Chaucer, Geoffrey

Poeta inglese (Londra, tra il 1340 e il 1345 - ivi1400). La traiettoria della sua vita coincise quasi esattamente con la seconda metà del Trecento: un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, economiche e religiose, che vide l'Inghilterra diventare nazione di parlata e di mentalità inglesi.
Quando Chaucer nacque, la guerra dei Cento anni con la Francia era già incominciata ed Edoardo III si era già assicurato il controllo della Manica. Come sui campi di battaglia l'arciere diventava l'ausiliario e quindi il vincitore del cavaliere, così sui campi arati il contadino diventava un socio col quale bisognava ormai scendere a patti. La grande peste del 1348 (quella stessa che Boccaccio descrive nel suo Decamerone), riducendo la popolazione del regno da quattro a due milioni circa, fece immensamente aumentare d'importanza la mano d'opera. I baroni, non potendo trovare operai per lavorare sui loro feudi, cercarono di affittare le terre; molti rinunciarono all'agricoltura e si dedicarono al commercio della lana e delle stoffe. Mentre il signore medio, indebolendosi, impoveriva, i grandi nobili andavano restringendosi, per mezzo di matrimoni, in una casta chiusa, unita alla famiglia reale. Nelle città il sistema corporativo, coi suoi minuti regolamenti e con le sue confraternite (come quella che Chaucer incontrerà sulla strada per Canterbury), andava ormai facendosi troppo angusto. Si avvicinava l'epoca in cui il grande commercio avrebbe attratto i giovani avventurosi più delle guerre cavalleresche. Le tradizionali opinioni sul prezzo imposto, sull'utile limitato o sull'uguaglianza tra «fratelli» nella divisione del commercio, stavano disintegrandosi per effetto della tentazione prodotta dalla ricchezza. Si crearono vere imprese capitalistiche e scoppiarono i primi scandali finanziari. Lo spirito del Medioevo, che aveva considerato un delitto ogni combinazione destinata a far salire i prezzi, stava agonizzando, e con il grande capitalismo cominciava l'inevitabile collusione della ricchezza e della potenza politica. Perfino uno dei figli del re, John of Gaunt (o Giovanni di Gaunt, il patrono di Chaucer), si circondò di finanzieri senza scrupoli, i quali erano i soli ormai che alimentavano l'erario ed entravano perciò da padroni nei parlamenti. Anche la chiesa, che aveva civilizzato l'Inghilterra, insegnando un po'di moderazione ai forti e un po'di carità ai ricchi, era stata a sua volta corrotta dalla forza e dalla ricchezza. Quanto più i vescovi e i monaci si arricchivano, tanto più i preti delle parrocchie erano in condizioni miserrime. Dopo la grande peste, diventò impossibile trovare preti per le parrocchie più povere. I frati, che avevano abbandonato in effetti la loro prassi di povertà apostolica, furono particolarmente odiosi, perché, trovandosi al di fuori della giurisdizione dei vescovi diocesani, potevano frapporsi fra il prete della parrocchia e le anime (e le offerte) dei suoi parrocchiani. Bisogna leggere in Chaucer il crudele ritratto di questi frati questuanti, ma anche quello dell'indulgenziere che arriva da Roma con le lettere sigillate dal marchio pontificio, e quello del cursore (summoner), mirabilmente informato dei vizi dei suoi compatrioti, che esercita veri ricatti sui fedeli, minacciando di citarli davanti alla corte dell'arcidiacono se non pagano il suo silenzio. John Wycliffe, un dotto di Oxford, colpito dall'immoralità del suo tempo, giunse alla conclusione che, per rendere alla chiesa le virtù avite, bisognava spogliarla dei suoi beni e ricondurla alla povertà primitiva. Condannato, ripudiò l'autorità pontificia e, nei suoi ultimi anni, insegnò che la sola sorgente delle verità cristiane è la Bibbia, che tradusse e fece tradurre completamente per la prima volta in inglese, mandando i suoi discepoli, i lollards, a predicare per le campagne la povertà e l'uguaglianza. Dopo la peste questo seme cadeva in una buona terra. Il regno di Edoardo III, che era cominciato con una lunga serie di trionfi militari e marittimi, si concludeva nel malcontento e nel disordine: quasi tutte le conquiste in Francia erano state perdute, e il vecchio re lasciava ormai che gli affari del regno fossero amministrati da una cricca corrotta di funzionari della real casa. Un comitato misto di rappresentanti dei lords e dei comuni, noto col nome di «Buon Parlamento», si occupò della faccenda e riuscì a imporre al re un corpo di consiglieri. Ma fu cosa di breve durata. Quando il re morì, nel 1377, tutta l'opera del «Buon Parlamento» andò distrutta. Essendo il Principe Nero morto prima del padre, l'erede legittimo era il nipote di Edoardo III, Riccardo II: il nuovo re aveva solo dieci anni quando successe al nonno. Da molto tempo ormai un'agitazione latente covava nelle campagne; ogni giorno in qualche castello i contadini entravano in conflitto con il loro signore. Queste rivolte furono particolarmente violente nell'Essex e nel Kent, e nel 1381 un informe esercito d'insorti marciò su Londra. Non fu difficile domare la rivolta, ma il terrore che essa sparse fra le classi dirigenti diventò duraturo. Il re fanciullo, che era riuscito ad ammansire l'esercito dei contadini ribelli, diventò un adolescente velleitario e, dopo aver saggiamente regnato per alcuni anni, si lasciò tentare dal dispotismo. Esiliò il figlio di John of Gaunt e, alla morte del vecchio duca di Lancaster, ne confiscò l'eredità , provocando il cugino alla ribellione. Non appena costui sbarcò in Inghilterra, Riccardo si vide abbandonato da tutti e poi gettato in prigione. Il parlamento elesse re Enrico di Lancaster, che fu subito incoronato col nome di Enrico IV (1399).
è questo lo sfondo storico su cui vanno collocate la vita e l'opera di Chaucer, il quale, in un periodo di violente lotte dinastiche, si trovò a godere i favori di ben tre diversi sovrani. L'ambiente in cui egli nacque era quello della prospera classe mercantile. Suo padre, John, esercitava il commercio del vino al servizio della corte, e il giovane si trovò ben presto in qualità di paggio presso uno dei figli di Edoardo III (1357). Nel 1359 prese parte a una spedizione militare in Francia, durante la quale venne fatto prigioniero e riscattato. Reduce in Inghilterra, passò al servizio dello stesso re, il quale, nel 1367, concedeva al poeta, dilectus valettus noster, un assegno di 20 marchi annui. Pare che nel frattempo Chaucer completasse gli studi iscrivendosi a uno dei collegi legali di Londra e sposasse una delle damigelle della regina, Philippa Roet. Nel 1368 tornò all'estero in missione diplomatica e l'anno seguente prestò di nuovo servizio militare in Francia, con le truppe di John of Gaunt.
Culturalmente, l'ambiente in cui Chaucer si trovò a trascorrere la giovinezza era un ambiente saturo d'influsso francese. Per quanto l'inglese andasse ormai stabilendosi come lingua nazionale, a corte si parlava ancora la lingua di Francia; da Parigi giungevano i trattati di retorica di Matthieu de Vendôme e Geoffroy de Vinsauf, e i poeti del giorno erano Guillaume de Machaut, Jean Froissart, Eustache Deschamps. L'epoca dei grandi romanzi cavallereschi era ormai terminata, e la nuova moda poetica seguiva le convenzioni allegoriche del Roman de la Rose. Chaucer iniziò la sua carriera letteraria come traduttore, e una delle sue prime opere fu appunto una versione di questo famoso Roman. Il primo poema che si possa datare con certezza è un'elegia scritta per la morte di Blanche, moglie di John of Gaunt (The Boke of the Duchesse, Il libro della duchessa, 1369), composta secondo le regole e gli impegni di struttura della nuova moda poetica. Essa comprende ca. 1300 versi (ottosillabi rimati a coppie) e rappresenta, insieme con alcune brevi composizioni liriche, il periodo che si è soliti chiamare francese dell'attività di Chaucer. Presto, tuttavia, egli avrebbe mostrato nella sua poesia gli effetti di un'altra letteratura, ben più matura di quella di Francia, la letteratura italiana.
Chaucer visitò l'Italia almeno due volte: nel 1372-73, quando dal suo governo venne incaricato di stabilire un trattato di commercio con Genova e di negoziare un prestito con i banchieri di Firenze; e nel 1378, per invitare Bernabò Visconti, signore di Milano, ad aiutare gli inglesi nella loro guerra contro la Francia. In occasione di tali ambascerie, il poeta poté conoscere direttamente le opere dei nostri grandi trecentisti: Dante, Petrarca e Boccaccio. Dante era morto da più di cinquant'anni, ma la sua fama era universale; di Petrarca il poeta inglese apprezzò soprattutto l'opera latina, mentre gli scritti di Boccaccio, dai quali Chaucer forse prese gli spunti più importanti (anche se pare da escludere che conoscesse il Decameron), probabilmente gli giunsero anonimi. L'esperienza italiana fu, ad ogni modo, importantissima per Chaucer. Tornato in Inghilterra, egli venne nominato ispettore delle dogane nel porto di Londra, incarico che mantenne dal 1374 al 1386, salvo brevi interruzioni dovute a missioni diplomatiche e d'affari nelle Fiandre (1376) e di nuovo in Francia (1377), oltre che in Italia per la seconda volta.
Sollecitato da tante esperienze, mentre la sua cultura acquistava sempre più un carattere europeo, Chaucer andava man mano rivelando il suo genio. Anche la sua metrica si raffinava: al distico ottosillabico si sostituiva una nuova strofa di sette decasillabi (rhyme royal), forse ispirata al poeta dalla ottava italiana, e iniziavano i primi esperimenti in «versi eroici» (heroic couplets), più tardi costantemente adottati nel periodo della maturità . Le opere più importanti composte fra il 1374 e il 1386 furono: The Hous of Fame, The Parlement of Foules e Troilus and Criseyde. A esse vanno aggiunte: The Legend of Good Women, alcune parafrasi e traduzioni, fra cui il De Consolatione Philosophiae di Boezio, e diverse composizioni minori che verranno poi riprese nei Canterbury Tales.
The Hous of Fame (La casa della fama), un poema di 1080 versi (ancora distici ottosillabici), costituisce in un certo senso una parodia del Purgatorio e narra il volo del poeta fra gli artigli di un'aquila alla casa della fama: una casa tutta piena di persone che passano il loro tempo a spargere notizie di cui la dea dispone a suo piacimento. Famoso è il brano in cui il timido poeta, trasportato in alto dall'aquila che gli dà lunghe e noiose spiegazioni, le risponde soltanto a monosillabi, preso dal terrore del pericoloso volo. L'opera è incompiuta. Nel Parlement of Foules (Parlamento degli uccelli), un poema di 700 versi in rhyme royal, composto probabilmente nel 1382 in occasione del fidanzamento di Riccardo II con Anna di Boemia, accanto all'influsso dantesco affiora quello di Boccaccio, particolarmente nelle parti descrittive, dove si raggiunge non di rado la traduzione letterale di alcune ottave del Teseida. Il poeta immagina che nel giorno di S. Valentino tutti gli uccelli si adunino per chiedere alla Natura, «vicaria di Dio», una compagna. Interessante, in questa bizzarra composizione, il contrasto fra il linguaggio aulico degli uccelli nobili e quello volgare della plebe pennuta: contrasto in cui si sviluppa l'istinto drammatico di Chaucer per la commedia. Nel Troilus and Criseyde (ca. 8200 versi di rhyme royal) egli segue da vicino il Filostrato, ma intanto approfondisce la psicologia dei personaggi, rendendoli più umani e più vivi di quelli boccacceschi. La linea semplice dell'intreccio (gli amori volubili di Criseide per Troilo) non permette nessuna interpretazione allegorica, e Chaucer qui si concentra sullo studio dei caratteri, creando il suo primo capolavoro. Alla rappresentazione della donna come leggera e incostante segue, quasi come un atto di espiazione, The Legend of Good Women, che canta le lodi di donne famose che furono fedeli in amore. Il poema, che s'ispira al De Claris Mulieribus di Boccaccio e alle Heroides di Ovidio, costituisce anche il primo esperimento di Chaucer in heroic couplets. Nemmeno quest'opera è terminata (invece di celebrare diciannove donne, come avrebbe dovuto, ne esalta soltanto dieci: Cleopatra, Tisbe, Didone, Isifile, Medea, Lucrezia, Arianna, Filomena, Fillide e Ipermnestra). Ormai Chaucer aveva progettato un nuovo lavoro, del quale questo offriva soltanto una cornice simile (un seguito cioè di narrazioni), e la nuova opera, al di sopra dei modelli e delle regole di scuola, urgeva con tutta la potenza della vita e dell'immediatezza.
Nel 1386 Chaucer si dimetteva dall'ispettorato delle dogane e si ritirava nel Kent, per la quale contea era stato eletto membro del parlamento l'anno prima. Nacque in questo periodo l'idea dei Canterbury Tales, alla cui realizzazione il poeta si dedicò poi sempre, pur non trascurando i suoi impegni pubblici. Nel 1389 venne nominato sopraintendente alle costruzioni reali nel palazzo di Westminster e alla torre di Londra; l'anno successivo, ispettore di muri, ponti e fossati sul Tamigi e sopraintendente ai restauri della St. George's Chapel di Windsor; infine, nel 1391, viceintendente forestale del parco di North Petherton nel Somerset. Pare che in quella lontana contea il poeta risiedesse fino a un anno prima della morte, che avvenne in una piccola casa di Westminster, ed egli fu il primo a essere sepolto, come semplice parrocchiano, in quello che in seguito doveva diventare il celebre poet's corner dell'abbazia.

I Canterbury Tales (Racconti di Canterbury) sono l'opera della piena maturità di Chaucer. Quando egli li concepì come insieme (ne esistevano già diverse parti come racconti staccati), aveva conosciuto e assimilato le più varie esperienze d'arte. Tutta la sua attività poetica va intesa come un processo di crescita culminante nel capolavoro, in cui vengono accolti e composti e nobilitati i grandi filoni letterari della tradizione medievale: sia la tradizione aulica cortese, che il realismo aneddotico del tipo fabliaux. Il poeta, che aveva cominciato con brillanti imitazioni di stili francesi e italiani, dà qui una giustapposizione d'ogni genere di stile (leggenda, allegoria, favola, apologo, novella, sermone, fabliau e «romanzo»), qualche volta con l'intento di trasformare modi tradizionali attraverso il filtro dell'ironia; e salda il tutto in un blocco unitario, dove la rappresentazione realistica si compone di una studiata architettura strutturale, e la retorica della cortesia e della liberalità si tempera sempre di una conoscenza esperta del cuore dell'uomo. Come le cattedrali gotiche, la filosofia scolastica e la Divina Commedia, i Canterbury Tales rappresentano il grandioso sforzo dello spirito medievale di comprendere sotto un solo punto tutto ciò che appartiene alla vita.
L'occasione scelta è un avvenimento comune: un pellegrinaggio a Canterbury, al santuario del patrono nazionale. Il poeta immagina che una trentina di pellegrini, «gente d'ogni ceto», s'aduni, in una sera d'aprile, alla locanda del Tabarro sulle rive del Tamigi, per poi recarsi alla famosa tomba di San Tommaso Becket. C'è il Cavaliere col figlio Scudiero e con l'Arciere; c'è la Priora con la Monaca cappellana e tre preti; c'è il Monaco e c'è il Frate; c'è il Mercante, lo Studente di Oxford, il Commissario di Giustizia e l'Allodiere; c'è il Merciaio, il Falegname, il Tessitore, il Tintore e il Tappezziere, raggruppati in «confraternita» con al seguito il Cuoco; c'è il Marinaio e il Dottor Fisico; la Donna di Bath e il Parroco di Campagna col fratello Contadino; e c'è infine il Mugnaio, l'Economo, il Fattore, il Cursore e l'Indulgenziere. A essi si unirà per la strada il Canonico alchimista col suo Garzone. Nel famoso Prologo, in cui questi personaggi vengono presentati, l'Oste propone che ciascuno racconti due novelle durante il viaggio d'andata e due durante il ritorno. I pellegrini accettano la proposta e l'allegra brigata si mette in cammino. Si tratta d'una compagnia ben individualizzata, di «personaggi» che sono nello stesso tempo moralmente e socialmente rappresentativi, i quali, negli intermezzi comici fra un racconto e l'altro, si muovono e parlano e agiscono. I racconti stessi non sono che un'estensione più vivace dei loro discorsi, una più completa rivelazione dei loro interessi, delle loro attitudini e spesso del loro antagonismo.
In questo senso, i Canterbury Tales segnano contemporaneamente l'inizio del romanzo e del dramma inglese. La loro è una poesia che esce dalla galanteria delle corti, dal rumore delle battaglie e dalla quiete dei chiostri, per incontrarsi, sulla strada per Canterbury, con ogni genere di sentimento e d'esperienza. Tutta la società inglese del Trecento è presente nelle sfumature essenziali dei suoi caratteri; tutto sembra comprendere l'occhio ironico e imparziale del poeta, egli stesso pellegrino fra i pellegrini. E la rappresentazione degli eventi e degli affetti è affidata all'eloquenza dei personaggi, i quali, nella semplicità dei loro impulsi naturali, acquistano quella fisica concretezza che dà loro una forza di persuasione e un significato espressivo validi per il gusto di ogni tempo. Famoso è il preambolo della Donna di Bath che presenta in nuce tutte le caratteristiche dell'arte narrativa chauceriana, inframmezzata di pause, di varietà di toni, di maliziosi e minuziosi particolari, di ripetizioni e di richiami, tanto che si ha l'impressione di vedere il discorso scaturire dal cuore di chi narra, di seguirlo nel suo stesso processo formativo.
Com'è noto, il piano generale dell'opera non fu mai integrato, ed essa si presenta a noi in una decina di frammenti (nove secondo lo Skeat, dieci secondo gli studi del Robinson) che comprendono ventun racconti completi e tre (la rima di Ser Topazio e i racconti del Cuoco e dello Scudiero) incompleti. Perfino l'ordine secondo il quale i vari frammenti si susseguirebbero è oggetto di discussione fra gli studiosi. Nell'edizione del Robinson, al Prologo Generale succede il racconto del Cavaliere, alla cui idealizzata astrazione fa da contrasto il robusto naturalismo dei racconti del Mugnaio, del Fattore e del Cuoco (Frammento I). Segue il racconto del Commissario di Giustizia, dove l'interesse è concentrato sulle fortunose vicende di Costanza, paragonabili a quelle degli eroi biblici o dei santi cristiani (Frammento II). Col terzo frammento incomincia una serie di sette racconti che, sebbene non completamente amalgamati insieme, formano il cosiddetto «gruppo del matrimonio». Essi trattano, con opportune interruzioni drammatiche un unico tema: a chi spetti il comando nella vita coniugale. La Donna di Bath reclama l'autorità suprema della moglie sul marito, mentre il Frate e il Cursore intervengono con una loro lite e raccontano le loro storie l'uno a spese dell'altro (Frammento III). Lo Studente riprende il tema con un racconto sulla più completa soggezione della moglie, impersonificata dalla pazientissima Griselda, mentre nel racconto del Mercante le parti sono di nuovo invertite, e il vecchio Gennaro viene ingannato dalla giovane moglie (Frammento IV). La romantica storia dello Scudiero, pur trattando dell'infelicità del matrimonio, viene interrotta, e il «gruppo» si conclude col racconto dell'Allodiere che traccia, con la storia di Arvirago e di Dorigene, un armonioso ideale di vita coniugale (Frammento V). Al racconto scarno e sbiadito del Medico succede quello dell'Indulgenziere, una delle anime perdute del pellegrinaggio, che riprende l'antico aneddoto dei tre briganti morti su di un mucchio d'oro, segnando uno dei punti più alti dell'arte chauceriana (Frammento VI). Segue il racconto scandaloso del Marinaio, a cui fa da contrasto quello tutto spirituale della Priora; il Chaucer stesso interviene con una filastrocca che mette in parodia i romanzi cavallereschi; interrotto a metà , il poeta si vendica con la pesante prosa di Melibeo, zeppa di proverbi e di citazioni bibliche, che manda in visibilio l'Oste; segue il racconto del Monaco che narra ben diciassette «tragedie», diffondendo nell'allegra brigata un'atmosfera greve e penosa, mentre nel racconto del Cappellano la lotta che si svolge nel chiuso ambiente d'un pollaio assume le proporzioni d'una battaglia del nostro mondo con le sue vanità e le sue apprensioni (Frammento VII). La Monaca, come la sua Priora, racconta una leggenda cristiana, la vita di S. Cecilia, ma subito, nel racconto del Garzone del Canonico, dal remoto mondo dei martiri si passa al mondo contemporaneo degli alchimisti imbroglioni (Frammento VIII). Ormai la compagnia si avvicina a Canterbury, e la storia dell'uccello parlante narrata dall'Economo fa da preludio alla conclusione (Frammento IX). La quale è costruita, nel racconto del Parroco, da un enorme centone di citazioni sulla penitenza e sui sette peccati capitali (Frammento X).
Pur nei loro frammenti, i Canterbury Tales non dà nno alcuna impressione di frammentarietà . C'è infatti un filo di persistenza che stabilisce come dei ponti sulle non vaste lacune, e traccia su linee dantesche un ideale itinerario morale, simboleggiante il viaggio dell'uomo sulla via della vita. Per Chaucer, come per Dante, l'immagine del pellegrinaggio era un fondale dell'anima, su cui si proiettava il ciclo dell'esistenza umana nel suo vivo e perenne fluire. Se nel suo «pèlerinage de la vie humaine» Chaucer non raggiunge la visione della rosa di Dante, non per questo si fermò al valore letterale di una descrizione naturalistica. Egli invece raccolse in una sintesi di cui il pellegrinaggio alla tomba di Canterbury è condizione e simbolo la realtà tutta del tempo, nelle sue diverse stratificazioni e nelle sue contraddizioni interne, nell'intreccio delle sue ideologie e dei suoi ideali. E pur lontano da ogni intenzione spiegatamente allegorica e da ogni senso del meraviglioso, diede ordine, forma e significato alla sua materia, componendola secondo le convinzioni estetiche sue e dell'epoca in un disegno preciso, valido anche in senso metafisico.