Balzac, Honoré de

Romanziere francese (Tours1799 - Parigi1850). Nato da una famiglia borghese che viveva in mediocre agiatezza, compì gli studi prima a Tours poi a Parigi. Solo intorno ai vent'anni prese coscienza della propria vocazione letteraria. Abbandonò allora la carriera legale verso la quale era stato orientato e scelse di vivere, pur con il modesto assegno che il padre si era rassegnato a passargli, la sua grande avventura interiore. I primi lavori, ancora legati a schemi imitativi, narrano melodrammaticamente avventure da «romanzo nero», senza originalità tematica e quasi senza dignità letteraria (L'héritière de Birague, Jean-Louis ou la fille trouvée, Le vicaire des Ardennes, Argow le pirate. . .) . Sono veri e propri esercizi di stile, cui non rise rvò neppure l'onore del proprio nome (firmava con gli pseudonimi di Lord R'hoone e di Horace de Saint-Aubin) ma sui quali si venne formando la penna del romanziere e che già lasciano intravvedere il tema dell'energia, chiave privilegiata di lettura per tutta l'opera a venire. Ben presto, insofferente di quei mezzi insuccessi, si imbarcò in svariate imprese d'affari, tra cui una tipografia e una fonderia di caratteri, che si conclusero in altrettanti disastri. Trascorsero così tre anni di frenetica attività e di silenzio letterario, in cui Balzac allargò smisuratamente il proprio orizzonte culturale e maturò una più sofferta coscienza della vita. Molto contarono, in quel periodo come in seguito, le presenze femminili: amori tumultuosi o semplici amicizie, tessuti con animo sensibile e con innato snobismo (comincerà allora ad aggiungere al cognome quel de nobiliare che non gli era dovuto). La prima donna importante della sua vita fu Laure de Berny, battezzata la Dilecta e che gli ispirerà l'eroina de Le lys dans la vallée ; quindi la duchessa d'Abrantes, con cui compirà il primo viaggio in Italia; e ancora la focosa contessa Guidoboni-Visconti, che lo aiuterà nelle eterne difficoltà economiche in mezzo alle quali si dibatté; infine madame Hanska, una nobile polacca che cominciò a scrivergli nel 1833 firmandosi l'Etrangère e che egli sposerà nel 1849, alle soglie della morte. Attento alla vita che formicolava attorno a lui, voluttuoso nel goderla quanto implacabile nell'osservarla, Balzac ritornò ben presto all'esercizio letterario, anche spinto dallo scopritore di talenti Latouche che ne aveva intuito la forza. Ritorno che è però rinascita: l'uomo ha già maturato un'ideologia politica che può essere qualificata nel binomio trono-altare. Non è certamente estranea l'influenza del pensiero del Bonald o del Maistre, ma essa risponde pienamente ad una sua intima interpretazione della storia. Eppure lo scrittore riuscirà a cogliere, sotto la valutazione negativa e reazionaria del proprio tempo, le contraddizioni economiche ed etiche su cui si regge la società francese dell'epoca di Luigi Filippo, che ha fatto propri i princìpi borghesi, la dinamica dello scontro tra l'egemonia feudale di una classe aristocratica in lento ed inesorabile declino e le nuove istanze delle classi in ascesa. Su tale visione realistica di fondo, che adotta la lezione scottiana solo per mostrare la storia che si fa nel tempo presente, si innesta ben presto una serie di influenze di natura letteraria, scientifica e mistica, tale da orientare decisamente la sua interpretazione delle forze che fanno muovere il mondo su un duplice binario. Lettore attento di Byron e di Maturin, di De Quincey e di Sterne, di Goethe e di Hoffmann, aperto alle conquiste scientifiche quanto sensibile alle dottrine mistiche, egli fa propri i risultati delle ricerche del Lavater e del Gall in fisiognomica e in frenologia, quelli del Cabanis e del Bichat in fisiologia, adotta entusiasticamente le teorie di Geoffroy Saint-Hilaire sull'interazione tra ambiente e specie animale, si dichiara appassionato difensore della visione mistica di Swedenborg e di Saint-Martin, e non è sordo neppure alle alchimie verbali e materiali di un Cagliostro e di un Saint-Germain. Tra il 1829 e il 1833 la sua produzione è tutta improntata all'ambivalenza - e non certo ambiguità - tra l'analisi scientifica della società e l'indagine misticheggiante sulle forze occulte che ne sottendono l'esistenza. Si rivela fin dal 1829 grande scrittore con un romanzo storico alla Scott, Les chouans (titolo originario: Le dernier chouan ou la Bretagne en 1800) che narra le ribellioni degli insorti della Vandea e della Bretagna, detti appunto chouans, contro i governi rivoluzionari di Parigi, ma si impone decisamente nel 1830 con La physiologie du mariage, titolo alla moda per le risonanze con la Physiognomie del Lavater, in cui denuncia, in chiave solo apparentemente semiseria, la menzogna di un'istituzione, il matrimonio, sulla quale si fondano la società e la religione. Già risalta nitidamente una tendenza all'indagine sociale che sarà presto confermata da una serie di novelle, composte e pubblicate nello stesso 1830, sotto il titolo di Scènes de la vie privée, tra le quali Gobseck, ritratto di un usuraio, e La maison du chat qui pelote, cruda e penetrante analisi del mondo dei piccoli negozi. Ma ecco che, quasi a smentire la continuità di un'attenzione puntata sul reale, nel 1831 pubblica La peau de chagrin, lungo racconto mistico-magico in cui il fantastico fa da supporto ad una meditazione sull'esistenza e che denuncia la vena spiritualistica da cui uscirà più tardi Séraphita. Vi si legge in prefazione una definizione del romanziere-poeta che già introduce al particolare realismo, tra il visivo e il visionario, in cui si riconosce l'autore: «i poeti inventano il vero, per analogia, o vedono l'oggetto da descrivere». Dopo di esso Balzac, tornando all'indagine sociale, inizia quella che sarà la serie dei suoi capolavori: Le colonel Chabert, Le curé de Tours, Le médecin de campagne, riflessione semiutopistica sulla «question sociale» e Eugénie Grandet (1833), storia di romantico amore e di sordida avarizia, calata nella profonda provincia francese, ove troviamo una delle più celebri descrizioni di avaro della letteratura di tutti i tempi, quella di père Grandet. Nello stesso anno 1833 compare però anche Louis Lambert, storia di un giovane di genio che vive, con sensibilità ed intelligenza eccezionali, la duplice tragica esperienza dell'avventura intellettuale solitaria e dell'amore totale. Agli antipodi da Eugénie Grandet ma non in contrasto, è ancora l'apoteosi di un'energia che Balzac compone, quasi ad illustrare le due sfere entro le quali ha luogo il suo processo creativo, ma anche l'intima difficoltà che incontra nel fondere l'esperienza del sensibile con quella del fantastico, che pure percepisce unitarie. Nel 1835 Le père Goriot racconta il dramma dell'amor paterno e dell'ingratitudine filiale in una cornice economica che mette a nudo i meccanismi dell'alta finanza. Qui compaiono anche personaggi destinati a ritornare in romanzi posteriori, come il giovane arrivista Rastignac o l'ex-forzato Vautrin che sono forse fra le più esemplari caratterizzazioni dello scrittore. Nello stesso anno Séraphita riconduce ancora una volta l'indagine sul terreno mistico e il romanzo, tutto intriso di teorie swedenborghiane, crea nell'androgino Séraphitus-Séraphita un personaggio cui non è negata la comprensione delle corrispondenze tra le cose del cielo e quelle della terra.
Dalla coscienza della frattura che le sue opere mettono in luce nasce forse in Balzac la geniale intuizione che l'unità della vita può essere colta, al di là della molteplicità delle esperienze e delle avventure che la compongono, in una sorta di sintesi imposta con mezzi tecnici. Già alla fine del 1833 aveva pensato a collegare l'un con l'altro i suoi romanzi, facendovi ritornare gli stessi personaggi, perché dai semplici quadri destinati ad illustrare i più diversi aspetti della vita sociale sgorgasse un insieme organico, nel quale trovasse collocazione anche l'indagine sul soprannaturale. Fondendo i romanzi filosofici (raggruppati in études philosophiques) con i romanzi sociali (o études de moeurs), Balzac è conscio di dare alla propria opera il suo reale significato di discesa agli inferi dell'umanità . In cerca di un titolo complessivo, adottò in un primo tempo la formula di Studi dei costumi del XIX secolo, poi di Studi sociali, ed infine, nel 1841, la famosa definizione di Comédie humaine. Accanto all'attività di romanziere, Balzac realizzò anche una vivace azione in campo giornalistico, fondando o dirigendo numerosi periodici: nel 1830 il «Feuilleton», dal 1836 al 1837 la «Chronique de Paris», nel 1840 la più celebre «Revue Parisienne», ove pubblicò fra l'altro l'entusiastico saggio sulla Chartreuse de Parme di Stendhal, di cui per primo e con grande audacia sottolineava la genialità . Nel 1842 la pubblicazione di tutta la sua opera narrativa, che risolse almeno in parte i più impellenti bisogni finanziari, fu preceduta da un avant-propos di sapore rivoluzionario. Prendendo spunto dall'omologia tra umanità e animalità da un lato, tra società e natura dall'altro, Balzac dichiarava di voler studiare le specie sociali come Geoffroy Sant-Hilaire aveva studiato le specie animali ma, con viva intuizione di quella dimensione dialettica insita nell'organizzazione sociale che sottrae l'uomo alla zoologia e ne fa oggetto di studio autonomo, egli affermava anche che «lo stato sociale ha dei casi che non può permettersi la natura, perché è natura più società ». Poté quindi ergersi ad osservatore dell'animale-uomo senza venir meno alla sua fede scientifica, ed insieme «studiare le ragioni o la ragione di tali effetti sociali, sorprendere il senso nascosto in quell'immensa accozzaglia di volti, di passioni e di avvenimenti» che costituiscono il vero interesse della umana commedia, e di cui la sua acuta intuizione penetrava i moventi più sordidi. Dopo tale data continuò a produrre, se pure ad un ritmo meno sostenuto. Ricordiamo, tra l'altro: Un ménage de garçon (1843), Un début dans la vie (1844), la terza parte del ciclo delle Illusions perdues, e poi Les paysans (1844), con il ciclo dei Parents pauvres (1846-47).

Pochi romanzieri furono più fecondi di Balzac : nel giro di 15 anni la sua produzione raggiunse la cifra di ben 80 romanzi e una ventina di racconti. Se alcune delle teorie di psicologia «scientifica» che egli professava sembrano non caratterizzare tanto la sua opera quanto l'ineguagliabile intelligenza delle forze in movimento e la capacità narrativa di introdurre tensioni drammatiche anche laddove la materia romanzesca meno sembra prestarsi, è perché esse rimasero quasi sempre allo stadio di punti privilegiati di osservazione più che funzionare da percorsi obbligati. Per questo il brulichio di vita che contraddistingue l'intera produzione di Balzac riesce naturalmente ad organizzarsi in quadro, sovente amarissimo, di un'epoca. Giacché non tanto di un immenso romanzo si tratta, bensì di tanti cicli che si intersecano, si scontrano, si fondono, ricomponendo con arbitrarietà solo apparente la complessa logica sociale, con le sue classi in movimento, le aspirazioni e le frustrazioni dei singoli, i vizi e le virtù di tutta un'epoca. Sebbene ogni romanzo risulti narrativamente in sé concluso, il ritorno dei personaggi, ognuno con la propria fitta ramificazione di parentele, di relazioni, di legami, permette al romanziere di spaziare in latitudine e in longitudine, mostrando non tanto l'incarnazione di un vizio, quanto i mille volti che un vizio può assumere nella vita quotidiana. Quest'opera gigantesca, che fa veramente concorrenza ad una ideale anagrafe, giustifica dunque l'orgogliosa affermazione del suo creatore: «Ciò che Napoleone ha fatto con la spada, io lo farò con la penna». Tale intuizione non esaurisce però le innovazioni che Balzac introduce nella tecnica narrativa e nella drammatizzazione della storia. I suoi eroi hanno sempre un ancoramento preciso alla realtà materiale. La descrizione fisica ignora la connotazione affettiva tipica della scuola romantica, scende a dettagliare volti, gesti, movimenti, abiti, cosicché, in perfetta coerenza con le teorie fisiognomiche, le qualificazioni del corpo assurgono a specchio epidermico delle inclinazioni dell'animo. Inoltre, nella caratterizzazione del tipo l'ambiente acquista valore di percorso privilegiato. Le minute descrizioni con cui Balzac comincia tutti i suoi romanzi creano un'autentica simbiosi tra materia e spirito e fanno dell'eroe la proiezione dell'ambiente in cui vive ed opera. Dal salire verso i piani più alti della pensione Vauquer è scandita la degradazione sociale del père Goriot; l'ambiente provinciale continua la propria chiusura nel carattere di Eugénie Grandet: di questi ancoramenti è piena, e spesso appesantita, la Comédie humaine. Ma Balzac non si ferma qui. Una sorta di cratilismo lo porta ad assaporare l'intima rispondenza tra nome e fisionomia, e i suoi Gobseck, Grandet, Gaudissart, Vautrin, e ancora Mirouet, Ferragus, Marcas, che popolano assieme a tanti altri le strade, le case, le campagne, le città del suo universo immaginario, trasformano il nome in segno di una condizione sociale. A somiglianza dell'opera teatrale («Il romanzo è una tragedia o una commedia scritta» soleva affermare Balzac) costruisce la sua storia su uno schema fisso. Le prime pagine, descrittive fino ad essere noiose per eccesso di particolari, presentano staticamente le forze in gioco, le situano nel tempo e nello spazio, restringono poi l'ottica fino ad illuminare il nodo vero del dramma. Solo allora il personaggio entra in scena, si sfaccetta in ombre e luci, acquista consistenza di vita. Poi il ritmo si accelera, le passioni e gli interessi si scatenano, fanno precipitare verso la conclusione. La rottura con la tradizione fu riconosciuta da Baudelaire, quando affermò che il realismo di Balzac doveva considerarsi «un nuovo modo di composizione». D'altra parte, questo suo sforzo di conferire non solo ai singoli personaggi ma anche alle loro varie passioni un carattere eminentemente rappresentativo di un'attività tipica o di un'intera classe sociale, dovevano portarlo a creare eroi dai lineamenti esagerati fino alla caricatura. E ciò si rifletté anche nello stile, che non sempre egli riuscì a mantenere duttile e vario. L'enfasi retorica, la pesantezza sintattica, l'imprecisione lessicale, vengono spesso ad appesantire la narrazione, pur così geniale nella restituzione della vita. Trascinato dalla foga degli avvenimenti che si succedono, conquistato dalla lucidità dell'analisi, soggiogato dalla forza dei personaggi, il lettore non si avvede facilmente dei difetti stilistici, che pure ferirono la sensibilità di critici di professione come Sainte-Beuve.
B. resta comunque il primo ad inaugurare la nuova maniera del romanzo moderno, sia pure con Stendhal, e notevolissima fu l'influenza che esercitò sul romanzo inglese, sul verismo italiano, sui grandi romanzieri russi e tedeschi. Ricordiamo inoltre che, dopo un breve periodo di oblio, la sua opera fu rivalutata dal Taine e dallo Zola e ammirata dai più grandi narratori moderni fino a Proust, ma insieme osteggiata dai rappresentanti della critica estetizzante di ogni tempo. Lungi dal perdere smalto e fascino con il trascorrere dei decenni, essa ha conquistato ai giorni nostri un favore sempre più vasto, e conosciuto le vivisezioni critiche più varie. All'interesse iniziale per l'uomo si è aggiunta un'attenzione nuova per i significati interni dell'opera e, più recentemente, per il funzionamento autonomo del testo. Per primo G. LukÁcs, formulando la celebre distinzione tra realismo critico e romanticismo rivoluzionario, ne ha esaltato, sulle orme di Marx e soprattutto di Engels, la dialettica critica la quale, indagando e raffigurando con strenuo amore della verità le strutture di un ambiente sociale, viene forzatamente a denunciarne i vizi, anche al di fuori di quelle che potevano essere le idee personali dello scrittore. Un contributo notevole a sfumare il luogo comune di Balzac realista è venuto dalla rivalutazione della produzione fantastica, che non è vista come momento diacronico superato dal realismo posteriore, ma identificata piuttosto con una componente costante della sua visione del mondo. Inoltre le ricerche pazienti ed appassionate della critica documentaria ed esegetica, cui sono legati tra gli altri i nomi di De Cesare, Bardèche, Pommier, e alla quale si deve la pubblicazione di testi e documenti originali, hanno reso possibile, e fors'anche stimolato, ulteriori approfondimenti del testo balzacchiano. Da un lato la critica interpretativa ha rivalutato con i suoi approcci tematici, ideologici, testuali, l'importanza dell'immaginazione, ha cancellato la frantumazione dell'opera in singoli romanzi autonomi ed esaltato invece la specificità del testo unico; dall'altro lato, una esegesi scientifica esterna, attenta al documento, ha mostrato quanto la stessa immaginazione sia nutrita di fatti e di avvenimenti contemporanei.