Dante Alighieri

Nacque a Firenze, nella parrocchia di S. Martino del Vescovo, nel sesto (una delle sei parti in cui era divisa la città ) di Porta S. Piero, la seconda metà di maggio del 1265. Suo padre, Alighiero di Bellincione, dovette vivere tutto raccolto nelle sue faccende private, se, pur essendo guelfo, fu lasciato indisturbato in città , dopo la rotta di Montaperti. Donna Bella (Gabriella), forse della famiglia degli Abati, la madre. Discendente dai romani proclama Dante la sua famiglia (Inf. XV, 76 e segg.), ma in realtà il più antico antenato di cui egli faccia menzione è Cacciaguida (Par. XV, 135), nato circa il 1100 nelle case degli Elisei, e perciò probabilmente appartenente a quella famiglia, fatto cavaliere dall'imperatore Corrado III, e morto in Terrasanta combattendo nella seconda Crociata. Il cognome Alaghieri, che sembra la forma legittima anche se oggi prevale quella più moderna Alighieri, derivò alla famiglia dal nome di un figlio di Cacciaguida (Par. XV, 91 e segg.), chiamato così forse in omaggio alla madre venuta «di val di Pado» (Par. XV, 137) o al nonno materno.
Della sua infanzia non sappiamo se non che perdette la madre ancor fanciullo, forse di dieci anni, e fu allevato, sembra insieme con una sorella, dalla matrigna Lapa di Chiarissimo Cialuffi, che gli diede un fratellastro di nome Francesco e una sorellastra chiamata Tana, cioè Gaetana. Secondo un'usanza di allora, dodicenne (1277) fu con atto notarile destinato marito a Gemma di messer Manetto Donati, appartenente ad un ramo collaterale della potente famiglia guelfa, la quale sposò poi effettivamente, forse non molti anni dopo la morte del padre avvenuta prima del 1283.
Dal matrimonio nacquero i figli Pietro, Jacopo, Antonia, forse da identificare con suor Beatrice, morta nel monastero di S. Stefano degli Ulivi in Ravenna dopo il 1350, che avrebbe assunto il nome di Beatrice entrando in convento. A questi sembra doversi aggiungere un Giovanni, che sarebbe stato maggiore di età degli altri, e nel 1308 già in esilio, come figlio di ribelle.
Nulla sappiamo dei suoi primi studi, né se seguisse un insegnamento privato o le scuole ecclesiastiche; ma certo moltissimo dovette fare da sé. Egli stesso infatti ci dice che a 18 anni si era già applicato all'«arte del dire parole per rima» (Vita nuova III), sì da potere a quell'età con sufficiente sicurezza indirizzarsi agli altri poeti fiorentini, con un sonetto, per la spiegazione di una sua visione. In questa occasione si strinse di intima amicizia con Guido , della cui maturità artistica e culturale dovette non poco giovarsi. Anche verso Brunetto si confessa con grande e riverente affetto e gratitudine, debitore di alti insegnamenti (Inf. XV, 82-87). Certo i suoi primi studi furono orientati verso la poesia, sia per istinto naturale, sia anche per il favore ch'essa godeva allora in Firenze e in Toscana tutta, dopo la fioritura della cosiddetta Scuola poetica siciliana. E probabilmente non solo egli si volse alla giovane poesia volgare italiana, ma anche a quella provenzale, ben più pregiata, nonché a quella latina, specie di Virgilio. Nello stesso tempo si addestrava anche negli esercizi fisici del cavalcare, del cacciare e del maneggio delle armi, per acquistare quella agilità e prodezza che si addiceva a cittadino nobile. Imparò il disegno (Vita nuova XXXIV), s'intese di pittura; della musica possedé conoscenza tecnica e gusto più che da semplice dilettante. Verso il 1287 fu (sembra certo) a Bologna, forse, ma non è attestato, per frequentare quella celebre università ; comunque non conseguì alcun titolo accademico.
G. Villani (Cronaca, IX, 136) lasciò di Dante maturo un celebre ritratto assai severo: «Questo Dante per lo suo savere fu alquanto presuntuoso, e schifo e isdegnoso, e, quasi a guisa di filosafo mal grazioso, non bene sapea conversare co'laici». Ma il ritratto non coincide forse con la vita che Dante condusse nel periodo ch'egli chiama dell'adolescenza (fino ai 25 anni): alcune sue rime, nella misura, per altro assai incerta e indiretta, in cui si riferiscono a episodi della vita reale, ci aprono uno spiraglio su vivaci aspetti e momenti del mondo fiorentino che lo videro presente e partecipe. Ma, negli anni dell'adolescenza, ci fu nella sua vita spirituale un fatto di capitale importanza e di natura singolarissima: un amore sbocciato nel suo cuore di fanciullo, rivelatoglisi in tutta la sua potenza a 18 anni e accampatosi definitivamente nella sua coscienza: l'amore per Beatrice. Morta Beatrice, Dante racconta nel Convivio di aver cercato il libro di Boezio, De consolatione philosophiae, e il De amicitia di Cicerone per trarne conforto al suo dolore, e che non soltanto vi trovò quanto cercava, ma inoltre diletto e stimolo ad approfondire i suoi studi, specialmente di filosofia. Cominciò allora a recarsi «ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de le filosofanti» (in quel tempo i domenicani di S. Maria Novella esponevano la dottrina di S. Tommaso, e i francescani di S. Croce quella dei mistici e di S. Bonaventura); e a tali studi si dedicò per circa tre anni con tanto ardore e assiduità da sentirsi presto in grado di gustare tutta la dolcezza della speculazione filosofica. Certo questo periodo di intensi studi sviluppò e fissò in lui quell'abito speculativo che rimase poi sempre unito alla sua ispirazione poetica; e probabilmente da questo periodo ebbe inizio quel traviamento filosofico-religioso, al quale molti critici ritengono siano da riferirsi i rimproveri di Beatrice a Dante sulla vetta del Purgatorio, non meno che a un traviamento d'ordine morale.

Quali contatti abbia avuto con la vita pubblica fino al 1289, ignoriamo; l'11 giugno di quell'anno combatté nella prima schiera dei cavalieri a Campaldino contro gli aretini (Inf. XXII, 4-5), aiutati dai ghibellini di Toscana, e fu poco dopo presente alla resa del castello di Caprona, conquistato dai fiorentini contro i pisani (Inf. XXI, 94 e segg.). Nel 1294 fu con altri cavalieri prescelto dal Comune per onorare Carlo Martello, figlio di Carlo II d'Angiò, durante il suo soggiorno a Firenze; in questa occasione il principe angioino attestò a Dante la sua simpatia, promettendogli protezione. Quando poi la riforma del 6-VII-1295, temperando gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella (1293), ebbe stabilito che per essere eleggibili agli alti uffici del Comune bastava per i nobili la formalità dell'iscrizione della matricola di una delle arti del comune di Firenze, egli si iscrisse in quella dei medici e degli speziali che forse era più di altre in sintonia con i suoi interessi scientifici e filosofici. Così poté entrare nella vita politica. Lo troviamo nel Consiglio del Capitano del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296, tra i Savi consultati per l'elezione dei Priori nel dicembre 1295, nel Consiglio dei Cento (specie di consiglio del tesoro e degli affari più importanti) dal maggio al settembre del 1296; ambasciatore al comune di S. Gimignano, per trattarvi affari della Lega guelfa, nel maggio del 1300; e nel bimestre dal 15 giugno al 15 agosto dello stesso anno tra i Priori.
Tempi difficili. La borghesia delle arti, che si era assicurato definitivamente il governo della città dopo la battaglia di Campaldino, si era scissa in due fazioni, capeggiate rispettivamente da Vieri dei Cerchi e da Corso Donati. La prima di queste fazioni si chiamò dei bianchi quando i partigiani dei Cerchi, mandati al governo di Pistoia, affidato a Firenze, favorirono la parte dei Grandi, che colà aveva nome di «bianca», contro l'altra dei neri che trovò ospitalità e protezione presso i Donati. Dante stette con i Cerchi, meno abili, ma meno facinorosi. Di questi dissensi pensava di profittare Bonifacio VIII, che mirava a estendere su tutta la Toscana il dominio della chiesa, e intanto mandava a Firenze come paciere il cardinale Matteo d'Acquasparta, ma in realtà con l'incarico d'impadronirsi del reggimento della città . Otto giorni dopo l'entrata in carica dei nuovi Priori, alla vigilia di S. Giovanni (23-VI-1300), da alcuni Grandi dei Donati furono malmenati i consoli delle Arti mentre recavano l'offerta al patrono; e i Cerchi corsero alle armi. I Priori, tra cui Dante, presero la deliberazione di esiliare i capi delle due fazioni: tra questi era il suo amico Guido Cavalcanti. Alla fine di settembre il cardinale, non avendo ottenuto nulla dalla Signoria, lasciò la città , lanciando l'interdetto. Dante era uscito di carica il 15 agosto. è probabile ch'egli partecipasse all'ambasceria inviata a Roma nel novembre di quell'anno per supplicare il papa di voler togliere l'interdetto. Certo fu a Roma «l'anno del giubileo» (Inf. XVIII, 28-33). Non minore la sua attività pubblica nell'anno successivo. Il 14-IV-1301 fu di nuovo dei Savi; il 28 fu incaricato dalla Signoria di dirigere e di sorvegliare certi lavori stradali; dall'aprile al settembre fece parte del Consiglio dei Cento, nel quale parlò per due volte contro la proposta di prolungare il servizio di milizie fiorentine già concesse a Bonifacio VIII per una sua impresa in Maremma contro gli Aldobrandeschi. Veniva frattanto in Italia Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello re di Francia, che avrebbe dovuto riconquistare la Sicilia sottrattasi agli Angioini, ma che Bonifacio, fallitegli le altre vie, aveva pensato di mandare a Firenze, proclamandolo ufficialmente «paciaro» di Toscana, in realtà per abbattere il governo dei bianchi dimostratosi così geloso dell'indipendenza del Comune dalle ingerenze del papato. Mentre Carlo si approssimava a Firenze, il Comune decise di mandare nell'ottobre del 1301 un'ambasceria composta di tre membri a Bonifacio, per esplorarne l'animo: a capo di essa era Dante. Quando gli ambasciatori giunsero alla sua corte, Bonifacio congedò gli altri due con vaghe promesse e trattenne Dante.
Intanto il giorno d'Ognissanti del 1301 entrava in Firenze Carlo di Valois «con la lancia - con la qual giostrò Giuda» (Purg. XX, 73 e segg.). Per sei giorni i neri, sapendosi da lui protetti, si abbandonarono a saccheggi e a uccisioni. Poi l'8 novembre costituirono un nuovo governo di loro parte, il quale elesse podestà Cante dei Gabrielli di Gubbio, con l'incarico di processare e condannare i capi dei bianchi. Il 27-I-1302 Dante, già citato con altri tre al tribunale di costui, non essendosi presentato, fu condannato sulla voce pubblica, «fama publica referente», come reo di baratteria, di guadagni illeciti, di opposizione al sommo pontefice e alla venuta di Carlo di Valois, a restituire le cose estorte, a rimanere per due anni confinato fuori della Toscana e perpetuamente escluso dai pubblici uffici, e a pagare 5000 fiorini piccoli di multa entro tre giorni; in caso di inadempienza, ad aver i beni guasti e confiscati. E poiché il pagamento non fu eseguito, il 10 marzo veniva condannato all'esilio perpetuo e, se mai venisse in forza del Comune, a essere arso vivo.

Bandito così dalla patria, egli partecipò ai primi tentativi fatti dai bianchi e dai ghibellini, precedentemente fuorusciti, di rientrarvi con la forza. L'8-VI-1302 partecipò infatti nella remota chiesetta di S. Godenzo, nel Mugello, al convegno dei capi degli esuli, inteso a stringere con i ghibellini Ubaldini i patti della guerra contro i neri. Ma l'impresa fallì per l'inettitudine dei capi e il tradimento di Carlino de'Pazzi (Inf. XXXII, 69).
è probabile che Dante fosse alla difesa della fortezza di Serravalle nel Pistoiese, che nel settembre 1302 fu costretta ad arrendersi a Moroello Malaspina (Inf. XXIV, 145-150). Nel 1303 era a Forlì presso Scarpetta Ordelaffi, capitano dei bianchi, sconfitto nel marzo di quell'anno a Castel Puliciano dal podestà di Firenze, il crudele Fulcieri da Calboli. In seguito al fallimento di tutti questi fatti d'arme, Dante accolse con gioia il tentativo di mediazione tra bianchi e neri del cardinale Niccolò da Prato, inviato a Firenze come «paciaro» dal nuovo papa Benedetto XI; e in quell'occasione scrisse un'epistola al cardinale, a nome dei bianchi fuorusciti, protestando ch'essi avevano preso le armi solo per la giustizia, la quiete e la libertà della patria, e che avrebbero ubbidito alle sue decisioni. Ma il tentativo del cardinale fallì. I bianchi ripresero le armi, ma furono definitivamente battuti alla Lastra, presso Fiesole, il 20-VII-1304. Dante forse aveva sconsigliato l'impresa; certo si era già allontanato dai suoi compagni di esilio, «compagnia malvagia e scempia» (Par. XVII, 62), e aveva fatto «parte per se stesso»: per quali ragioni si ignora; ma il dissenso dovette essere ben grave, se egli venne tanto in odio ai bianchi quanto lo era ai neri (Inf. XV, 70-72). è probabile, secondo la testimonianza di Leonardo Bruni, che Dante affidasse alcune sue speranze ad un provvedimento di clemenza del Comune fiorentino che tuttavia non venne.
Malagevole per scarsezza di notizie è ora seguirlo nelle tappe del suo esilio. «Legno sanza vela e sanza governo - egli si dice - portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade», e afferma di essere andato «peregrino, quasi mendicando, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua (cioè il volgare italiano) si stende» (Conv. I, «iii», 4-5). Il primo rifugio lo trovò a Verona, alla corte di Bartolomeo della Scala probabilmente nello stesso 1304 (Par. XVII, 70 e segg.) ed è credibile che alla di lui morte il poeta lasciasse la città passando forse a Padova in quegli stessi anni (1304-05) in cui Giotto affrescava la cappella degli Scrovegni, effigiandovi forse il volto di Dante. Nello stesso periodo fu anche a Treviso, presso Gherardo da Camino e magari anche a Venezia, ed infine a Reggio presso Guido da Castello, anch'egli, come i precedenti, lodato ne La Commedia. Al 6-X-1306 lo troviamo a Sarzana in Lunigiana firmatario, quale procuratore di Franceschino Malaspina di Mulazzo, di un patto di pace con il vescovo di Luni. Dopo l'ospitalità dei Malaspina, e forse dei conti Guidi nel Casentino, Dante passò probabilmente a Lucca (1308), dove una gentildonna di nome Gentucca gli rese caro il soggiorno (Purg. XXIV, 37). Che sia stato anche, tra il 1308 e il 1310, a Parigi, attrattovi dalla fama di quella celebre università , è notizia controversa, basata unicamente sulle entusiastiche testimonianze di Giovanni Villani, ripetute da Boccaccio: sono certe solo le frustranti peregrinazioni.
Nel 1310, quando Arrigo VII di Lussemburgo scendeva in Italia con un piccolo esercito, nel cuore di Dante rifiorì la speranza non solo del suo ritorno in patria, ma di vedere sedate dall'autorità imperiale le discordie e riordinata la Penisola. Perciò nell'ottobre del 1310 egli indirizzò una lettera ai principi e popoli d'Italia, esortandoli ad accogliere riverenti e festosi il redentore mandato da Dio a inaugurare una nuova era di pace e di consolazione, con queste parole: «Tunc exultavit in te spiritus meus, cum tacitus dixi mecum: ‘Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi'» (Epistole VII, 10). E poiché alcuni signori e comuni guelfi, con a capo Firenze, si erano stretti in lega contro l'imperatore, il 31-III-1311 scaglia «dalle sorgenti dell'Arno» (il Casentino) una fierissima epistola agli «scelleratissimi fiorentini di dentro», minacciando loro terribili castighi per l'opposizione che essi osavano fare al ministro di Dio. E il 17 aprile scrive, con infiammata eloquenza, allo stesso imperatore, trattenuto dall'assedio di Brescia, incitandolo a muover senza indugio contro Firenze, la vipera che si sforzava di dilaniare la madre Roma, la pecora infetta che ammorbava il gregge del suo signore. A questa così aperta e fiera presa di posizione di Dante, Firenze rispose escludendolo dal richiamo offerto con la riforma di Baldo d'Aguglione del 2-IX-1311, a molti dei bianchi esiliati. Tuttavia quando l'imperatore, dopo aver cinta la corona imperiale a Roma (29-VI-1312), mosse davvero contro Firenze, Dante, al dire di Leonardo Bruni, non vi volle essere, trattenuto dalla riverenza verso la patria. Infatti il suo nome non ricorre nell'elenco che i capitani e i consigli di parte guelfa fecero compilare, nel marzo del 1313, di coloro che dal settembre 1312 al febbraio 1313 avevano partecipato all'impresa di Arrigo VII. Dopo l'improvvisa morte dell'imperatore (24-VIII-1313), che troncò forse per sempre la speranza dell'esule di rientrare in patria, Dante dovette recarsi a Verona, dove rimase piuttosto a lungo, alla corte di Cangrande, di cui esaltò il valore e la generosità (Par. XVII, 76 e segg.). Nel maggio 1315, sotto la minaccia di Uguccione della Faggiuola, Firenze concesse un'ampia amnistia, nella quale pare fosse incluso anche Dante, a condizione che i riammessi pagassero una multa e subissero di essere offerti come peccatori pubblici dal vescovo al santo patrono della città nella festa di lui. Dante però, all'«amico fiorentino» che lo sollecitava ad accettare, rispose con un rifiuto: «Non è questa la via per ritornare in patria; ma se altra se ne troverà ..., che non deroghi alla fama e all'onore di Dante, prontamente l'accetterò». Qualche mese dopo, in seguito alla sconfitta dei fiorentini per opera di Uguccione, gli fu commutata la pena capitale nel confino, purché comparisse a dar garanzia. Dante non si presentò, e il 6-XI-1315 il vicario di re Roberto in Firenze poneva al bando dell'avere e della persona lui e i suoi figli e ordinava che fossero decapitati se mai cadessero in mano del Comune. Ma, come si è detto, Dante era probabilmente già a Verona con i suoi figli.

Da Verona, non si sa per quali motivi, forse tra il 1318 e il 1320, passò, invitatovi da Guido Novello da Polenta, signore della città , con i suoi figli a Ravenna, e qui visse relativamente tranquillo gli ultimi anni, circondato da ammiratori e da discepoli e tutto assorto nella composizione del Paradiso. A un professore di Bologna, Giovanni del Virgilio, che lo invitava a recarsi nella città dei dotti studi e a cantare anziché nello spregiato volgare in versi latini, per ottenere l'incoronazione poetica, Dante rispose arridergli la speranza che la pubblicazione del suo poema in volgare gli procacciasse l'onore di cingere la corona poetica in Firenze. Ma anche questa speranza, che ritorna con accenti commossi nelle prime terzine del canto XXV del Paradiso, doveva rimanere delusa. Infatti, tornato da poco da un'ambasceria a Venezia per conto del suo signore, a Ravenna lo colse la morte nella notte dal 13 al 14-IX-1321, in età di 56 anni, e fu sepolto in un'arca lapidea posta in una cappelletta presso una porta laterale della chiesa di S. Pier Maggiore, poi detta di S. Francesco. L'esilio (cui fu costretto nel 1322) e la morte impedirono a Guido Novello di fargli erigere, come avrebbe voluto, un degno mausoleo. Questo proposito fu poi attuato nel 1483 da Bernardo Bembo padre di Pietro, pretore della Repubblica Veneta, essendo Ravenna passata sotto i veneziani. Egli fece a sue spese ricostruire il sepolcro di Dante, ornandolo con un bassorilievo scolpito da Pietro Lombardo.