Napoleone III, che si era assunta il compito di ravvicinare all'impero i maggiori ingegni letterari dell'epoca. Madame Bovary, pubblicata a puntate nella «Revue de Paris» dell'amico Du Camp dal 1 o-X al 15-XII-1856, e quindi integralmente in volume nel 1857, ebbe un grandissimo successo, dovuto forse anche al processo per «offesa ai buoni costumi» ossia immoralità , da cui il libro andò assolto; e divenne quasi subito il modello per eccellenza della nuova scuola del realismo mentre la figura della protagonista, che raccoglieva in sé la tragedia amara di una eterna condizione umana (il desiderio di vivere e di realizzare i propri sogni contro la realtà misera e mediocre che soffoca ogni sentimento e ispirazione), sarebbe in breve divenuta proverbiale, al punto che il termine è entrato nel linguaggio comune a significare appunto il desiderio di evasione dalla propria realtà .

Come per sollevarsi dalla tremenda fatica di trasfigurare in poesia tanti vili particolari della cruda realtà quotidiana Flaubert si diede quindi a comporre Salammbô : la storia della rivolta dei mercenari cartaginesi non pagati dopo la fine della prima guerra punica, nella quale campeggiano Mâtho, un giovane capo barbaro bello e audace, e Spendius, un astuto greco, e nel campo opposto Amilcare Barca, che riuscirà a schiacciare i mercenari con una lunga, spietata guerra, e la cui bellissima figlia, Salammbô, votata alla dea Tanith, disperatamente amata da Mâtho, finirà per cedergli, ne provocherà l'atroce morte, e morirà con lui. Questa «evasione» nel pittoresco mondo del passato, costerà tuttavia a Flaubert un lavoro filologico e archeologico di preparazione accuratissimo, anche con un viaggio in loco, che gli permetterà una ricostruzione insuperabile dei costumi e dell'ambiente. L'opera piacque, ma fu assai discussa; contiene pagine e capitoli di perfetta bellezza, ma finì con il non persuadere appieno neppure lo stesso autore, che vi riconobbe una certa insufficienza nella psicologia dei personaggi principali, e quindi nella loro vitalità.

Finita appena Salammbô (pubblicata nel 1862), Flaubert affrontò nuovamente il tema della éducation sentimentale ( L’educazione sentimantale): un romanzo la cui stesura doveva ingenerare in lui molte esitazioni e continui timori, giacché non si trattava stavolta di una vicenda chiusa, cioè con un principio, uno svolgimento e una conclusione, per la quale, come Flaubert diceva, si potesse stabilire un «piano» ben definito, bensì della vita intera di un solo personaggio centrale (Frédéric Moreau, una specie di Flaubert senza la salvezza dell'arte), attraverso il quale si trattava di «dare la storia di tutta una generazione». Stavolta l'opera costò a Flaubert quasi 6 anni di lavoro. Arrivato alla fine, essendo venuto a morte Sainte-Beuve, Flaubert scrisse in una sua lettera che egli aveva composto l'éducation pensando a lui (e cioè riferendosi a quel delicato intimismo del romanzo di Sainte-Beuve, Volupté, di più di 30 anni prima), e si mostrava addolorato del fatto che l'amico non avrebbe nemmeno potuto leggerla. Morto anche Gautier, Flaubert fu tuttavia consolato da una nuova grande amicizia, quella che aveva stretto con George Sand, alla quale egli testimoniò un'ammirazione che non può non sembrarci paradossale, dato il carattere delle opere della Sand, scritte quasi tutte di getto e con ben poca cura dello stile. Questa amicizia era fiorita nel corso dei famosi dîners chez Magny, ai quali per una decina d'anni avevano partecipato, con Flaubert e Sainte-Beuve e Gautier, anche i fratelli de Goncourt, Renan, il medico Robin, il giovine Zola e, si può dire, il fior fiore dell'intelligentsija del tempo. Bisogna notare che Flaubert, convinto di avere composto con molta probabilità la sua opera migliore, restasse assai addolorato dal fatto che l'éducation, pubblicata il 1869, avesse scarso successo. Ciò era anche dovuto probabilmente alle agitazioni politiche di quell'anno, che segnavano la decadenza del Secondo Impero. Gli eventi, poi, dal 1870-71, con la sconfitta di Sedan, l'invasione prussiana, la Comune e la selvaggia repressione a opera di Thiers, rattristarono profondamente lo scrittore, che incominciava a sentirsi vecchio e più che mai disgustato del mondo. Tornò tuttavia al lavoro e, dopo aver pubblicato finalmente (1874) La tentation de Saint-Antoine nella sua terza e ultima redazione, si mise alla composizione dei Trois contes ( Tre racconti) e cioè: Hérodias (Erodiade), un esercizio del più puro stile parnassiano nel noto tema biblico della Salomè; Un cœur simple (Un cuore semplice), che si ricollega a Madame Bovary nel dare un'interpretazione umanamente poetica di una storia «comune» (nella fattispecie la vita di una povera servetta, che tanto si affeziona alla famiglia in cui si trova da partecipare con il cuore a tutte le sue vicende cancellando la propria personalità ); e Saint-Julien l'Hospitalier, forse il più interessante dei tre, che ha per protagonista un appassionato cacciatore, cui un cervo, morendo, ha predetto sventure che puntualmente si avverano e che erra, perseguitato dal rimorso, finché viene riscattato da un atto di carità verso un povero lebbroso che si rivela essere il Cristo.

Nel frattempo aveva avuto una disavventura finanziaria, giacché avendo creduto bene di spogliarsi di gran parte del suo avere per evitare un clamoroso fallimento commerciale al marito dell'amata nipote, si trovò in ristrettezze cui non era abituato. Respinse tuttavia vivamente i tentativi degli amici di fargli accettare qualche incarico o impiego ufficiale praticamente sine cura, ed ebbe la consolazione del successo dei Trois contes, dal quale ricavò anche un certo guadagno. Nonostante si avvicinasse ormai alla sessantina Flaubert si accinse a un'opera nuova che comportava in sé un lavoro gigantesco. Romanzo, ma un poco sul tipo di certi contes philosophiques di Voltaire, Bouvard et Pécuchet, sviluppando la tenue vicenda di due semplici e onesti piccoli impiegati scapoli accomunati dallo stesso amore del sapere e da una specie di fanatismo per la scienza, cui un'eredità permette di dedicarsi finalmente allo studio, doveva mostrare l'inanità del sapere umano, o meglio ancora i danni che provoca nella nostra cosiddetta civiltà il falso sapere, cioè quella cultura non approfondita, scioccamente dogmatica, male intesa e peggio volgarizzata. E ciò comportava per l'autore una conoscenza precisa di tutto lo scibile umano quale appariva raccolto ai giorni suoi nei testi e nei manuali più accreditati. L'opera restò incompiuta per la morte improvvisa dello scrittore (fulminato dall'apoplessia o forse da una sincope), l'8-V-1880. Il secondo volume, mai uscito, doveva figurare come redatto dai due protagonisti, e avrebbe contenuto il noto Dictionnaire des idées reçues (Dizionario dei luoghi comuni). Non appena pubblicata postuma, essa diede luogo a discussioni sul suo significato che non sono spente tuttora. In realtà il significato di questo libro tanto dibattuto si può intendere solo tenendo presente il concetto che Flaubert aveva della scienza vera, la quale secondo lui aveva appena cominciato a muovere i primi passi, da quando si stava liberando dall'«idea di causa», cioè dal principio di causalità , e su cui «pesano ancora troppo il materialismo e lo spiritualismo». Ma sulla possibilità di questo progresso reale per l'umanità , Flaubert rimase sempre incerto: dalla visione fugace dei «fulgidi soli psichici» sotto i quali si schiuderanno le opere dell'avvenire (lettere del 24-IV-1852 e 12-X-1853), alle angosciate previsioni sull'incurabilità della bêtise humaine e sui disastri immani che essa potrà scatenare, armata dalle scoperte della scienza (lettere di fine settembre 1868 e del 3-VIII-1870, dove la profezia ha note di precisione tuttora impressionante per noi). Con tali concetti, e senza voler propriamente condannare la scienza autentica – che d'altronde secondo lui stava appena nascendo – e tanto meno l'amore al sapere, Flaubert sviluppa in Bouvard et Pécuchet la sua satira, che risponde piuttosto al momento pessimistico dei suoi pensieri sull'avvenire dell'umanità . Quanto poi alla sempre rinnovata domanda: se i due protagonisti fossero per lui due imbecilli o invece autentici «eroi», sembra da credere che essi partano come ingenui, cioè «imbecilli», con l'eroico e sacrosanto desiderio di arrivare alla vera scienza ; e in questo primo momento rappresentano la mediocre umanità . Non potranno giungervi, come non potranno arrivare al concetto superiore di Flaubert qui sopra accennato. Ma, perdendo le illusioni, avranno almeno il socratico buon senso di riconoscere che non sanno, e ritorneranno come il Candide di Voltaire, a «coltivare il loro giardino». Perciò ci sono simpatici e umani, essi e la loro avventura; anche se dobbiamo ammettere che, in quel vero tour de force che fu per Flaubert questa sua ultima opera, risultano, almeno nelle condizioni in cui essa ci è pervenuta, innegabili zone di grigiore. Quelle zone che si cercherebbero invano negli autentici capolavori di Flaubert : Madame Bovary, L'éducation sentimentale e almeno due dei Trois contes.