Tasso, Torquato

Poeta (Sorrento11 - III-1544-Roma 25-IV-1595). Nacque da Porzia de'Rossi, gentildonna napoletana di origine pistoiese, e da Bernardo Tasso, letterato e cortigiano, il quale, alla nascita del figlio, si trovava in Piemonte al seguito di Ferrante Sanseverino, per la rinnovata guerra tra Carlo V e Francesco I. Torquato passò a Salerno gran parte della sua infanzia; nel 1551 la famiglia si trasferì a Napoli, ma l'anno dopo il viceré Don Pedro di Toledo dichiarò ribelle il principe di Salerno, passato dalla parte dei francesi. Bernardo Tasso, che non volle abbandonare il suo signore nell'avversa fortuna, perdette tutti i suoi beni, compresa la casa in Salerno; e, dopo varie peregrinazioni, nel 1554 poté sistemarsi a Roma, dove lo raggiunse Torquato, mentre la moglie con la figlia Cornelia era trattenuta a Napoli da una complicata questione con la propria famiglia per il pagamento della sua dote.
A Roma Torquato poté continuare gli studi, iniziati a Napoli con Giovanni Angeluccio, suo primo maestro d'umanità , e poi nella scuola dei Gesuiti. Il soggiorno romano, amareggiato dalla morte improvvisa della madre, avvenuta a Napoli nel febbraio del 1556, fu interrotto nel settembre dello stesso anno per il timore di una nuova guerra e di un assalto da parte degli spagnoli. Bernardo si rifugiò a Ravenna, quindi a Pesaro e infine a Urbino, al servizio di Guidobaldo II della Rovere; Torquato lo raggiunse dopo alcuni mesi e trovò presso i della Rovere l'ambiente adatto a compiere la propria educazione letteraria e artistica. Il duca infatti volle che fosse compagno di studi del proprio figliuolo, Francesco Maria, affidato a valenti maestri; nello stesso tempo, Torquato si addestrava nelle arti cavalleresche, molto in auge alla corte di Urbino. Conobbe allora noti letterati, tra i quali Bernardo Cappello, Girolamo Muzio, Dionigi Atanagi, e intorno al 1558 compose le sue prime liriche. Nello stesso anno Sorrento fu assaltata dai turchi e Cornelia (che, nonostante le opposizioni del padre aveva sposato Marzio Sersale) si salvò a stento dall'eccidio. La notizia sconvolse Torquato e forse gli suggerì la prima idea di un poema sulla prima Crociata, rafforzando in lui la forte impressione ricevuta dai racconti uditi, quand'era ancora fanciullo, nel convento di Cava de'Tirreni, presso la tomba di Urbano II banditore della Crociata.
Tra il 1559 e il 1561, raggiunto a Venezia il padre Bernardo, prese a scrivere Il primo libro del Gierusalemme, primo abbozzo ancora acerbo (fu interrotto dopo poco più di un centinaio di ottave) del futuro poema eroico.
Dando prova di grande maturità autocritica il Tassino si volse poi al genere meno impegnativo del poema cavalleresco: il Rinaldo vide la luce, sempre a Venezia, nel 1562, con dedica al cardinale Luigi d'Este, nuovo signore del padre Bernardo. Contemporaneamente studiava legge all'università di Padova e stringeva rapporti di amicizia con Sperone Speroni, per consiglio del quale, lasciati gli studi giuridici, si iscrisse ai corsi di filosofia e di eloquenza del Piccolomini e del Sigonio, studiando a fondo la poetica di Aristotele. A Padova conobbe anche, dopo un infelice soggiorno presso lo Studio bolognese, il giovane principe Scipione Gonzaga che lo indusse ad entrare nell'Accademia degli Eterei: con un essenziale canzoniere amoroso (ispiratogli da Lucrezia Bendidio, damigella della principessa Eleonora d'Este e dalla figlia di un ricco mercante, Laura Peperara) il Tasso collaborò a una raccolta (Rime de gli Accademici Eterei) promossa dall'Accademia stessa e pubblicata poi a Padova nel 1567. Nel 1565 entrò finalmente al servizio del cardinale Luigi d'Este e cominciò a frequentare la corte ferrarese, acquistandosi le grazie delle due principesse, Lucrezia e Eleonora, sorelle del duca Alfonso II. In quello stesso periodo riprese il progetto di un poema eroico ispirato alla Crociata e iniziò la composizione dei Discorsi dell'arte poetica, pubblicati a Venezia solo nel 1587. Su questi anni felici e fecondi qualche ombra sembrò proiettarsi in seguito alla morte di Bernardo (settembre 1569) e al matrimonio di Lucrezia d'Este che andò sposa al duca d'Urbino nel gennaio del 1570: Torquato perdeva il padre affettuoso e un'intelligente protettrice e consigliera. A distoglierlo in parte dalla malinconia sopravvenne, tra l'ottobre del 1570 e l'aprile del'71, il viaggio in Francia al seguito del cardinale d'Este. A Parigi il poeta conobbe Ronsard e dal soggiorno francese trasse anche pretesto per una interessantissima lettera al conte Ercole Contrari intorno alle cose vedute oltr'Alpe a paragone di quelle italiane. Al ritorno a Ferrara, preso congedo dal suo protettore, cercò inutilmente di entrare nel seguito del cardinale Ippolito, a Roma; passò quindi nuovamente a Ferrara, dove, a cominciare dal 1572, fu tra gli stipendiati del duca Alfonso II, che accompagnò a Roma per rendere omaggio al nuovo pontefice Gregorio XIII, e a Venezia per incontrare il re di Francia, Enrico III. Godeva allora grande autorità presso il duca lo storico e letterato ; per conquistarsene il favore, Tasso commentò alcune sue canzoni e curò insieme con Guarini il canzoniere da lui composto per Lucrezia Bendidio. La lieta vita di corte ispirò al Tasso, in quel momento felice, la sua prima opera importante, l'Aminta, che venne rappresentata dalla compagnia dei Gelosi nell'isoletta di Belvedere, sul Po presso Ferrara, alla presenza della corte, il 31-VII-1573.
Il Tasso, che aveva curato anche l'allestimento dello spettacolo, fu festeggiatissimo; incoraggiato dal successo, pose mano allora a una tragedia, Galealto re di Norvegia, che rimase interrotta al secondo atto: ché il Tasso era ormai tutto impegnato nella stesura del poema eroico Il Goffredo al quale aveva rimesso le mani dopo il giovanile tentativo veneziano. Nell'aprile del 1575 il capolavoro era ultimato. Ma subito ebbero inizio per il Tasso i dubbi, gli scrupoli, i ripensamenti, le discussioni, le interminabili questioni di carattere religioso e letterario: egli manda alcuni canti a Roma, per sottoporli all'esame di Scipione Gonzaga, e ne disputa a Padova con il Pinelli. Di tale tormentoso lavorio abbondano le testimonianze nelle numerosissime lettere, indirizzate a Sperone Speroni, a Pier Angelo da Barga e al altri; documento di una continua crisi di coscienza da parte del poeta, che chiedeva consigli e ne traeva sempre nuove incertezze. Fra gli altri, un amico di Carlo Borromeo, Silvio Antoniano, cattolico rigorosissimo, allora professore nel Collegio Romano, avrebbe voluto imporre al Tasso la soppressione di interi episodi (compreso quello di Olindo e Sofronia), in cui – a suo giudizio – il meraviglioso rischiava di portare accenti profani nel poema. Il Tasso volle quindi essere esaminato a Bologna dal grande inquisitore: ma le risposte avute lo acquietarono solo per qualche tempo. Il duca Alfonso continuava a proteggerlo, nonostante le troppo frequenti assenze da Ferrara e certi contatti che il Tasso cercò allora di stabilire con la casa dei Medici, avversa agli Estensi; alla morte del Pigna, nel 1576, il Tasso fu scelto a succedergli come storiografo ducale. Parve allora che potesse ricominciare per lui, fra gli agi e i diletti, la vita festosa di prima; ma la sua mente era ormai ottenebrata, l'equilibrio dei suoi nervi era scosso; egli era dominato da una diffidenza morbosa verso tutto e tutti, afflitto da mania di persecuzione e dal timore di essere incorso nell'eresia finché il 17-VI-1577 venne la crisi temuta. Mentre discorreva con la duchessa Lucrezia, si credette spiato da un servo e lanciò contro di lui un coltello: venne perciò rinchiuso nelle sue stanze e sorvegliato, poi passò nel convento di S. Francesco, dove parve calmarsi. L'atteggiamento del duca nei confronti del Tasso, da questo momento in poi fu soprattutto dominato dalla preoccupazione che il poeta potesse comprometterlo presso l'Inquisizione. La corte estense, dopo i liberi e spregiudicati atteggiamenti di Renata di Francia e la temporanea accoglienza del calvinismo in Ferrara, aveva a fatica riallacciato i rapporti diplomatici con la chiesa e temeva che gli antichi sospetti pregiudicassero il nuovo corso politico. Ma Torquato, incalzato dalla sua inquietudine, nella notte tra il 26 e il 27 luglio fuggì da Ferrara travestito, e avendo potuto tra mille difficoltà raggiungere Sorrento, romanzescamente si presentò senza farsi riconoscere alla sorella Cornelia, ora vedova con parecchi figlioli. Udendo dall'ignoto visitatore la notizia che suo fratello Torquato era in grave pericolo, Cornelia quasi svenne per il dolore: egli rivelò allora la propria identità , ma non volle rimanere a Sorrento. L'anno 1578 passò tra continui spostamenti, da Roma a Ferrara, a Mantova, a Padova, a Venezia, infine a Pesaro, dove il Tasso fu accolto con affetto dal suo compagno di studi Francesco Maria della Rovere. Durante il soggiorno nella villa di Fermignano fu forse composta la famosa canzone al Metauro; di un breve soggiorno a Torino e del viaggio avventuroso, nel settembre, rimane il ricordo nel dialogo Il padre di famiglia. Ospite del marchese di San Marino, Filippo d'Este, genero di Emanuele Filiberto, il Tasso aveva sempre in cuore il ricordo di Ferrara, e finalmente vi fece ritorno, al principio dell'anno 1579. Non ebbe però la festosa accoglienza sperata, perché alla corte fervevano i preparativi della solenne cerimonia per le nozze di Alfonso II con Margherita Gonzaga; cosicché, credendosi mal gradito, lo sventurato poeta diede in escandescenze inveendo anche contro la corte, prima in casa Bentivoglio, poi al castello. Era l'11-III-1579: quel giorno, in cui compiva trentacinque anni, veniva rinchiuso come pazzo nell'ospedale di S. Anna, nel quale rimase sino al 1586. Durante quei sette anni il Tasso scrisse molte lettere, che hanno particolare interesse, quali documenti di un'esperienza lunga e dolorosa. Gran parte delle opere di quel periodo (tra le quali figurano anche rime e prose) erano volte a procurare al poeta l'appoggio dei potenti o a confutare le accuse e i sospetti che avevano determinato la sua detenzione. Rapporti con l'esterno non mancarono però al prigioniero di S. Anna, che poté anche essere visitato da personaggi importanti; e rapporti epistolari egli mantenne con il benedettino padre Angelo Grillo e con l'amico Ferrante Gonzaga. Intanto la fama del suo capolavoro si andava diffondendo; a parte un'edizione scorretta e mutilata, uscita nel 1580 senza il consenso dell'autore, si ebbero nello stesso anno e nel seguente altre edizioni del poema, questa volta complete, di cui si dirà in seguito. L'Aminta, tuttora inedita, fu pure pubblicata nel 1581, contemporaneamente a Cremona e a Venezia presso il Manuzio; il Tasso attendeva frattanto, con la maggiore assiduità possibile, ai Dialoghi, iniziati nel 1580: nel 1585 riuscì a comporne ben cinque.
Finalmente la tanto sospirata e invocata liberazione gli fu concessa per intervento di Vincenzo Gonzaga, principe di Mantova, cognato del duca Alfonso. Presso di lui il Tasso trovò «stanza bellissima» e grandi cortesie; il clima favorevole e il buon vitto parvero rimetterlo in forze e ridargli animo per nuove attività , nonostante lo riprendessero a tratti frenesie e allucinazioni, e una debolezza di memoria della quale si lagnava con il medico, G. B. Cavallara. Nel 1587 fu dato alle stampe il Torrismondo e un trattatello sul Secretario, con dedica a don Cesare d'Este. Ma già il Tasso meditava di lasciare Mantova e sognava di trasferirsi a Genova; per pochi giorni fu a Bergamo, poi la morte del vecchio duca Guglielmo Gonzaga lo richiamò a Mantova. Poco dopo, all'improvviso, partì per Roma, e l'anno seguente (1588) giunse fino a Napoli, dove apprese la morte recente della sorella Cornelia e trovò ancora aperta la causa contro i parenti della madre per l'eredità dotale: causa alla quale un'altra se ne aggiunse, per tentar di ricuperare una parte dei beni paterni, che erano stati confiscati. Però, in complesso, il soggiorno napoletano parve recargli giovamento, grazie ai numerosi amici, fra i quali Matteo di Capua e G. B. Manso, che fu il suo primo biografo.
L'aria «quasi nativa» gli dava conforto e fiducia come egli scrisse a Marco Pio, signore di Sassuolo, dal monastero di Monte Oliveto, dove era ospitato da quei buoni padri così benevolmente, che fu indotto a scrivere per loro il primo canto di un poemetto, intitolato appunto Il Monte Oliveto. Ma le lungaggini estenuanti della famosa causa, non mai conclusa, gli cagionano nuove inquietudini e lo spingono a raggiungere nuovamente Roma (novembre 1588), fiducioso nell'appoggio del cardinale Scipione Gonzaga; questa volta fu ospitato dal padre Nicolò degli Oddi, nel monastero di S. Maria Nuova, ma non vi si trattenne a lungo: nel 1590 si trasferì a Firenze, dove il granduca Ferdinando de'Medici lo accolse, a patto però che si adattasse a canere palinodiam, ritrattando le frasi offensive contro i Medici che erano contenute nel dialogo Il Gonzaga, ossia del piacere onesto. Dopo alcuni mesi tranquilli durante i quali attese al rifacimento della Liberata (che doveva impegnarlo assiduamente negli ultimi anni) il Tasso ritornò precipitosamente a Roma in seguito alla notizia della morte di Sisto V, animato da nuove speranze nell'aiuto del successore Urbano VII; ma il suo pontificato durò un solo mese, e neppure da Gregorio XIV, eletto a sua volta al trono papale, il Tasso ottenne i favori sperati. Per sua fortuna, fra i gentiluomini accorsi a rendere omaggio al nuovo pontefice si trovava anche il fedelissimo Costantini, quale ambasciatore di Vincenzo Gonzaga: ed egli ricondusse il poeta a Mantova. Qui venne allora stampata la prima parte delle Rime. L'elezione del papa Innocenzo IX, nel 1591, lo ricondusse a Roma per un breve periodo poi Matteo di Capua – divenuto principe di Conca alla morte del padre – volle avere ospite il Tasso nel suo palazzo di Napoli, realizzando così un suo vecchio desiderio. Il poeta però volle trasferirsi, dopo breve tempo, nella casa più modesta di G. B. Manso, e vi trascorse un periodo di serenità , attendendo alla nuova Gerusalemme e iniziando Le sette giornate del mondo creato. Nel 1592 il Costantini lo ricondusse a Roma, per desiderio espresso di Clemente VIII, nuovo pontefice, e dei suoi nipoti Aldobrandini: e fu ancora un buon periodo, nel quale il Tasso – con l'aiuto di Angelo Ingegneri – compose Le lagrime di Maria Vergine e Le lagrime di Gesù Cristo, e portò a termine la Gerusalemme Conquistata, pubblicata nel dicembre 1593 con dedica a Cinzio Aldobrandini. Il successo, a dir vero, non fu molto vivo, ed ebbero inizio nuove acerbe discussioni e commenti non tutti favorevoli. Forse anche per questo, lo stato di salute del Tasso andò peggiorando: ma egli volle ugualmente recarsi ancora a Napoli (primavera 1594), sperando di chiudere infine l'interminabile lite. Ospitato dai benedettini di San Severino, incominciò a scrivere per loro il poemetto Della vita di S. Benedetto, che rimase interrotto dopo solo sette stanze; scrisse il dialogo Il Conte, ovvero delle imprese, dedicandolo al cardinale Cinzio Aldobrandini, mentre al cardinale Pietro dedicava l'edizione dei Discorsi del poema eroico, coi quali il Tasso intese correggere le posizioni teoriche dei giovanili Discorsi dell'arte poetica e giustificare il rifacimento del suo poema. In novembre, quando ritornò definitivamente a Roma, il poeta sentiva ormai vicina la morte: ma lo sosteneva la speranza della solenne incoronazione, cui già da due anni pensavano i suoi amici e protettori. L'Ingegneri lo aiutò a correggere e a ricopiare l'ultima sua grande fatica poetica, Le sette giornate del mondo creato, che uscì postuma soltanto nel 1607. Ma ormai, dai primi di aprile 1595, il Tasso si era fatto trasportare al convento di Sant'Onofrio, sul Gianicolo. Negli ultimi giorni si mostrò calmo; dal cardinale Cinzio ricevette l'assoluzione papale e poté dire a lui le sue semplici disposizioni testamentarie; si spense il 25 aprile.