Bulgakov, Michail Afanas'evič

Scrittore russo (Kiev1891 - Mosca1940). Figlio di un professore dell'Accademia ecclesiastica di Kiev, il futuro autore de Il Maestro e Margherita crebbe in un ambiente colto e agiato, studiando al liceo di Kiev e laureandosi in medicina. Nel 1916 si trasferì a Nikol'skoe, un paesello del governatorato di Smolensk, come direttore sanitario del locale ospedale, assieme alla giovane moglie Tat'jana Nikolaevna Lappa. La rivoluzione d'ottobre lo sorprese a Vjaz'ma, da dove si trasferì nuovamente a Kiev e quindi nel Caucaso, per poi spostarsi definitivamente, nel settembre del 1921, a Mosca. Abbandonata la medicina per la letteratura, nelle capitale Bulgakov trovò impiego nella redazione di vari quotidiani, poi, nel 1923, presso il giornale dei ferrovieri «Gudok» (La Sirena), con l'incarico di scrivere bozzetti su motivi tratti dalla cronaca e dal costume contemporanei. Erano intanto apparsi su varie riviste dell'epoca alcuni suoi racconti e frammenti dei Zapiski na manžetach (Appunti sui polsini, 1922-23): schizzi e note di carattere sostanzialmente autobiografico. La prima opera di Bulgakov di largo respiro, il romanzo Belaja gvardija (La guardia bianca), apparve nel 1925 e dello stesso anno è Rokovye jajca (Uova fatali). Bulgakov, che intanto aveva divorziato dalla Lappa per sposare Ljubov'Evgenevna Belozerskaja, scrisse quindi Sobač'e serdce (Cuore di cane, 1925); il libro però non riuscì a trovare un editore, ed è più o meno da allora (ma già la terza parte de La guardia bianca verrà pubblicata in URSS solo nel 1966) che inizia l'estenuante battaglia fra Bulgakov e la censura del regime sovietico, affiancata dalla critica più faziosa o servile, destinata a concludersi solo con la morte dello scrittore. Sempre nel 1925 il Teatro d'arte di Mosca gli commissionò una riduzione teatrale de La guardia bianca, che con il titolo Dni Turbinych (I giorni dei Turbin) venne messa in scena nel 1926. Malgrado gli accaniti attacchi di parte della critica, I giorni dei Turbin riscosse uno straordinario successo, ed è anche questo che spiega il prorompere in Bulgakov di una vocazione teatrale. Nello spazio di pochi anni scrisse infatti una serie di commedie: Zojkina kvartira (L'appartamento di Zoja, 1926); Beg (La corsa, 1927), la cui rappresentazione venne proibita dalla censura; Bagrovyj ostrov (L'isola purpurea, 1928); Kabala svjatoš (Il giogo dei bigotti, 1929), rappresentata col titolo di Molière solo nel 1936. Il clima ideologico nel paese si faceva intanto sempre più intollerante: nel 1930 Bulgakov, rimasto privo di lavoro, si rivolse per lettera direttamente a Stalin, ottenendone di essere assunto come aiuto-regista dal Teatro d'arte di Stanislavskij. La situazione su un piano pratico sembrò risolta, ma iniziarono in realtà da allora le crisi di depressione e di paura, gli inutili tentativi di recarsi all'estero che avrebbero caratterizzato, da quel momento in poi, la vita dello scrittore. Portò comunque a termine la commedia Adam i Eva (1931), la riduzione teatrale de Le anime morte (1932), la biografia di Molière Žizn'gospodina Moliera (Vita del signor di Molière, 1933, ma pubblicata solo nel'62); e ancora le commedie Blaženstvo (Beatitudine, 1934), poi modificata in Ivan Vasil'evič (1935) e Puškin (1935). Frattanto, nel 1932, aveva divorziato anche dalla seconda moglie, per sposare Elena Sergeevna Njurenberg, che gli sarebbe stata appassionata compagna fino alla morte. Nel 1937, stanco del clima di ostilità creatosi progressivamente intorno a lui, Bulgakov diede le dimissioni dal Teatro d'arte e accettò un posto di consulente letterario presso il Bolšoj; frutto dell'esperienza, malgrado tutto fondamentale, fatta al Teatro d'arte sarà l'autobiografico, incompiuto, Teatral'nyj roman (Romanzo teatrale, 1937). Se si fa eccezione per la riduzione scenica del Don Chisciotte (1938) e per la commedia Batum (1939), dedicata a un episodio della giovinezza rivoluzionaria di Stalin e bocciata, come al solito, dalla censura, gli ultimi due anni della vita di Bulgakov furono dedicati alla stesura definitiva di Master i Margarita (Il Maestro e Margherita). Concepita probabilmente attorno al 1928, come romanzo su Cristo e il diavolo, l'opera giunse alla forma in cui la conosciamo, attraverso ben otto successive redazioni, alla vigilia della morte del suo autore. Gli esordi di Bulgakov narratore, come si è detto, avvengono all'ombra di un'attività di tipo essenzialmente giornalistico, paragonabile per certi aspetti a quella che caratterizzò il giovane Čechov. Pur nei suoi limiti, fu un'esperienza certamente preziosa, perché lo scrittore vi trasse quelle doti di concisione, ironia, rapidità , di percezione psicologica, accompagnate da una cifra stilistica che dichiarava di rifiutare l'avanguardia ma ne utilizzava poi a fondo gli insegnamenti più fecondi, che metterà a profitto così felicemente nelle opere della maturità . La prima di queste, La guardia bianca, ha come sfondo il tema della guerra civile in Ucraina. Si tratta di un quadro, mosso e cromatico come pochi, delle vicende di una famiglia borghese, i Turbin (nella cui caratterizzazione è facile vedere non pochi tratti autobiografici) travolta dall'incalzare degli avvenimenti bellici, o, se si vuole, di una sorta di storia esemplare, intesa a rappresentare con la propria vicenda tutta quella parte della società russa che, pur animata da idee e sentimenti non certo reazionari, si schierò contro la rivoluzione di ottobre, a cui Bulgakov, senza negare la necessità storica della vittoria dei bolscevichi, rende cavallerescamente e coraggiosamente omaggio. In un clima del tutto diverso trasportano invece i romanzi brevi Uova fatali e Cuore di cane. L'autore vi narra dei disastri provocati da scoperte scientifiche: un raggio che moltiplica la riproduzione cellulare in Uova fatali, la trasformazione di un cane in essere umano in Cuore di cane, incautamente utilizzate all'interno di una società , come quella sovietica, per tanti aspetti ancora primitiva. I sottintesi ideologici delle due storie, in apparenza solo sarcastici divertissements intellettuali giocati sul piano del surreale, sono facilmente individuabili, e non stupisce perciò che di queste due autentiche gemme quella più sottilmente eversiva, Cuore di cane, fosse unanimemente rifiutata dagli editori. Quanto all'incompiuto Romanzo teatrale, si iscrive alla fase finale della parabola creativa di Bulgakov : l'uomo, oramai esasperato da un quindicennio di lotta contro le strette censorie del regime, vi ripercorre, sotto camuffamenti ridotti al minimo indispensabile, gli anni trascorsi al Teatro d'arte. La chiave, come al solito, è ironica e paradossale, mentre il rapporto con Stanislavskij si delinea attraverso toni ora corrosivi ora, a dispetto di tutto, ammirati. Lasciando da parte opere quali Adamo ed Eva o Batum, palesemente deboli, è possibile raggruppare la copiosa attività teatrale di Bulgakov attorno a tre nuclei tematici fondamentali: il destino della borghesia russa antibolscevica; la satira delle ipocrisie e dei vizi della società sovietica, e, ad essa strettamente correlata, la lotta dell'intellettuale per il suo diritto ad esprimersi liberamente. Al primo si riferiscono I giorni dei Turbin e La corsa, o del tragico destino dell'emigrazione russa in Occidente. Al secondo, oltre alla riduzione de Le anime morte, L'appartamento di Zoja, diretto contro la corruzione della NEP, L'isola purpurea e Ivan Vasil'evič, che collocano invece l'azione su uno sfondo di stilizzata, esilarante «fantascienza». Al terzo infine Molière (cui va idealmente collegata la biografia del grande commediografo) e Puškin. Il taglio di questi lavori, ovviamente, muta in profondità a secondo del soggetto, ma alcune componenti del linguaggio e della caratterizzazione psicologica dei personaggi restano invariate; nella maggioranza dei casi, ne risulta così la mescolanza di comico e tragico, ironia paradossale e sofferta partecipazione umana che costituiscono la sigla inconfondibile del Bulgakov drammaturgo. Abbiamo lasciato per ultimo Il Maestro e Margherita perché si tratta del romanzo che ha dato a Bulgakov, a quasi trent'anni dalla morte, una notorietà internazionale. Pubblicato per la prima volta nel 1967 sulla rivista sovietica «Moskva», in edizione purgata dalla censura, e successivamente in Occidente in versione integrale, la sua trama si svolge a due livelli: nel primo si racconta l'arrivo nella Mosca degli anni trenta del signore delle tenebre, Woland, accompagnato da un corteo di sodali, e degli effetti catastrofici che ne derivano. Nel secondo la storia di Jeshua Ha-Nozri, e cioè Cristo, e del procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato. Fra questi due piani narrativi la vicenda di uno sfortunato scrittore, il Maestro, e della sua amante, Margherita, funge come da tramite e, assieme, da congegno che permette di giungere ad un catartico, chagalliano «scioglimento finale». Le antinomie luce-tenebre, verità -menzogna, libertà -oppressione, arte-non arte fanno da asse portante di quest'opera, che «riscrive» il racconto evangelico in chiave non certo canonica, bensì mitopoetica, esistenziale. E che, allo stesso tempo, procede ad una spietata denuncia della scolastica di un sedicente materialismo dialettico, dell'ipocrisia e della costrizione intellettuale correnti nella Russia staliniana. Le citazioni culturali, da Goethe a Gogol', passando attraverso gli apocrifi cristiani e la tradizione hoffmanniana, pure ben presenti nel libro, non gli tolgono nulla in termini di felicità poetica e di slancio visionario; concorrono semmai a rendere ancora più sapido il suggestivo, complesso, talvolta «cifrato» impasto narrativo. Tradotto in oltre venti lingue, senza dubbio Il Maestro e Margherita si iscrive di diritto fra i romanzi più significativi del Novecento. E se è certo che sarebbe riduttivo vedere solo alla sua luce il complesso dell'opera bulgakoviana, è però fuori discussione che è stata proprio la sua comparsa, quasi miracolosa, a proiettare una nuova, vividissima luce su Bulgakov, determinando la riscoperta di buona parte della sua produzione, fino al 1967 quasi avvolta dall'oblio, quando non inedita.