Boccaccio, Giovanni

Nacque nell'estate del 1313, a Parigi o a Firenze o a Certaldo. La critica positivista, che lesse le opere specie giovanili del Boccaccio in chiave autobiografica, e sovrappose alla leggenda che di sé costruì lo scrittore giovane un'altra favola tanto formalmente logica quanto intrinsecamente romanzesca, accettò Parigi, città ricca di suggestioni esotiche cortesi culturali, sfondo ideale alla nascita del Boccaccio, destinato alla gloria e agli amori illustri, da una gentildonna francese, figlia illegittima di re, che l'ebbe da Boccaccio di Chellino o Boccaccino, che i documenti ci dicono console dell'Arte dei Cambiatori, agente prima, poi socio della potente Compagnia dei Bardi. Certo si è che egli fu illegittimo di Chellino - che realmente fu più volte a Parigi - , il quale si sposò poi nel 1320 ca. con Margherita de'Mardoli; e la critica recente propende per Certaldo o Firenze, con qualche vantaggio per quest'ultima. I primi insegnamenti il ragazzo li ebbe a Firenze, ove abitava nella casa paterna, da Giovanni Mazzuoli da Strada, padre del più famoso Zanobi umanista e poeta; poi fu mandato (1325?) a Napoli, ove Chellino fu tra il'27 e il'29 per gli affari della Compagnia dei Bardi finanziatrice del re Roberto d'Angiò, del quale fu consigliere e ciambellano. Chellino, narrerà il Boccaccio nella Genealogia deorum gentilium, fece ogni sforzo perché il figlio divenisse esperto nella mercatura; fattagli imparare l'aritmetica, lo pose presso un grandissimo mercante ove stette sei anni a perder tempo. Il padre lo mise allora a studio del diritto canonico sotto un illustre maestro, dove egli perse quasi altrettanto tempo, poiché il suo animo era tutto vòlto alla poesia per naturale vocazione; ma non avendo avuto maestri in tale arte, egli scrisse, anzi contrastando il padre al suo ardore letterario, «è avvenuto ch'io non sia stato né negoziatore né canonista e ho perduto di essere notabile poeta». Giovanni ebbe familiarità con giovani nobili, visse delicatamente, dotato di casa e di massarizia splendida assai (lettera a Francesco Nelli); facile gli fu l'adito alla corte per la posizione del padre e in genere per l'importanza del l'elemento fiorentino nel regno di Napoli. Ma la sua vita di quegli anni non fu riempita soltanto dalle eleganti letizie della corte e dagli amori; anzi alcune esperienze fondamentali per la sua operazione letteraria egli le trasse proprio da quell'ambiente. Frutto del periodo napoletano sono alcune Rime, la Caccia di Diana, il Filostrato, il Filocolo, e il Teseida delle nozze di Emilia (terminato a Firenze). Verso la fine del 1340 il Boccaccio, in conseguenza del dissesto finanziario della Compagnia dei Bardi e per i nuovi rapporti politici che si profilavano tra Firenze e Roberto d'Angiò, dovette tornare alla città paterna, che gli parve tanto inamena in confronto a Napoli cortese liberale magnifica. Seguì un periodo di faticosa acquisizione dei valori culturali e civili fiorentini, ricostruibile attraverso le opere da lui scritte fra il'40 e il'51 (Comedia delle ninfe fiorentine, Amorosa visione, Elegia di madonna Fiammetta, Ninfale fiesolano, Decameron). Che egli via via sia stato riassorbito entro l'area sociale fiorentina, lo testimoniano i pochi dati certi della sua vita di quegli anni. Fu tra il'45 e il'46 a Ravenna presso Ostasio da Polenta; nel'47 a Forlì presso Francesco degli Ordelaffi. Nel 1348, l'anno della grande peste, certamente era a Firenze. Nello stesso periodo, ebbe almeno quattro figli, fra cui Violante. Nel 1350, l'anno della conoscenza personale col venerato Petrarca, di passaggio a Firenze, è dal comune mandato ambasciatore presso i signori di Romagna; e in tale occasione ha l'incarico dai capitani della Compagnia d'Orsanmichele di consegnare, a Ravenna, una sovvenzione di dieci fiorini alla figlia di Dante, suor Beatrice. Nel'51 è dei camerlenghi del comune di Firenze, che rappresenterà nelle trattative con la regina di Napoli per l'acquisto di Prato; nello stesso anno, in primavera, reca al Petrarca, a Padova, una lettera di restituzione al poeta dei beni confiscati nel 1302 al padre esule, e un invito - che non fu accolto - ad accettare una cattedra nel recente Studio fiorentino; nel dicembre è mandato nel Tirolo ambasciatore a Ludovico di Baviera per indurlo ad allearsi con Firenze contro i Visconti. Nel 1353, di ritorno da Napoli, va a Montecassino, dove scopre il De lingua latina di Varrone, Pro Cluentio di Cicerone, gli Annales di Tacito e le Metamorphoseon Libri di Apuleio. Nel 1354 è ad Avignone incaricato dal comune di stringere accordi con Innocenzo VI circa la prossima discesa dell'imperatore Carlo IV in Italia; e a Certaldo forse per organizzarvi la difesa contro le bande del venturiero fra'Moriale. Dal maggio all'agosto 1355 partecipò all'ufficio della condotta con l'incarico di segnare le assenze degli armati al soldo di Firenze. Nel'59 visita a Milano, ove era ospite lusingatissimo dei Visconti, il Petrarca, sempre più amato e venerato, nonostante che egli e altri amici fiorentini devoti dell'aretino gli rimproverassero d'aver accettato la protezione di un tiranno. Nell'inverno del'60 ospita in casa sua a Firenze il grecista calabrese Leonzio Pilato impegnandolo a tradurre Omero in latino, con pubblico stipendio. Attorno a lui si raccoglie una eletta cerchia di dotti religiosi umanisti (legata spiritualmente e culturalmente al Petrarca), fra i quali il maggiore è Coluccio Salutati. Questa condizione spirituale, riflessa chiaramente nelle opere del periodo, toccò un punto estremo nella primavera del 1362, quando il monaco Gioacchino Ciani gli comunicò che il certosino senese Pietro Petroni, morto in fama di santo, aveva predetto la sua dannazione se non avesse abbandonato le vanità del mondo. Il Boccaccio, deciso a obbedire al messaggio, pensò di bruciare i suoi scritti e propose al Petrarca di vendergli la biblioteca. Fu proprio il Petrarca a sollevarlo da quella crisi, esortandolo a prepararsi alla morte senza terrori e a non abbandonare gli studi, conforto della vecchiaia; infine lo invitava ad andare a vivere con lui ponendo in comune, con le altre cose, anche i libri. Il Boccaccio non accettò l'invito del Petrarca, ma quello di Niccolò degli Acciaiuoli - potente casa di mercanti e banchieri fiorentini - divenuto gran siniscalco alla corte di Napoli, e di Francesco Nelli, «speditore» - cioè tesoriere - dell'Acciaiuoli. Verso di questo, amico suo nell'adolescenza, non professava molta stima; tuttavia si decise a trasferirsi a Napoli, sia perché il bisogno economico lo spingeva a trovare una sistemazione sicura, sia perché forte era il richiamo dei luoghi della sua gioventù. Ma il trattamento avuto a Napoli gli parve offensivo della sua dignità e se ne rammaricò aspramente in una lettera del'63 al Nelli, da Venezia (ove fu per qualche tempo caro ospite del suo Petrarca), rilevando la vanità dei cosiddetti «grandi» di fronte alle veraci virtù morali e intellettuali. Da Napoli non era tornato a Firenze ma a Certaldo: la città ora gli pesa, agitata da faziosi, avventurieri, nuovi ricchi; e gli pesa la durezza con cui il governo oligarchico ha punito coloro che nel'60 avevano cospirato per abbatterlo. Alcuni erano amici suoi; fra questi, Piero de'Rossi, al quale, esule, scrive tali pensieri nella Epistola consolatoria (1363), contrapponendo la rustica semplicità del suo rifugio al caos fiorentino. Nel 1365 e nel 1367 fu ambasciatore del comune ad Avignone e a Roma, presso Urbano V. Del'65 è un altro suo viaggio a Venezia ove sperava di trovare il Petrarca; ospite del genero e della figlia del poeta (Francescuolo e Francesca), ne loda la gentilezza in una lettera all'amico, ove è il ricordo commosso della sua morta bambina Violante tornatagli in mente vedendo la nipotina del Petrarca, Eletta. Di nuovo a Napoli fra l'autunno del'70 e la primavera del'71 - nuovamente deluso dalle promesse di Niccolò - , se ne torna a Certaldo ove abitò fino all'ottobre del'73, quando il comune di Firenze lo nominò lettore pubblico della Commedia nella chiesa di S. Stefano di Badia. Ma nei primi mesi del'74 la malferma salute lo costrinse a interrompere il commento alla sessantesima lezione. Ritiratosi a Certaldo, ebbe qui (ottobre 1374) la notizia della morte del Petrarca.
Gli scritti dal'51 alla morte sono i seguenti: Corbaccio ; Buccolicum carmen ; De casibus virorum illustrium ; De claris mulieribus ; Trattatello in laude di Dante ; Genealogia deorum gentilium ; De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris liber ; Epistole ; Esposizioni sopra la Comedia di Dante ; Rime

Nonostante il valore, specie per la storia della cultura preumanistica, dell'ultima produzione del Boccaccio, la sua gloria è affidata al Decameron, alla cui piena comprensione è necessaria la conoscenza degli esercizi letterari che lo precedono; testimonianze capitali della formazione culturale dell'autore in rapporto non solo alla letteratura ma a un complesso di fenomeni civili che contrassegnano quel periodo - fra il 1330 e il 1350 - e definiscono i lineamenti storici della classe borghese fiorentina che li produsse o li patì. Da tale esame il Decameron risulta non più il capolavoro, sì, ma limitato dal suo intento di offrire a una società colta - quella aristocratico-borghese fiorentina spregiudicata e priva di profonda eticità - il diletto della rappresentazione realistica della multiforme vita sociale; appare anzi un libro costruito su di una ideologia nutrita di intensa eticità coerentemente maturata attraverso molteplici e sofferte esperienze non esclusivamente personali.
Si ricordi che una delle più salde forze europee nei primi decenni del sec. XIV fu il blocco guelfo, al quale Roberto d'Angiò, suo capo politico, dava la forza militare, così come il papa gli conferiva autorità morale religiosa universale, mentre Firenze ne costituiva il nerbo economico a raggio internazionale. Ma mentre Roberto tendeva all'egemonia italiana, i fiorentini acquistavano posizione egemonica a Napoli, economica, politica e anche culturale. Fra le correnti internazionali che a Napoli si incontravano (tradizione francese e provenzale viva nell'ambiente angioino, influssi bizantini e arabi...), prende via via maggior rilievo quella, illustre e popolare, toscana, e fiorentina in specie. Anche l'attivo focolaio dell'umanesimo napoletano, pur formato da uomini di provenienza diversa, prenderà presto una coloritura fiorentina riconoscendo come maestro il Petrarca. Tali uomini, la cui influenza nella formazione del Boccaccio è indubbia, sono Paolo da Perugia, bibliofilo e mitografo, custode della biblioteca reale, Andalò del Negro, astronomo genovese, Barlaam monaco calabrese conoscitore del greco, Barbato da Sulmona giurista, Dionigi di Borgo San Sepolcro teologo, e altri la cui memoria è parimente legata all'epistolario petrarchesco. Nel 1330 Cino da Pistoia fu invitato a leggere diritto civile all'università di Napoli, e allora Giotto affrescava Castelnuovo. In quel giro d'anni al Boccaccio diventavano familiari gli stilnovisti, Dante della Commedia (più tardi il Petrarca), e Ovidio, Stazio, Lucano, Virgilio, gli alessandrini.
Il re Roberto cominciò a temere questa primazia fiorentina; e già nel 1333, al tempo del primo grosso dissesto economico fiorentino dovuto alla lotta fra Edoardo d'Inghilterra e Filippo di Francia - nemici fra loro ma concordi nel non pagare i prestatori fiorentini e nel perseguitarli - né lui né il papa si mossero per aiutarli. A incrinare maggiormente il blocco guelfo si aggiunse l'alleanza fra il papa Giovanni XXII con Giovanni di Boemia imperatore, e poi la crisi del'39-'40, quando il grave costo della guerra guelfa contro Mastino della Scala, sostenuto per la massima parte dalle banche fiorentine, le fece vacillare e i clienti napoletani ritirarono i depositi. Si aggiunga la peste, la carestia, la congiura dei magnati contro il governo popolare, la guerra dei pisani per la conquista di Lucca comprata per 250.000 fiorini... Questa fu la prima visione che di Firenze ebbe il Boccaccio quando vi tornò nel 1340; ma era tuttavia una città che contro l'avversità difendeva una sua struttura tradizionale, una civiltà , una idea dell'uomo, e che nella crisi del blocco guelfo pativa la crisi del popolo grasso e della sua ideologia.
Il Boccaccio recava da Napoli un manipolo di opere nelle quali aveva espresso, oltre alle sue esigenze d'artista, una sua idea del mondo, se pur sacrificata in schemi tradizionali non assimilati e in ambizioni retoriche di novizio, condizionata da quanto aveva acquisito nell'ambiente napoletano.