Baudelaire, Charles

Poeta e prosatore francese (Parigi1821 - ivi1867). Trascorse felicemente i primi anni dell'infanzia nella casa paterna, circondato di affetti e di attenzioni, ma ben presto, rimasto orfano del padre e risposatasi la madre con il capitano Aupick, buon ufficiale ma terribilmente conformista, il piccolo Charles cominciò a peregrinare di collegio in collegio, maturando dentro di sé quel sentimento di solitudine di cui serba echi pregnanti Mon coeur mis à nu. I «verdi paradisi degli amori infantili», in cui si riflette la figura della madre tanto amata, cedono allora il passo ai primi legami adolescenziali, soprattutto con i giovani poeti del «gruppo normanno», tra cui Le Vavasseur, Prarond, e più tardi il socialista Dupont. Iscrittosi alla facoltà di legge e abbandonato a se stesso nella tumultuosa vita parigina, cominciò a rivelare, con la passione per le lettere, uno spiccato anticonformismo, quasi a rifiuto del modello d'ordine e di perbenismo che incarnava ai suoi occhi l'odiato Aupick. A quel periodo tormentato, vissuto con momenti alterni di gioia e di paura, può essere fatta risalire la prima presa di coscienza della sua estraneità al mondo borghese e ai valori in cui questo si esplicita. Inevitabile fu quindi l'urto con il patrigno che, prima della sua maggiore età , cercò di sottrarlo alle cattive compagnie imbarcandolo su una nave mercantile diretta alle Indie (giugno 1841). Baudelaire interruppe però il viaggio all'isola della Réunion e ritornò a Parigi ove, finalmente maggiorenne, entrò in possesso della cospicua eredità paterna e condusse vita lussuosa e dissipata, frequentò il bel mondo letterario, Balzac, Hugo, e soprattutto Th. Gautier e il coetaneo Théodore de Banville, si legò con la mulatta Jeanne Duval, ambigua fonte di viaggi nel mondo della poesia pura e di quotidiane insofferenze, e fece anche le prime esperienze di stupefacenti. Nel settembre del 1844 la madre prese la decisione di farlo interdire e da quel momento la sua esistenza fu travagliata dai debiti e dalle ristrettezze, cui si aggiunse la prostrazione fisica che lo indusse ad un tentativo di suicidio, e la sifilide che gli minò il fisico fino a condurlo a morte prematura. Già fin dal 1842 Baudelaire aveva suscitato interesse negli ambienti parigini per le prime poesie e per quell'aristocratico e ricercato dandismo che tanto rispondeva al suo ideale di vita eccentrica. Nell'aprile del 1845, amico dei pittori Delacroix e Courbet e del critico Champfleury, Baudelaire pubblicò il Salon de 1845 che, assieme al posteriore Salon de 1846, lo rivelò geniale critico d'arte. Partendo da una dichiarata imitazione di Diderot e da una reale affinità con Stendhal, egli vi elaborava una sorta di filosofia dell'arte che si articolava attorno al rivoluzionario concetto di modernità della bellezza. Lungi cioè dall'adagiarsi nella sterile critica accademica, cercava ed esaltava nell'opera pittorica quell'operazione magica, affidata al colore e alla forma, che traduce la natura in spiritualità . Nessuna esperienza susseguente si sottrarrà alla duplice postulazione di cui il critico ha l'intuizione fin dai primi Salons : l'esperienza della natura – della materia bruta – è necessaria al pittore che voglia arrivare all'anima delle cose (intimità e magia insieme), quanto l'esperienza dello spleen sarà necessaria al poeta per elevarsi fino all'ideale. Accanto a vari articoli e a poesie sui periodici romantici «Le Corsaire-Satan» e «L'Artiste», tra il 1846 e il 1847 pubblicò due novelle: Le jeune enchanteur (Il giovane incantatore), storia pompeiana che si rivelò tradotta da una strenna inglese, e La Fanfarlo, racconto a sfondo autobiografico ma purificato da ogni lirismo grazie alla distanziazione ironica, in cui si assiste tra l'altro alla curiosa operazione di un Baudelaire che mette in prosa i propri versi, quasi ad anticipare un credo estetico realizzato ufficialmente solo alcuni anni più tardi. Nel febbraio del 1848 partecipò attivamente alla rivoluzione accanto a Blanqui, fondando un effimero giornale estremista, «Le Salut Public». Intanto proseguiva nell'attività di critico letterario e soprattutto in quella di poeta, maturando il sogno di pubblicare una raccolta di liriche che doveva chiamarsi Les limbes (ove urgeva la dimensione di aristocratico distacco dalle quotidiane contingenze), e poi Les lesbiennes, quasi a significare una prepotente sfida alla morale corrente, e per la quale finì con l'accettare il titolo suggeritogli da un amico, forse meno pregno di risonanze poetiche, de Les fleurs du mal (I fiori del male). Di grande importanza fu, nel 1847, l'incontro con la produzione del Poe, nel cui mondo letterario egli trovò riflesse tante sue ossessioni e di cui assimilò molte idee in perfetta rispondenza con la sua peculiare sensibilità , come la distinzione di fantasia e immaginazione creatrice. Ne tradusse le Histoires extraordinaires, le Nouvelles histoires extraordinaires e il romanzo delle Aventures d'Arthur Gordon Pym, che pubblicò in tre volumi dal 1856 al 1858 con tre importanti studi introduttivi nei quali approfondiva le sue idee estetiche. Finalmente nel 1857 comparve il volume delle Fleurs du mal, dedicato al «poeta impeccabile» Th. Gautier. Le poche voci critiche che si dichiararono favorevoli, tra cui Barbey d'Aurevilly che vi elogiava l'«architettura segreta», furono tosto soffocate dal successo di scandalo dell'opera e dalla conseguente condanna emessa dal tribunale parigino per offesa al buon costume. Nel 1855 Baudelaire redasse altri importanti scritti di critica d'arte in occasione della Esposizione universale. Proprio nel Salon de 1859, che li raggruppa, compare l'analisi, mirabile per finezza e sensibilità , di quella che il poeta chiamerà «la regina delle facoltà »: l'immaginazione. Seppure mutuata nelle sue cadenze costitutive dal Poe, che per primo ne aveva esaltato la potenza mistica di creazione spirituale, la definizione che vi si legge è intimamente baudelairana: «L'immaginazione è una facoltà quasi divina, che percepisce innanzi tutto, a prescindere dai metodi filosofici, i rapporti intimi e segreti delle cose, le corrispondenze e le analogie». Tutto lo spiritualismo estetico di Baudelaire è contenuto in questa profonda intuizione dell'armonia universale.
Il 1860 fu un anno ricco di progetti. Un accordo editoriale impegnava il poeta a pubblicare una seconda edizione aumentata delle Fleurs du mal, che uscirà nel 1861, ma anche un nuovo libro in prosa, Les paradis artificiels (I paradisi artificiali), e un volume di Curiosités esthétiques (Curiosità estetiche), in cui fossero raccolti gli scritti di critica d'arte, oltre a un volume, per il quale lo scrittore non aveva ancora proposto il titolo, di saggi e articoli di argomento letterario. Saranno i suoi curatori postumi, Gautier e Asselineau, che gli daranno il nome di Art romantique (Arte romantica). In quell'anno uscì soltanto la raccolta di studi Les paradis artificiels, che comprendeva anche una versione riassuntiva delle Confessioni d'un mangiatore d'oppio dell'inglese De Quincey. Benché volti ad indagare gli effetti degli stupefacenti sull'immaginazione creatrice e orientati da un'intenzione morale di condanna, Les paradis artificiels delineano una sorta di metafisica e, come ebbe a scrivere il Pichois, «mettono in campo il gusto dell'infinito». Sempre più malandato in salute, dal 1861 al 1863 Baudelaire si dedicò soprattutto alla composizione dei Petits Poèmes en Prose (Poemetti in prosa), ove, sulle orme di Aloysius Bertrand e di J. Le Fèvre, la descrizione della vita moderna realizza l'ideale di «una prosa poetica, musicale, senza ritmo e senza rima, abbastanza agile e resistente da piegarsi ai moti lirici dell'animo, alle ondulazioni della fantasticheria, ai sobbalzi della coscienza». Negli stessi anni pubblicò anche tre saggi: il celebre Richard Wagner et Tannhaüser, che rivelava ai francesi la grandiosità della musica wagneriana; L'oeuvre et la vie d'E. Delacroix (L'opera e la vita di E. Delacroix) che Baudelaire esaltò sempre come il massimo pittore romantico; Le peintre de la vie moderne (Il pittore della vita moderna), lungo scritto sul pittore e caricaturista Constantin Guys. Nell'aprile del 1864 partì per Bruxelles ove lo chiamava una serie di conferenze che si sarebbe rivelata fallimentare e avrebbe fatto nascere in lui un odio profondo contro il paese e i suoi abitanti, documentato da Amoenitates Belgicae e Pauvre Belgique! Pubblicò ivi un volume di liriche sparse cui diede il titolo di épaves (Relitti). A Namur, nel marzo del 1866, subì un primo attacco di paralisi. Ricondotto a Parigi, passò più di un anno in una clinica dove morì senza aver riacquistato la parola. Tra le sue carte, pubblicate postume con titoli d'invenzione ma che non tradiscono il senso del messaggio, due raccolte soprattutto presentano itinerari privilegiati per penetrare nel cuore dell'uomo: Mon coeur mis à nu (Il mio cuore messo a nudo, 1909), che apre squarci improvvisi sulla dimensione più intima dell'animo, e Fusées (Razzi), una raccolta di massime brillanti, di luminose intuizioni, di stringate denunce.