Coleridge, Samuel Taylor

Poeta inglese (Ottery Saint Mary, Devonshire,1772 - Londra1834). Figlio minore di un religioso anglicano, fu educato al Christ's Hospital di Londra, e al Jesus College (1791) di Cambridge che lasciò senza finire gli studi. Con Robert Southey progettò una comunità utopica in America, la Pantisocrazia, non mai attuata, che prova il radicalismo del giovane Coleridge. Nel 1795 sposò la cognata di Southey, Sarah Fricker, da cui, pur senza divorziare, visse diviso per la maggior parte della vita. A Clevedon gli nacque il primo figlio, Hartley, cui dedicò Frost at Midnight (Gelo a mezzanotte, 1798). Cercò di mantenersi scrivendo articoli e facendo conferenze; fondò un periodico, «The Watchman» (Il guardiano), che fallì dopo dieci numeri. Trasferitosi nel distretto dei laghi, a Nether Stowey, conobbe William e Dorothy Wordsworth a cui si legò di stretta amicizia. Con Wordsworth progettò le Lyrical Ballads (pubblicate nel 1798), primo manifesto del romanticismo inglese, per cui scrisse alcune poesie. I Wedgwood, mecenati e industriali della ceramica, lo aiutarono dandogli una pensione annua perché potesse dedicarsi alla poesia. Poté così recarsi con Wordsworth in Germania dove visse per circa un anno studiando filosofia. Di ritorno nel 1799, conobbe Sarah Hutchinson (cognata di Wordsworth), di cui s'innamorò, aggravando la sua già infelice situazione coniugale. Ebbe allora inizio un doloroso periodo di anni errabondi in cui visse in luoghi diversi perseguitato dai debiti, dalla cattiva salute e da depressioni che lo spinsero a prendere sempre più l'oppio a cui aveva fatto ricorso giovanissimo. Nel 1804 fu a Malta, come segretario del governatore e poi in Italia con la speranza di rimettersi. Rientrato in Inghilterra nel 1806, visse a Bristol ed a Londra, tenendo conferenze e scrivendo, aiutato finanziariamente da amici, impietositi dalle sue sfortune economiche. Sentendo venir meno il talento poetico, tentò la tragedia con scarso successo, Remorse (Rimorso, 1813), e si dedicò con maggior fortuna alla saggistica. Dopo il fallimento di «The Friend» (L'amico, 1809), secondo sfortunato tentativo di lanciare un periodico e che contiene molti scritti di valore, compose opere critico-filosofiche, fra cui Lay Sermons (Sermoni laici) e Biographia Literaria (1817). Già dal 1816 l'amico e medico James Gillman si era offerto di ospitarlo nella casa londinese di Highgate per curarlo. Coleridge vi trascorse il resto della vita. Attorno a lui si formò un circolo letterario di amici, che gli guadagnò la fama di raffinato parlatore, oscurandone quella di scrittore. Fra gli scritti si ricordano Aids to Reflection (Aiuti alla riflessione, 1825), impregnato d'idealismo germanico e che influenzò il trascendentalismo americano, e On the Constitution of Church and State (Sulla costituzione della Chiesa e dello Stato, 1829), che illustra il pensiero politico conservatore degli anni della maturità .
La grande produzione poetica di Coleridge è racchiusa nell'arco breve della gioventù. Comprende tre poemetti d'ispirazione magico-simbolica, The Rime of the Ancient Mariner (1797; La ballata del vecchio marinaio, tr. it. di M. Praz, Firenze 1947; di B. Fenoglio, Torino 1964), Kubla Khan (1797), Christabel (1797-1801; Catania 1945), ed una serie di poesie di meditazione, i cosiddetti conversation poems The Rime narra della storia di un vecchio marinaio che, colpevole di aver ucciso un albatro, simbolo dell'innocente sacrificato, è condannato come l'ebreo errante a vagare per sempre e a raccontare la sua triste vicenda, rivivendone di volta in volta gli angosciosi momenti. Con movimento circolare di struttura e di intreccio, innocenza iniziale, colpa, punizione, espiazione e salvezza Coleridge crea una atmosfera onirica, pervasa dall'arcano, che si situa fuori del tempo, ottenendo effetti rituali attraverso il ricupero dell'allitterazione e dell'accentuazione quantitativa e ritmica dell'antica poesia popolare anglosassone. La complessa simbologia che ammette livelli plurimi di lettura, offre uno dei primi grandi esempi moderni dell'uso consapevole del simbolo come espressione dell'inconscio. Coleridge vi giunge dopo esser partito dall'associazionismo hartleyano (), scoprendo una assai più composita e molteplice rete di interrelazioni fra immaginifico e letterario. Christabel, poemetto d'ambiente medievale, rimasto incompiuto, canta della innocente Christabel e della misteriosa lady Geraldine, figurazione emblematica della femme fatale e demoniaca che distrugge coloro che accosta e che diverrà un motivo dominante nel tardo romanticismo e nel decadentismo. La chiusa, soffermandosi sulla visione dell'infanzia come un giocondo bimbo, «un agile elfo cantante e danzante», sottolinea l'intento simbolico e non narrativo del poema. Kubla Khan, breve composizione incompiuta d'ispirazione esotica, si apre con la rappresentazione del favoloso regno di Xanadu, dove Kubla Khan ha costruito una dimora di piacere, su cui incombono oscuri pericoli. Xanadu scompare dopo la prima strofa, che si rivela non essere il preludio ad una narrazione ma uno dei possibili modi d'attacco della composizione poetica; le parti seguenti, modulate ciascuna in divergenti forme metriche, indagano il farsi ed il disfarsi della poesia, attraverso un collage di codici e di temi letterari (l'amante demoniaco, la fanciulla abissina, il sacro fiume Alph) per concludersi con la visione del poeta invasato degli dei.
Paragonata dai critici ad una sorta di divina commedia dell'uomo moderno, la trilogia ruota attorno al tema unitario della creazione poetica quale rappresentazione sensoria dell'esperienza individuale, intesa come condizione esistenziale e come il porsi dell'artista dinnanzi ad essa. Il non essere compiuti (anche la vicenda del marinaio è più apparentemente che sostanzialmente conclusa) non è segno di carenza di struttura compositiva, ma indice della frammentarietà dell'«inesprimibile», una sorta di flusso di coscienza che J. L. Lowes individuò negli anni venti, in The Road to Xanadu (La strada per Xanadu), come fondamento del mondo poetico di Coleridge, racchiuso in una solida architettura metrica e sintagmatica, dove l'esuberanza metaforica è raffrenata da una sapiente selezione di ritmi e di parole. Il controllo verbale è ancor più palese nei conversation poems, sorta di sermoni in versi, solitamente in blank verse (pentametro giambico), in bilico tra la pratica settecentesca e quella romantica, illustrazioni sensuose ed analitiche delle idee etico-filosofiche che reggono l'universo, in cui ricorrono motivi panteistici e neoplatonici nel compenetrarsi del bello con il naturale, dell'eterno con il mortale, dell'universale con il singolo. Fra le maggiori The Eolian Harp (L'arpa eolica, 1795), This Lime-tree Bower My Prison (In questo pergolato di tiglio la mia prigione, 1797), Fears in Solitude (Timori nella solitudine, 1798) ed infine Dejection: an Ode (Depressione: un'ode, 1802), dedicata a Sarah Hutchinson, lucida e spietata analisi della crisi incalzante, del venir meno delle capacità creative, ironicamente una delle massime prove delle sue doti poetiche.

Coleridge nutrì vivo interesse per la metafisica e, sebbene non originale, la sua produzione critico-speculativa s'impone per l'opera mediatrice fra idealismo germanico e cultura anglosassone. Intendeva scrivere un opus magnum, comprendente un sistema di pensiero che contemplasse uomo ed universo nella loro totalità ; non lo realizzò sia per la vastità del progetto sia per carenza d'impostazione logico-razionalistica. Fu e rimase «un poeta» nei modi espressivi ricchi di traslati e metafore, ma produsse una serie di scritti pregni di fermenti innovatori. In Biographia Literaria (1817) e nelle conferenze su Shakespeare del 1812, trascritte da appunti di uno degli uditori, espose le proprie teorie critiche. Coleridge concepisce la poesia come un tutto organico in cui si riconciliano e coesistono i contrari, e che pone ordine al caos dell'esperienza. Selettività ed organizzazione delle percezioni e del materiale linguistico anticipano, sia pur in modo confuso, l'intuizione critica della poesia come creazione di strutture autonome ed autosufficienti regolate da leggi interne. Compete al critico ed al poeta afferrarle attraverso l'analisi della genesi dell'arte. Nella fase gestatoria che pone in atto il processo creativo Coleridge isola l'attività di due facoltà , la fantasia (imagination) e l'immaginazione (fancy). La fantasia, primo mobile del processo mentale, si distingue in primaria, universale e a tutti comune, prefigurazione romantica dell'inconscio collettivo psicanalitico, e secondaria, rappresentante il momento individuale, propria dell'artista che attraverso il particolare accoglie ed esprime l'universale. La fantasia secondaria produce la poesia. Più ambigua appare la distinzione che Coleridge fa tra fantasia ed immaginazione, poiché quest'ultima si configura come una specie di orpello, di un abito che ricopre ed ammanta il discorso poetico. T. S. Eliot identificò come buona poesia il frutto dell'unione imagination-fancy, e cattiva poesia il prodotto della fancy In chiave odierna la distinzione appare assai più vicina a quella fra significato e significante, poiché fancy ha in sé l'idea d'una sorta di repertorio di codici linguistico-letterari a disposizione dell'artista, a cui attinge ricreandoli con l'imagination Fantasia e immaginazione non sono separabili se non a rischio della perdita della poeticità . Pur tra i veli non sempre trasparenti del linguaggio metaforico, Coleridge fu uno dei maggiori critici inglesi e l'oblio in cui cadde dipese da un notevole anticipo del suo pensiero sui tempi. Riscoperto dalla critica moderna è considerato un precursore dell'estetica moderna. Più che soluzioni Coleridge, accanto a poche vitali ipotesi, suscitò una serie di quesiti attraverso la rilettura di poeti, in particolare Wordsworth e Shakespeare, che mise in luce la disperata inadeguatezza del linguaggio critico romantico e la necessità d'una ricerca terminologica per fornire strumenti d'analisi.
Maggior popolarità incontrarono gli scritti filosofici, politici e religiosi. Sebbene non ortodosso, attraverso l'idealismo germanico e lo studio della polisemia simbolica, Coleridge giunse ad una lettura biblica destinata a sfidare gli attacchi del razionalismo utilitaristico e del positivismo. A livello epistemologico sostenne le ragioni del cuore, o ragioni mentali, come mezzi di indagine conoscitiva, rivendicando i diritti della conoscenza oltre i limiti delle scienze fenomeniche, che si stavano allora affermando, e affiancandovi le scienze «umane», politica, teologia, morale. Anche qui fu un precursore dell'approccio psicanalitico e mantenne vivo, rinvigorendolo, il neo-platonismo inglese. A lui si rifecero Carlyle e Newman. J. S. Mill lo definì una delle menti seminali del secolo ed il suo pensiero aleggia su tutta l'età vittoriana. Negli ultimi anni si avvicinò alla teologia ed alla chiesa e l'idealismo ad esse congiunto lo portò ad un rigoroso conservatorismo illuminato, in opposizione al nascente liberalesimo. A lungo considerato un artista visionario minato dalla droga, fama ch'egli stesso contribuì a crearsi, Coleridge ha soltanto ora ottenuto il posto che gli compete nella cultura anglosassone. Tuttavia mentre poesia e pensiero filosofico sono stati dettagliatamente analizzati, molto ancora vi è da scoprire nei testi e nelle riflessioni critiche sparse nella sua opera.